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Tracce numero speciale               La Famiglia                            Aprile 2007

 
Dico: la punta di una sfida epocale      Stefano Filippi

 

Nota dei vescovi italiani

 

 Famiglia: qualcosa di più e di diverso

A. Simoncini e V. Tondi della Mura

 

Accogliere l'altro nella gratuità        Marina Mazzi

 

La storia e lo sviluppo

Marina Mazzi

 

Manifesto - Più Famiglia

 

Una storia lunga venticinque anni

Giuseppe Zola

Le prime grandi battaglie

  Paola Soave

 

 Il Sidef  oggi

Caterina Tartaglione

                       

                                             



Manifesto - Più famiglia

La famiglia è un bene umano fondamentale dal quale dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità sociale. Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa. La famiglia ha meritato e tuttora esige tutela giuridica pubblica, proprio in quanto cellula naturale della società e nucleo originario che custodisce le radici più profonde della nostra comune umanità e forma alla responsabilità sociale. Non a caso i più importanti documenti sui diritti umani qualificano la famiglia come «nucleo fondamentale della società e dello Stato».Anche in Italia la famiglia risente della crisi dell’Occidente - diminuzione dei matrimoni e declino demografico - e le sue difficoltà incidono sul benessere della società, ma allo stesso tempo essa resta la principale risorsa per il futuro e verso di essa si rivolge il legittimo desiderio di felicità dei più giovani. Nel loro disagio leggiamo una forte nostalgia di famiglia. Senza un legame stabile di un padre e di una madre, senza un’esperienza di rapporti fraterni, crescono le difficoltà di elaborare un’identità personale e maturare un progetto di vita aperto alla solidarietà e all’attenzione verso i più deboli e gli anziani. Aiutiamo i giovani a fare famiglia. A partire da queste premesse antropologiche, siamo certi che la difesa della famiglia fondata sul matrimonio sia compito primario per la politica e per i legislatori, come previsto dagli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione. Chiediamo al Parlamento di attivare - da subito - un progetto organico e incisivo di politiche sociali in favore della famiglia: per rispetto dei principi costituzionali, per prevenire e contrastare dinamiche di disgregazione sociale, per porre la convivenza civile sotto il segno del bene comune. L’emergere di nuovi bisogni merita di essere attentamente considerato, ma auspichiamo che il legislatore non confonda le istanze delle persone conviventi con le esigenze specifiche della famiglia fondata sul matrimonio e dei suoi membri. Le esperienze di convivenza, che si collocano in un sistema di assoluta libertà già garantito dalla legislazione vigente, hanno un profilo essenzialmente privato e non necessitano di un riconoscimento pubblico che porterebbe inevitabilmente a istituzionalizzare diversi e inaccettabili modelli di famiglia, in aperto contrasto con il dettato costituzionale. Poiché ogni legge ha anche una funzione pedagogica, crea costume e mentalità, siamo convinti che siano sufficienti la libertà contrattuale ed eventuali interventi sul Codice civile per dare una risposta esauriente alle domande poste dalle convivenze non matrimoniali. Come cittadini di questo Paese avvertiamo il dovere irrinunciabile di spenderci per la tutela e la promozione della famiglia, che costituisce un bene umano fondamentale. Come cattolici confermiamo la volontà di essere al servizio del Paese, impegnandoci sempre più, sul piano culturale e formativo, in favore della famiglia. Come cittadini e come cattolici affermiamo che ciò che è bene per la famiglia è bene per il Paese. Perciò la difenderemo con le modalità più opportune da ogni tentativo di indebolirla sul piano sociale, culturale o legislativo. E chiederemo politiche sociali audaci e impegnative. Il nostro è un grande sì alla famiglia che, siamo certi, incontra la ragione e il cuore degli italiani.

Roma, 19 marzo 2007Hanno sottoscritto il ManifestoForum delle associazioni Familiari - Giovanni Giacobbe, presidenteACI - Luigi Alici, presidenteACLI - Andrea Olivero,pesidenteCammino Neocatecumenale - Chico Arguello, fondatoreCentro Sportivo Italiano - Edio Costantini, presidenteCIF - Anna Maria Pastorino, presidenteCNAL - Consulta Nazionale Aggregazioni Laicali - Gino Doveri, segretario generaleCo.Per.Com - Franco Mugerli, presidenteCol diretti - Sergio Marini, presidenteComunione e Liberazione - Giancarlo Cesana, responsabile nazionaleComunità di Sant’Egidio - Mario Marazziti, portavoceFamiglie Nuove - Alberto Friso, presidenteMCL - Carlo Costalli, presidenteMisericordie - Gianfranco Gambelli, presidenteMpV - Carlo Casini, presidenteRetinopera - Paola Bignardi, presidenteRnS - Salvatore Martinez, presidenteAssociazione Guide Scouts d’Europa cattolici - Solideo Saracco, presidenteUnione Giuristi Cattolici Italiani - Francesco D’Agostino, presidenteAssociazione Medici Cattolici Italiani - Vincenzo Saraceni, presidenteUnitalsi - Antonio Diella, presidente

 

Dico: la punta di una sfida epocale

Stefano Filippi

Organizzato dalla Fondazione per la Sussidiarietà un seminario sul tema: "Dico: una mutazione antropologica?". Attorno al tavolo giuristi e teologi, psicologi e filosofi, scienziati e responsabili di opere sociali«Sarà una guerra lunga e generale»: Giancarlo Cesana non è uno che gira attorno alle questioni. Parla dei Dico, cioè delle norme sulle coppie di fatto proposte dal governo Prodi: tuttavia il campo di battaglia è molto più vasto. Parla in un seminario voluto dalla Fondazione per la Sussidiarietà dal titolo: "Dico: una mutazione antropologica?". Non una riunione accademica sugli aspetti tecnico-giuridici della legge, né un vertice strategico per mobilitare le truppe. Una ventina di persone (giuristi e teologi, psicologi e filosofi, scienziati e responsabili di opere sociali) radunate da Giorgio Vittadini attorno a due domande: quale concezione dell’uomo emerge sia in chi propone sia in chi osteggia i Dico? E quale posizione nella società nasce da queste antropologie?Sacramento naturale Una famiglia sono un uomo e una donna uniti nel dono reciproco e aperti alla generazione di figli. È un dato di realtà, tant’è vero che - come ricorda don Roberto Colombo, professore di Biologia molecolare e genetica umana - il matrimonio è l’unico «sacramento naturale», cioè appartiene di diritto all’uomo in quanto creato. Ma oggi famiglia è anche un’unione omosessuale, un accordo patrimoniale, un patto che esclude terzi incomodi. «Viviamo in una cultura narcisistica - approfondisce Carmine Di Martino, docente di Filosofia alla Statale di Milano - che ha una concezione dell’uomo immaterialistica, virtuale: tenta di disincarnare l’animo per manipolare i corpi». E la legge, invece che regolare l’ordine delle cose, diventa un puro potere. Così ogni desiderio pretende di diventare diritto e rivendica tutela. «Quando il diritto è normazione del desiderio - dice Luca Antonini, ordinario di Dirittto costituzionale all’università di Padova - i diritti diventano insaziabili».In un mondo dove scienza e tecnologia rendono tutto possibile, questo potere diventa pressoché illimitato. La scrittrice Eugenia Roccella incita a «una battaglia contro l’utopia della perfezione e la dittatura della scienza, contro un mondo che allontana dal passato, desertifica il cuore, nega la maternità come radice della famiglia e azzera la creaturalità». Perché il paradosso è questo: si costruisce una società individualistica, ma potenzialmente totalitaria, tutta nelle mani di scienziati che non rispondono a nessuno. Negare le differenze Un mondo, aggiunge Eugenia Scabini, preside della facoltà di Psicologia della Cattolica, «che parla di accoglienza mentre annulla le differenze a partire da quella originaria tra uomo e donna, dimenticando che la famiglia non è una coppia, ma una triade: marito, moglie, figli. Oggi la differenza fa problema. E il matrimonio, cioè la scommessa di mettere assieme due differenze radicali, è il punto più sotto attacco». Altro paradosso, evidenziato da Giovanna Rossi, ordinario di Sociologia della famiglia alla Cattolica: «Si evita il matrimonio ma si vuole regolare le convivenze come fossero matrimoni. I Dico sono l’omaggio postumo all’istituzione che si rifiuta».All’origine della crisi che porta ai Dico, dice Vittadini, c’è anche «quel tradimento grave dell’idea di famiglia che è la famiglia borghese, dove l’unità non è fatta dal senso del destino, ma è un contratto, un possesso reciproco, una riduzione della gratuità e dell’apertura all’altro a una questione di rapporti patrimoniali». Quanto all’aspetto strettamente giuridico, Marta Cartabia, ordinario di Diritto pubblico all’Università Milano Bicocca e Lorenza Violini, ordinario di Diritto costituzionale alla Statale di Milano, sottolineano che la Costituzione propone un modello di famiglia «potentemente favorito da ben tre articoli che la tutelano in un modo che ha pochi uguali in Occidente. L’introduzione di un modello di convivenza simil-matrimoniale non sarebbe costituzionalmente tollerabile».«Guerra lunga e generale - prevede Cesana -. In discussione c’è proprio l’esperienza dell’uomo, la sua natura. Nelle battaglie dobbiamo andare al nocciolo della questione, quello che tiene insieme tutti gli altri. E il vero contraltare dell’ideologia si chiama speranza. È molto difficile scansare il problema di Gesù Cristo, non credo sia consentito. Cristo è la parola che più deve diventare un neologismo, un contenuto nuovo anche per i cattolici». Che spesso - l’osservazione è di Francesco Botturi, ordinario di Filosofia morale alla Cattolica- sono culturalmente sprovveduti di fronte al nichilismo oggi dominante. «Il progetto di Dio sulla famiglia dev’essere difeso socialmente», insiste Paola Soave con lo sguardo rivolto al Family-Day di Roma.Evidenze originali La prima cosa da riprendere, dunque, è il realismo che riconosce il dato naturale. Un passaggio importante anche per impostare il dialogo. Chiarisce don Stefano Alberto: «Più che rifarsi al diritto naturale nella difesa della famiglia, un concetto nato dal razionalismo che presenta ambiguità, meglio recuperare le "evidenze ed esperienze originali" di cui parlava don Giussani. Questo dato comune è il terreno su cui costruire il dialogo». «L’esperienza elementare - approfondisce don Julián Carrón - è affermazione del soggetto, ma non è soggettivismo, perché afferma l’esistenza di un dato di natura oggettivo. Che cosa può facilitare il riconoscimento di queste evidenze? Non un discorso corretto, non uno sforzo etico contro una legge, ma soltanto vedere persone compiute, unite. È la testimonianza di quella pienezza affettiva che si trova in ciò che corrisponde al cuore. Sembra pochissimo, ma è tanto perché questo è il metodo che il Mistero ha scelto per cominciare a cambiare qualcosa». La sfida dei Dico diventa dunque la punta di una sfida epocale che - sono parole di Carrón - «può consentire di far scoprire la novità del cristianesimo in questo tempo».

 

 

Nota dei vescovi italiani

Pubblichiamo la "Nota del Consiglio Episcopale Permanente a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto" L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a vantaggio del bene comune. La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori, raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale Permanente «approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire l’azione convergente dei Vescovi» (Statuto Cei, art. 23, b).Non abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti, insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna. Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli. Anche per la società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile, tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr. artt. 29 e 31). Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile. A partire da queste considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea mentalità e costume. Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso, perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è insuperabile. Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza. Siamo consapevoli che ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare. Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo con l’insegnamento del Papa nella sua recente esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis: «I politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana», tra i quali rientra «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» (n. 83). «I Vescovi - continua il Santo Padre - sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato» (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto. In particolare ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10). Il fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società» (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).Comprendiamo la fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in politica. Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.

Roma, 28 marzo 2007I Vescovi del Consiglio Permanente della Cei

I Vescovi del Consiglio Permanente della Cei

 


Famiglia: qualcosa di più e di diverso


A. Simoncini e V. Tondi della Mura


La Costituzione italiana è chiarissima: la famiglia gode di diritti che altri legami non possono avere. È la prima cellula della società. Per questo i Dico costituzionalmente non vanno

La Costituzione italiana ha una chiarissima preferenza per la famiglia; non bisogna essere giuristi o avvocati, basta leggere gli articoli 29, 30 e 31 (vedi box) per rendersi conto del fatto che la nostra Carta fondamentale richiede una disciplina di vantaggio per le famiglie. Quello su cui oggi si riflette meno è perché è così.
Innanzitutto la considerazione della famiglia è la diretta espressione dell’opzione culturale che i Costituenti assunsero a favore della persona umana nella totalità delle proprie esigenze costitutive; una persona considerata «non in astratto, come una questione di natura puramente celestiale ed eterea, ma come la pietra angolare dell’edificio politico» (Giorgio La Pira, Assemblea Costituente).
Nella nostra Costituzione c’è una espressa continuità fra principio personalista, principio pluralista, struttura dell’assetto sociale e istituzionale e, infine, conformazione della stessa “Repubblica”. Si tratta di una “gradualità”, per cui si ascende man mano dalla persona umana fino allo Stato, passando attraverso quelle «formazioni sociali intermedie che sono una realtà naturale ed etica di cui lo Stato deve tener conto» (Aldo Moro, Assemblea Costituente). È fra queste realtà, per l’appunto, che si colloca la famiglia. Essa è una «società naturale» e questa formula la propose (sarà bene ricordarlo) Palmiro Togliatti alla Costituente.
Ma che vuol dire famiglia? Qualsiasi unione tra due persone è famiglia? Indipendentemente da sesso, stabilità, responsabilità? Questo è un altro punto su cui sarebbe bene conoscere la nostra Costituzione.

Valenza affettiva
La nostra Costituzione esprime e si basa su di una ben precisa idea di famiglia.
Innanzitutto, essa valorizza la valenza affettiva di questo nucleo sociale, che comporta un legame fra i singoli componenti non settoriale, ma integrale, secondo la totalità delle loro persone; per altro verso, la famiglia è una cellula della società (come dice anche l’art. 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite) nel senso di prima ed elementare proiezione sociale dell’uomo, di comunità-base ove realizza se stesso non solo come singolo, ma anche come membro di un gruppo e, dunque, come essere relazionale, capace di accettare e amare il diverso da sé.
Ma la famiglia della Costituzione è «fondata sul matrimonio» e questo la differenzia dalle altre forme di convivenza, in cui, come dice la Corte costituzionale, è riconosciuto «maggiore spazio (...) alla soggettività individuale dei conviventi».
La famiglia è una «stabile istituzione sovraindividuale» e, in quanto fondata sul matrimonio, presuppone la diversità dei sessi, la stabilità del rapporto, la titolarità di diritti correlati a specifici obblighi e doveri; proprio per questa sua peculiarità la Corte costituzionale ha riconosciuto che le esigenze di tutela tipiche «dell’istituzione familiare», si sommano a quelle di protezione delle «relazioni affettive individuali e dei rapporti di solidarietà personali», proprie di ogni altra forma di convivenza, caratterizzandole ulteriormente (C. cost., n. 8/1996).
Insomma, la famiglia è qualcosa di più e di diverso rispetto alle forme di convivenza o solidarietà interpersonali che, peraltro, sono assolutamente libere nel nostro Paese.
Proprio perché qualcosa di più e di diverso, dice la Costituzione, non solo essa va trattata diversamente, ma va favorita.
Gli articoli 29, 30 e 31 che abbiamo citato (ma, potremmo aggiungerne altri) prevedono l’obbligo per i Governi e i Parlamenti di attuare politiche sociali in sostegno della famiglia, obblighi che, come tutti sappiamo, oggi sono realizzati solo in minima parte. Orbene, dinanzi a questo obbligo costituzionale di sostegno e promozione della famiglia il Governo oggi propone i Dico.

Diritto di convivenza
Di che si tratta? Innanzitutto una primissima osservazione per evitare ogni equivoco.
In Italia esiste per chiunque il diritto di convivere più o meno stabilmente con chicchessia e di qualsiasi sesso. Va dunque radicalmente respinta l’idea secondo cui i Dico servano a riconoscere il “diritto alla convivenza”, dal momento che ognuno, per la nostra Costituzione, ha questo diritto tra le sue libertà fondamentali.
Dunque, al di là del titolo, che ovviamente non può cambiare il contenuto di una legge, la proposta di legge del Governo ha per oggetto non il riconoscimento della facoltà di convivere, ma l’attribuzione di una serie di agevolazioni - dunque tecnicamente, la promozione - di una serie di unioni che nulla hanno a che vedere con la famiglia di cui abbiamo parlato sinora.
Quali sono queste agevolazioni? Alcune, in realtà, sono già previste dalla giurisprudenza che ha esteso alle convivenze more uxorio (cioè a quelle convivenze che sono simili alla famiglia e, proprio perchè simili alla famiglia) alcune facoltà (ad esempio la successione del convivente nel contratto di locazione); per queste parti la proposta è semplicemente riproduttiva di quello che già c’è. Ma i punti centrali del disegno sono altri: la possibilità di avere accesso alla successione legittima (se muore il convivente l’altro convivente ha diritto, comunque, ad una quota del suo patrimonio) ovvero alla pensione di reversibilità (secondo forme previste dalla riforma delle pensioni). Queste, come tutti sanno, sono conseguenze giuridiche che derivano dall’esistenza di un rapporto familiare; sono, cioè, facoltà garantite a chi s’impegna in un rapporto del genere che abbiamo visto esaminando la Costituzione, eterosessuale, tendenzialmente stabile, fonte di diritti, di responsabilità e obblighi.

Fenomeni differenti
A chi sono garantite queste agevolazioni nella proposta Dico? A qualsiasi coppia di «persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi che convivono stabilmente e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale», richiedendo, in alcuni casi, che la convivenza debba esistere da un certo numero di anni.
Questa coppia è una famiglia? Certo che no. La possibilità che siano dello stesso sesso e la possibilità di dichiarare in qualsiasi momento unilateralmente l’insussistenza della convivenza rendono questi due fenomeni assolutamente diversi. Attenzione: non uno lecito e uno illecito, ma semplicemente del tutto differenti. Estendere, dunque, a una cosa che non è famiglia un trattamento di favore quale quello previsto dalla proposta Dico vìola clamorosamente la Costituzione italiana sotto numerosi punti di vista.
Innanzitutto, viola il principio di eguaglianza; l’art. 3 impone di trattare allo stesso modo cose eguali e in modo diverso cose diverse, altrimenti, diciamo noi giuristi, la disciplina è incostituzionale in quanto irragionevole.
In secondo luogo, vìola gli articoli 29, 30, 31 etc. sia perché accorda un trattamento di favore, che la Costituzione attribuisce alla famiglia, a forme di convivenza che familiari non sono - né vogliono esserlo, questo è il punto -. Ma, soprattutto, perché, se venisse approvato, le persone che vogliono avviare una vita assieme verrebbero poste dinanzi a una alternativa, in cui - visti i pro e i contro - la scelta della famiglia, con i suoi diritti e doveri, sarebbe chiaramente scoraggiata a favore del modello Dico, realizzando così esattamente il contrario di quello che si legge in quegli articoli della Costituzione.
L’idea su cui si fonda la nostra Costituzione, secondo cui la società si regge su una cellula costitutiva che è la famiglia, perché essa è in grado di generare legami, coesione, assunzione di responsabilità, a noi appare non solo valida normativamente, ma oggi tutt’altro che superata. Basta pensare agli anni che ci aspettano, alle sfide e alla struttura sociale dell’Italia, per capire che coesione, capacità di accettare le differenze, amore per la diversità coniugato a responsabilità per ciò che si genera, senso del dovere come altra faccia del diritto, sono proprio gli elementi decisivi di cui abbiamo bisogno per affrontare il futuro.

* Ordinario di Diritto costituzionale, Università di Firenze
** Ordinario di Diritto costituzionale, Università del Salento



Dalla Costituzione
Art. 29.
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Art. 30.
È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

Art. 31.
La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

 

Accogliere l'altro nella gratuità

Marina Mazzi

Venticinque anni fa nasceva l’associazione Famiglie per l’accoglienza. All’origine era costituita solo da famiglie adottive e affidatarie. Negli anni si è aperta ad altre forme di accoglienza L’associazione Famiglie per l’accoglienza si compone di famiglie che accolgono nella loro casa, temporaneamente o definitivamente, una o più persone che hanno bisogno di una famiglia. Sentirsi accolti e amati è un’esperienza indispensabile per la crescita integrale di una persona e la famiglia è il primo ambito naturalmente accogliente. La società considera l’esperienza familiare un fatto privato, da vivere in modo chiuso e geloso e ne influenza la struttura ponendo modelli molto diversi rispetto la tradizione. L’associazione si prefigge di aiutare ad approfondire e diffondere il valore della famiglia anche come soggetto sociale. Da statuto ha come scopo «valorizzare, sostenere e diffondere l’accoglienza di minori e adulti in difficoltà, a partire dall’esperienza cristiana della vita» nelle forme più diverse, in particolare adozione, affido, ospitalità verso membri "deboli" della famiglia e verso adulti. L’obbiettivo precipuo è pertanto il sostegno ai nuclei familiari che aprono le loro abitazioni alle persone in difficoltà: bambini con famiglie problematiche, anziani soli, parenti di ammalati in cura presso ospedali distanti dalle loro città, studenti o giovani lontani dalle loro famiglie d’origine. Essa ha a cuore l’accompagnamento e l’educazione permanente dell’adulto nell’esperienza di accoglienza familiare, rafforzandone costantemente le ragioni attraverso una rete di rapporti di amicizia che permetta tra l’altro anche un vicendevole scambio di supporti e azioni concrete nel quotidiano.Portatori di un beneLe forme di accoglienza sono dunque diverse, quello che le unifica è l’apertura dell’ambito familiare per accogliere, nella concreta quotidianità della casa, una persona "estranea", qualcuno che non rientra nel corrente modello di famiglia mononucleare. Al cuore di questa grande rete di solidarietà, c’è soprattutto un’amicizia tra persone assolutamente normali, persone che hanno deciso di vivere appieno la propria vocazione di mariti, mogli e genitori e hanno capito più profondamente cosa vuol dire accoglienza. «La coscienza che ci ha permesso un impegno stabile negli anni, attraverso la comunicazione di una concezione del valore della persona come unica e irripetibile, portatrice di un desiderio di compimento e di felicità e di un compito di costruzione nel mondo. Il punto di partenza della nostra iniziativa non è stato in prima battuta l’urto della negatività delle condizioni di chi chiedeva ospitalità nelle nostre case, bensì il sentimento di noi stessi come portatori di un bene, reso possibile dal vivere noi stessi l’esperienza di essere accolti, condizione necessaria per percepire la propria persona, il proprio essere, come una ricchezza e un valore. L’esperienza di cui parliamo è dunque sorta sull’esempio di un’umanità capace di accogliere che ha suscitato in altri la medesima capacità d’accoglienza, comunicandone le ragioni e svelando la natura della persona e del suo bisogno. Per queste ragioni la disponibilità degli individui e delle famiglie accoglienti non si è palesata come il risultato di una singolare predisposizione o di un singolo eroismo o ancora in qualità di un impegno specialistico, ma come l’espressione di una dimensione della persona che nasce dalla coscienza di essere stati essi stessi accolti, aprendo alla capacità di ospitare altri senza alcuna pretesa. Dal racconto dei soci della associazione emerge che essi hanno iniziato ad accogliere perché percepivano l’esperienza affettiva della propria famiglia come un luogo portatore di una positività che poteva essere fruibile anche da altri. L’accoglienza si esprime così in gesti di ospitalità il cui valore permane per sempre perché non sono vincolati a risultati attesi, ma riguardano la natura dei soggetti implicati: si tratta innanzi tutto di un incontro fra persone la cui forma si potrà modificare ma che rimane nel tempo come fatto indelebile». (da: La dimora ritrovata, Liguori editore)* Presidente Famiglie per l’accoglienza

 

La storia e lo sviluppo

Marina Mazzi

Nel 1982, alcune famiglie che da anni vivevano esperienze di accoglienza di bambini hanno sentito l’esigenza di condividerle e di approfondirne il senso. L’associazione si è costituita a Milano e inizialmente raccoglieva solo famiglie adottive o affidatarie; sono state poi le concrete circostanze, gli incontri e le emergenze che hanno dettato nuove forme di accoglienza e allargato l’associazione ad altre esperienze, anche in sedi internazionali. Esperienze significative al riguardo fatte nel passato sono state: l’ospitalità per cinque anni di bambini rumeni in vacanza o il sostegno dato da oltre 300 famiglie italiane all’ accoglienza fatta da famiglie croate ai tempi della guerra, o lo sviluppo di una rete di famiglie accoglienti attorno a una casa-famiglia a Belo Horizonte in Brasile. Un’esperienza che tuttora permane, è l’ospitalità di parenti di ammalati ricoverati in grandi ospedali; e più recentemente, la crescita di gruppi di mutuo aiuto nell’accoglienza dei genitori anziani, il coinvolgimento di molte famiglie con minori disabili avvenuto con l’ incontro e la diffusione della associazione "amici di Giovanni", da alcuni anni parte integrante di Famiglie per l’accoglienza, la nascita di case-famiglia.Attualmente l’associazione è presente in tutta Italia, con associazioni regionali costituite. Gruppi di famiglie seguono l’attività dell’associazione anche in Brasile, Argentina, Irlanda, Romania, Spagna, Svizzera e Lituania.Altre attività dell’associazione sono gli incontri pubblici tematici sulle singole aree, i seminari formativi residenziali, attività di segretariato sociale, l’orientamento psicologico e momenti di convivenza per le famiglie. Nel 2005 sono stati realizzati 203 nuovi affidi familiari, di cui 132 residenziali e 71 a tempo parziale; 197 sono le famiglie adottive che stabilmente partecipano alla vita associativa; 2 le case famiglia realizzate a oggi in Italia e 3 all’estero. L’associazione si avvale del lavoro a tempo parziale di 6 operatori (professionisti in campo psico-sociale), e della collaborazione volontaria di altri 20.Avendo avuto a cuore di stampare sempre gli atti dei seminari, incontri pubblici, convegni, vanta ora al proprio attivo una grande quantità di materiale formativo e culturale fruibile da chiunque, presso le sedi dell’associazione. Alcuni di questi testi sono stati destinati all’editoria e il suo sforzo maggiore da questo punto di vista è Il miracolo dell’ospitalità (ed. Piemme) di don Luigi Giussani.I suoi membri sono inviati stabilmente a tavoli di ordine istituzionale (piani di zona, piani affido, sia sui livelli locali che nazionali) e la collaborazione fattiva con comuni, servizi sociali, province e associazioni del terzo settore è ormai una realtà consolidata. Con tali soggetti si costruiscono percorsi formativi e si individuano risposte a bisogni concreti.Aderisce alla Fis - Federazione dell’Impresa Sociale di Compagnia delle Opere, al Forum delle Associazioni familiari e alla Foam (Federazione opere accoglienza minori).Da anni è presente al Meeting di Rimini con un proprio stand e con l’organizzazione di un incontro che rientra nel programma del Meeting stesso, avendo a cuore di testimoniare un’esperienza in atto e nel contempo il desiderio di seguire e imparare sempre più il carisma che le ha dato origine.

Associazione Famiglie per l’accoglienza

Via Macedonio Melloni 27 - 20129 Milano / Tel. 02/70006152fax 02/70006156 /

e-mail: segreteria@famiglieperaccoglienza.itwww.famiglieperaccoglienza.it

 

Una storia lunga venticinque anni

Giuseppe Zola

Nel 1982, dall’esigenza di difendere l’esistenza e la libertà della famiglia, nasce il Sidef. L’apporto fondamentale dell’esortazione apostolica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II Il Sindacato delle famiglie è nato, nel 1982, da una forte discussione in famiglia, che si concluse con l’evidenza - mia e di Adriana, mia moglie -, che il soggetto familiare era da difendere, sia dalla non sufficiente coscienza di sé e delle proprie potenzialità sia dalla cultura dominante che la riduce e banalizza. E ciò perché la famiglia è il luogo della libertà. Essa, infatti, nasce da un sì libero, voluto e definitivo; si alimenta attraverso un libero darsi vicendevole; si espande con una libera accettazione di una fecondità operativa; vive sulla base della libera solidarietà tra i suoi componenti. L’esperienza di libertà che la famiglia permette e alimenta non può essere intaccata da nessun tiranno. Per questo, difendere la famiglia significa difendere un luogo concreto in cui si può fare esperienza non solo di una libertà di scelta, ma anche, in particolare, di una libertà creativa e protagonista nella propria assunzione di responsabilità, sia nel compito educativo che in quello culturale che in quello di solidarietà e sussidiarietà, di cui la famiglia è il soggetto privilegiato. In questa direzione, la famiglia stessa trova vantaggio e alimento non solo per sé, ma anche per il vantaggio e l’incremento di una intera società, che così può riconoscersi finalmente popolo. Tutto ciò era già chiaro nel 1982 e, quindi, quella discussione terminò con una comune esclamazione: «La famiglia deve difendere se stessa e quindi, allora, facciamo un sindacato delle famiglie». E così si cominciò con un gruppo di amici, con la spinta entusiasta di don Giussani e con il sostegno poderoso della Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, pubblicata proprio in quel periodo. Quest’ultimo documento descrive in modo mirabile l’iter dell’esperienza umana nella famiglia, che va dagli aspetti più intimi fino alle responsabilità sociali e politiche. È bene che il Sidef continui tenendo vive le ragioni dell’origine, sia nell’essere protagonista nelle proprie battaglie sia nel testimoniare l’originalità positiva e irriducibile dell’esperienza educativa da cui è nato.

 

Le prime grandi battaglie

Paola Soave  

All’inizio della nostra esperienza cominciammo trovandoci a leggere insieme un testo che diventò subito per noi molto importante: l’esortazione apostolica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II uscita alla fine del 1981. Ci colpì in modo particolare la responsabilità sociale, non solo privata, che il Papa conferiva alla famiglia. Furono le sue parole a farci decidere; dal dono della nostra esperienza, resa possibile dall’educazione ricevuta nel movimento e dalla quotidianità della nostra compagnia, da questo dono doveva nascere un’iniziativa pubblica che aiutasse tutte le famiglie a non essere culturalmente e politicamente penalizzate nelle loro scelte familiari. Così nacque il Sindacato delle famiglie.Le prime grandi questioni su cui il Sidef puntò la sua attenzione furono quattro:

1. La riforma fiscale: si voleva che fosse realizzata tenendo conto che i redditi e le conseguenti tassazioni fossero realmente commisurati ai diversi carichi familiari, il cui peso è determinante per valutare le reali capacità contributive di una famiglia.2. La libertà di educazione: occorreva garantire un effettivo pluralismo nelle e delle istituzioni scolastiche, assicurando ai genitori una reale capacità di scelta del progetto educativo per i propri figli anche sotto l’aspetto finanziario.3. Problema dei mass media: si voleva che fossero più rispettosi dei diritti della famiglia e dei minori. Il Sidef fu il primo soggetto a proporre un concreto codice di autoregolamentazione che rispondesse a queste esigenze.4. Predisposizioni di leggi regionali organiche sulla famiglia che riconoscessero il ruolo insostituibile delle funzioni delle famiglie. La Regione Lombardia si è ora dotata di una legge (la L.R. 23/99, «Politiche regionali per la famiglia» del dicembre 1999) che non solo era la creazione di politici illuminati, ma il punto d’arrivo di un lavoro che abbiamo proposto alla Regione fin dall’inizio degli anni 90 e che, dopo anni di confronto serrato e stringente, ha portato ad accogliere il progetto di legge del Sidef, diventato poi legge della Regione Lombardia. Lo stesso lavoro tenace ha portato all’approvazione di leggi analoghe in altre regioni.Un altro passaggio molto importante per la vita dell’associazione è stata la sfida dell’unità, rispondere all’invito fatto dalla Chiesa italiana di non restare una delle voci in difesa della famiglia, ma di "diventare coro", insieme, così, fin dall’inizio, (nel 1993) il Sidef è entrato a far parte del Forum delle associazioni familiari portandovi tutta la sua passione e la sua specificità.

 

Il Sidef oggi

Caterina Tartaglione

In questi anni il Sindacato delle famiglie ha svolto un assiduo lavoro di studio e ha promosso incontri e convegni per sensibilizzare l’opinione pubblica. Ha avviato inoltre centri di consulenza al servizio del nucleo familiare, necessari specie in un Paese come il nostro in cui ad assegni familiari irrisori e detrazioni fiscali bassissime si abbina la mancanza di una politica familiare adeguata. Una politica con la quale il Sidef dialoga fin dalla sua origine e che parte dalla coscienza di una identità chiara, maturata dentro l’appartenenza al movimento di Cl in un rapporto continuo di confronto e aiuto. Da qui emerge sempre più chiaramente il tipo di contributo che quest’opera può apportare alla società partendo dall’esperienza che ciascuno di noi fa. È questo un compito grandioso perché non può nascere che da un’amicizia tra noi capace di innestarsi in modo cordiale nelle realtà in cui ci imbattiamo, valorizzando quanto di positivo incontriamo, creando una trama di rapporti e di legami anche con persone di altre associazioni con cui si diventa amici. Sono nate così tante iniziative concrete. Solo qualche esempio. La raccolta di firme (in 2 mesi più di 15.000) e l’invio di migliaia di cartoline alla Regione Friuli-Venezia Giulia perché nella legge regionale sulla famiglia fosse inserita la voce «famiglia fondata sul matrimonio»; l’attività del Sidef di Catania è rivolta a sostenere tramite il Banco di Solidarietà 60 famiglie povere alle quali vengono consegnati regolarmente viveri, vestiti, medicinali, oltre che alla promozione di incontri e momenti formativi per genitori; a Pesaro è stato aperto, favoriti dall’ospitalità della CdO locale, uno "sportello famiglia", luogo in grado di accogliere, accompagnare e rispondere ai diversi bisogni che emergono nell’ambito delle problematiche familiari, avvalendoci di figure professionali come psicologi o consulenti legali e fiscali. Mai come oggi la famiglia è minacciata da una cultura così ostile nei suoi confronti: chi, come noi, ha fatto esperienza di quanto la vita coniugale sia l’occasione di approfondire la propria vocazione, sente l’urgenza di trasmettere questa positività specialmente ai giovani genitori che spesso si trovano a dover sostenere situazioni sempre più difficili di conciliazione tra lavoro e cura familiare, urgenze economiche e quant’altro. Allora è importante creare luoghi associativi e comunitari capaci di fare compagnia, capaci di superare quelle condizioni che rendono oggi le famiglie facilmente vulnerabili. *presidente del Sidef

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