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Dico: la punta
di una sfida epocale
Stefano Filippi |
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Nota dei vescovi
italiani |
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Famiglia:
qualcosa di più
e di diverso
A. Simoncini e V. Tondi della Mura |
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Accogliere l'altro nella gratuità Marina
Mazzi |
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La storia e lo sviluppo
Marina Mazzi |
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Manifesto - Più
Famiglia |
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Una storia lunga venticinque anni
Giuseppe Zola |
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Le prime grandi battaglie
Paola
Soave |
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Il Sidef
oggi
Caterina Tartaglione |
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Manifesto - Più famiglia
La famiglia è un bene umano fondamentale dal quale
dipendono l’identità e il futuro delle persone e della comunità
sociale. Solo nella famiglia fondata sull’unione stabile di un uomo e
una donna, e aperta a un’ordinata generazione naturale, i figli
nascono e crescono in una comunità d’amore e di vita, dalla quale
possono attendersi un’educazione civile, morale e religiosa. La
famiglia ha meritato e tuttora esige tutela giuridica pubblica,
proprio in quanto cellula naturale della società e nucleo originario
che custodisce le radici più profonde della nostra comune umanità e
forma alla responsabilità sociale. Non a caso i più importanti
documenti sui diritti umani qualificano la famiglia come «nucleo
fondamentale della società e dello Stato».Anche in Italia la famiglia
risente della crisi dell’Occidente - diminuzione dei matrimoni e
declino demografico - e le sue difficoltà incidono sul benessere della
società, ma allo stesso tempo essa resta la principale risorsa per il
futuro e verso di essa si rivolge il legittimo desiderio di felicità
dei più giovani. Nel loro disagio leggiamo una forte nostalgia di
famiglia. Senza un legame stabile di un padre e di una madre, senza
un’esperienza di rapporti fraterni, crescono le difficoltà di
elaborare un’identità personale e maturare un progetto di vita aperto
alla solidarietà e all’attenzione verso i più deboli e gli anziani.
Aiutiamo i giovani a fare famiglia. A partire da queste premesse
antropologiche, siamo certi che la difesa della famiglia fondata sul
matrimonio sia compito primario per la politica e per i legislatori,
come previsto dagli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione. Chiediamo
al Parlamento di attivare - da subito - un progetto organico e
incisivo di politiche sociali in favore della famiglia: per rispetto
dei principi costituzionali, per prevenire e contrastare dinamiche di
disgregazione sociale, per porre la convivenza civile sotto il segno
del bene comune. L’emergere di nuovi bisogni merita di essere
attentamente considerato, ma auspichiamo che il legislatore non
confonda le istanze delle persone conviventi con le esigenze
specifiche della famiglia fondata sul matrimonio e dei suoi membri. Le
esperienze di convivenza, che si collocano in un sistema di assoluta
libertà già garantito dalla legislazione vigente, hanno un profilo
essenzialmente privato e non necessitano di un riconoscimento pubblico
che porterebbe inevitabilmente a istituzionalizzare diversi e
inaccettabili modelli di famiglia, in aperto contrasto con il dettato
costituzionale. Poiché ogni legge ha anche una funzione pedagogica,
crea costume e mentalità, siamo convinti che siano sufficienti la
libertà contrattuale ed eventuali interventi sul Codice civile per
dare una risposta esauriente alle domande poste dalle convivenze non
matrimoniali. Come cittadini di questo Paese avvertiamo il dovere
irrinunciabile di spenderci per la tutela e la promozione della
famiglia, che costituisce un bene umano fondamentale. Come cattolici
confermiamo la volontà di essere al servizio del Paese, impegnandoci
sempre più, sul piano culturale e formativo, in favore della famiglia.
Come cittadini e come cattolici affermiamo che ciò che è bene per la
famiglia è bene per il Paese. Perciò la difenderemo con le modalità
più opportune da ogni tentativo di indebolirla sul piano sociale,
culturale o legislativo. E chiederemo politiche sociali audaci e
impegnative. Il nostro è un grande sì alla famiglia che, siamo certi,
incontra la ragione e il cuore degli italiani.
Roma, 19 marzo 2007Hanno sottoscritto il
ManifestoForum delle associazioni Familiari - Giovanni Giacobbe,
presidenteACI - Luigi Alici, presidenteACLI - Andrea Olivero,pesidenteCammino
Neocatecumenale - Chico Arguello, fondatoreCentro Sportivo
Italiano - Edio Costantini, presidenteCIF - Anna Maria Pastorino,
presidenteCNAL - Consulta Nazionale Aggregazioni Laicali - Gino
Doveri, segretario generaleCo.Per.Com - Franco Mugerli,
presidenteCol diretti - Sergio Marini, presidenteComunione e
Liberazione - Giancarlo Cesana, responsabile nazionaleComunità di
Sant’Egidio - Mario Marazziti, portavoceFamiglie Nuove - Alberto
Friso, presidenteMCL - Carlo Costalli, presidenteMisericordie -
Gianfranco Gambelli, presidenteMpV - Carlo Casini,
presidenteRetinopera - Paola Bignardi, presidenteRnS - Salvatore
Martinez, presidenteAssociazione Guide Scouts d’Europa cattolici -
Solideo Saracco, presidenteUnione Giuristi Cattolici Italiani -
Francesco D’Agostino, presidenteAssociazione Medici Cattolici
Italiani - Vincenzo Saraceni, presidenteUnitalsi - Antonio Diella,
presidente

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Dico: la punta di una sfida
epocale
Stefano Filippi
O rganizzato
dalla Fondazione per la Sussidiarietà un seminario sul tema: "Dico:
una mutazione antropologica?". Attorno al tavolo giuristi e teologi,
psicologi e filosofi, scienziati e responsabili di opere sociali«Sarà
una guerra lunga e generale»: Giancarlo Cesana non è uno che gira
attorno alle questioni. Parla dei Dico, cioè delle norme sulle coppie
di fatto proposte dal governo Prodi: tuttavia il campo di battaglia è
molto più vasto. Parla in un seminario voluto dalla Fondazione per la
Sussidiarietà dal titolo: "Dico: una mutazione antropologica?". Non
una riunione accademica sugli aspetti tecnico-giuridici della legge,
né un vertice strategico per mobilitare le truppe. Una ventina di
persone (giuristi e teologi, psicologi e filosofi, scienziati e
responsabili di opere sociali) radunate da Giorgio Vittadini attorno a
due domande: quale concezione dell’uomo emerge sia in chi propone sia
in chi osteggia i Dico? E quale posizione nella società nasce da
queste antropologie?Sacramento naturale Una famiglia sono un
uomo e una donna uniti nel dono reciproco e aperti alla generazione di
figli. È un dato di realtà, tant’è vero che - come ricorda don Roberto
Colombo, professore di Biologia molecolare e genetica umana - il
matrimonio è l’unico «sacramento naturale», cioè appartiene di diritto
all’uomo in quanto creato. Ma oggi famiglia è anche un’unione
omosessuale, un accordo patrimoniale, un patto che esclude terzi
incomodi. «Viviamo in una cultura narcisistica - approfondisce Carmine
Di Martino, docente di Filosofia alla Statale di Milano - che ha una
concezione dell’uomo immaterialistica, virtuale: tenta di disincarnare
l’animo per manipolare i corpi». E la legge, invece che regolare
l’ordine delle cose, diventa un puro potere. Così ogni desiderio
pretende di diventare diritto e rivendica tutela. «Quando il diritto è
normazione del desiderio - dice Luca Antonini, ordinario di Dirittto
costituzionale all’università di Padova - i diritti diventano
insaziabili».In un mondo dove scienza e tecnologia rendono tutto
possibile, questo potere diventa pressoché illimitato. La scrittrice
Eugenia Roccella incita a «una battaglia contro l’utopia della
perfezione e la dittatura della scienza, contro un mondo che allontana
dal passato, desertifica il cuore, nega la maternità come radice della
famiglia e azzera la creaturalità». Perché il paradosso è questo: si
costruisce una società individualistica, ma potenzialmente
totalitaria, tutta nelle mani di scienziati che non rispondono a
nessuno. Negare le differenze Un mondo, aggiunge Eugenia
Scabini, preside della facoltà di Psicologia della Cattolica, «che
parla di accoglienza mentre annulla le differenze a partire da quella
originaria tra uomo e donna, dimenticando che la famiglia non è una
coppia, ma una triade: marito, moglie, figli. Oggi la differenza fa
problema. E il matrimonio, cioè la scommessa di mettere assieme due
differenze radicali, è il punto più sotto attacco». Altro paradosso,
evidenziato da Giovanna Rossi, ordinario di Sociologia della famiglia
alla Cattolica: «Si evita il matrimonio ma si vuole regolare le
convivenze come fossero matrimoni. I Dico sono l’omaggio postumo
all’istituzione che si rifiuta».All’origine della crisi che porta ai
Dico, dice Vittadini, c’è anche «quel tradimento grave dell’idea di
famiglia che è la famiglia borghese, dove l’unità non è fatta dal
senso del destino, ma è un contratto, un possesso reciproco, una
riduzione della gratuità e dell’apertura all’altro a una questione di
rapporti patrimoniali». Quanto all’aspetto strettamente giuridico,
Marta Cartabia, ordinario di Diritto pubblico all’Università Milano
Bicocca e Lorenza Violini, ordinario di Diritto costituzionale alla
Statale di Milano, sottolineano che la Costituzione propone un modello
di famiglia «potentemente favorito da ben tre articoli che la tutelano
in un modo che ha pochi uguali in Occidente. L’introduzione di un
modello di convivenza simil-matrimoniale non sarebbe
costituzionalmente tollerabile».«Guerra lunga e generale - prevede
Cesana -. In discussione c’è proprio l’esperienza dell’uomo, la sua
natura. Nelle battaglie dobbiamo andare al nocciolo della questione,
quello che tiene insieme tutti gli altri. E il vero contraltare
dell’ideologia si chiama speranza. È molto difficile scansare il
problema di Gesù Cristo, non credo sia consentito. Cristo è la parola
che più deve diventare un neologismo, un contenuto nuovo anche per i
cattolici». Che spesso - l’osservazione è di Francesco Botturi,
ordinario di Filosofia morale alla Cattolica- sono culturalmente
sprovveduti di fronte al nichilismo oggi dominante. «Il progetto di
Dio sulla famiglia dev’essere difeso socialmente», insiste Paola Soave
con lo sguardo rivolto al Family-Day di Roma.Evidenze originali
La prima cosa da riprendere, dunque, è il realismo che riconosce il
dato naturale. Un passaggio importante anche per impostare il dialogo.
Chiarisce don Stefano Alberto: «Più che rifarsi al diritto naturale
nella difesa della famiglia, un concetto nato dal razionalismo che
presenta ambiguità, meglio recuperare le "evidenze ed esperienze
originali" di cui parlava don Giussani. Questo dato comune è il
terreno su cui costruire il dialogo». «L’esperienza elementare -
approfondisce don Julián Carrón - è affermazione del soggetto, ma non
è soggettivismo, perché afferma l’esistenza di un dato di natura
oggettivo. Che cosa può facilitare il riconoscimento di queste
evidenze? Non un discorso corretto, non uno sforzo etico contro una
legge, ma soltanto vedere persone compiute, unite. È la testimonianza
di quella pienezza affettiva che si trova in ciò che corrisponde al
cuore. Sembra pochissimo, ma è tanto perché questo è il metodo che il
Mistero ha scelto per cominciare a cambiare qualcosa». La sfida dei
Dico diventa dunque la punta di una sfida epocale che - sono parole di
Carrón - «può consentire di far scoprire la novità del cristianesimo
in questo tempo».

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Nota dei vescovi italiani
Pubblichiamo la "Nota
del Consiglio Episcopale Permanente a riguardo della famiglia fondata
sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di
fatto" L’ampio dibattito che si è aperto intorno ai temi
fondamentali della vita e della famiglia ci chiama in causa come
custodi di una verità e di una sapienza che traggono la loro origine
dal Vangelo e che continuano a produrre frutti preziosi di amore, di
fedeltà e di servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante
famiglie. Ci sentiamo responsabili di illuminare la coscienza dei
credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione
cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale
e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a
vantaggio del bene comune. La Chiesa da sempre ha a cuore la famiglia
e la sostiene con le sue cure e da sempre chiede che il legislatore la
promuova e la difenda. Per questo, la presentazione di alcuni disegni
di legge che intendono legalizzare le unioni di fatto ancora una volta
è stata oggetto di riflessione nel corso dei nostri lavori,
raccogliendo la voce di numerosi Vescovi che si sono già pubblicamente
espressi in proposito. È compito infatti del Consiglio Episcopale
Permanente «approvare dichiarazioni o documenti concernenti problemi
di speciale rilievo per la Chiesa o per la società in Italia, che
meritano un’autorevole considerazione e valutazione anche per favorire
l’azione convergente dei Vescovi» (Statuto Cei, art. 23, b).Non
abbiamo interessi politici da affermare; solo sentiamo il dovere di
dare il nostro contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle
richieste di tanti cittadini che si rivolgono a noi. Siamo convinti,
insieme con moltissimi altri, anche non credenti, del valore
rappresentato dalla famiglia per la crescita delle persone e della
società intera. Ogni persona, prima di altre esperienze, è figlio, e
ogni figlio proviene da una coppia formata da un uomo e una donna.
Poter avere la sicurezza dell’affetto dei genitori, essere introdotti
da loro nel mondo complesso della società, è un patrimonio
incalcolabile di sicurezza e di fiducia nella vita. E questo
patrimonio è garantito dalla famiglia fondata sul matrimonio, proprio
per l’impegno che essa porta con sé: impegno di fedeltà stabile tra i
coniugi e impegno di amore ed educazione dei figli. Anche per la
società l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile,
tutelata dalla stessa Costituzione italiana (cfr. artt. 29 e 31).
Anzitutto per il bene della procreazione dei figli: solo la famiglia
aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società
perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. È quindi
interesse della società e dello Stato che la famiglia sia solida e
cresca nel modo più equilibrato possibile. A partire da queste
considerazioni, riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto
inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed
educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta,
l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia. Si
toglierebbe, infatti, al patto matrimoniale la sua unicità, che sola
giustifica i diritti che sono propri dei coniugi e che appartengono
soltanto a loro. Del resto, la storia insegna che ogni legge crea
mentalità e costume. Un problema ancor più grave sarebbe rappresentato
dalla legalizzazione delle unioni di persone dello stesso sesso,
perché, in questo caso, si negherebbe la differenza sessuale, che è
insuperabile. Queste riflessioni non pregiudicano il riconoscimento
della dignità di ogni persona; a tutti confermiamo il nostro rispetto
e la nostra sollecitudine pastorale. Vogliamo però ricordare che il
diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi tipo
di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici: ha invece il
fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali che vanno al
di là della dimensione privata dell’esistenza. Siamo consapevoli che
ci sono situazioni concrete nelle quali possono essere utili garanzie
e tutele giuridiche per la persona che convive. A questa attenzione
non siamo per principio contrari. Siamo però convinti che questo
obiettivo sia perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza
ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al
matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che
vorrebbe sanare. Una parola impegnativa ci sentiamo di rivolgere
specialmente ai cattolici che operano in ambito politico. Lo facciamo
con l’insegnamento del Papa nella sua recente esortazione apostolica
post-sinodale Sacramentum caritatis: «I politici e i legislatori
cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono
sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente
formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati
nella natura umana», tra i quali rientra «la famiglia fondata sul
matrimonio tra uomo e donna» (n. 83). «I Vescovi - continua il Santo
Padre - sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa
parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro
affidato» (ivi). Sarebbe quindi incoerente quel cristiano che
sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto. In particolare
ricordiamo l’affermazione precisa della Congregazione per la Dottrina
della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole
al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare
cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente
il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge»
(Considerazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede circa i
progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone
omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10). Il fedele cristiano è tenuto a
formare la propria coscienza confrontandosi seriamente con
l’insegnamento del Magistero e pertanto non «può appellarsi al
principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica,
favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia
delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società»
(Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina della Fede circa
alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei
cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).Comprendiamo la
fatica e le tensioni sperimentate dai cattolici impegnati in politica
in un contesto culturale come quello attuale, nel quale la visione
autenticamente umana della persona è contestata in modo radicale. Ma è
anche per questo che i cristiani sono chiamati a impegnarsi in
politica. Affidiamo queste riflessioni alla coscienza di tutti e in
particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi,
affinché si interroghino sulle scelte coerenti da compiere e sulle
conseguenze future delle loro decisioni. Questa Nota rientra nella
sollecitudine pastorale che l’intera comunità cristiana è chiamata
quotidianamente ad esprimere verso le persone e le famiglie e che
nasce dall’amore di Cristo per tutti i nostri fratelli in umanità.
Roma, 28 marzo 2007I Vescovi del Consiglio
Permanente della Cei
I Vescovi
del Consiglio Permanente della Cei

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Famiglia: qualcosa di più e di diverso
A. Simoncini e V. Tondi della Mura
La Costituzione italiana è chiarissima: la famiglia gode di diritti
che altri legami non possono avere. È la prima cellula della società.
Per questo i Dico costituzionalmente non vanno
La Costituzione italiana ha una chiarissima preferenza per la
famiglia; non bisogna essere giuristi o avvocati, basta leggere gli
articoli 29, 30 e 31 (vedi box) per rendersi conto del fatto che la
nostra Carta fondamentale richiede una disciplina di vantaggio per le
famiglie. Quello su cui oggi si riflette meno è perché è così.
Innanzitutto la considerazione della famiglia è la diretta espressione
dell’opzione culturale che i Costituenti assunsero a favore della
persona umana nella totalità delle proprie esigenze costitutive; una
persona considerata «non in astratto, come una questione di natura
puramente celestiale ed eterea, ma come la pietra angolare
dell’edificio politico» (Giorgio La Pira, Assemblea Costituente).
Nella nostra Costituzione c’è una espressa continuità fra principio
personalista, principio pluralista, struttura dell’assetto sociale e
istituzionale e, infine, conformazione della stessa “Repubblica”. Si
tratta di una “gradualità”, per cui si ascende man mano dalla persona
umana fino allo Stato, passando attraverso quelle «formazioni sociali
intermedie che sono una realtà naturale ed etica di cui lo Stato deve
tener conto» (Aldo Moro, Assemblea Costituente). È fra queste realtà,
per l’appunto, che si colloca la famiglia. Essa è una «società
naturale» e questa formula la propose (sarà bene ricordarlo) Palmiro
Togliatti alla Costituente.
Ma che vuol dire famiglia? Qualsiasi unione tra due persone è
famiglia? Indipendentemente da sesso, stabilità, responsabilità?
Questo è un altro punto su cui sarebbe bene conoscere la nostra
Costituzione.
Valenza affettiva
La nostra Costituzione esprime e si basa su di una ben precisa idea di
famiglia.
Innanzitutto, essa valorizza la valenza affettiva di questo nucleo
sociale, che comporta un legame fra i singoli componenti non
settoriale, ma integrale, secondo la totalità delle loro persone; per
altro verso, la famiglia è una cellula della società (come dice anche
l’art. 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle
Nazioni Unite) nel senso di prima ed elementare proiezione sociale
dell’uomo, di comunità-base ove realizza se stesso non solo come
singolo, ma anche come membro di un gruppo e, dunque, come essere
relazionale, capace di accettare e amare il diverso da sé.
Ma la famiglia della Costituzione è «fondata sul matrimonio» e questo
la differenzia dalle altre forme di convivenza, in cui, come dice la
Corte costituzionale, è riconosciuto «maggiore spazio (...) alla
soggettività individuale dei conviventi».
La famiglia è una «stabile istituzione sovraindividuale» e, in quanto
fondata sul matrimonio, presuppone la diversità dei sessi, la
stabilità del rapporto, la titolarità di diritti correlati a specifici
obblighi e doveri; proprio per questa sua peculiarità la Corte
costituzionale ha riconosciuto che le esigenze di tutela tipiche
«dell’istituzione familiare», si sommano a quelle di protezione delle
«relazioni affettive individuali e dei rapporti di solidarietà
personali», proprie di ogni altra forma di convivenza,
caratterizzandole ulteriormente (C. cost., n. 8/1996).
Insomma, la famiglia è qualcosa di più e di diverso rispetto alle
forme di convivenza o solidarietà interpersonali che, peraltro, sono
assolutamente libere nel nostro Paese.
Proprio perché qualcosa di più e di diverso, dice la Costituzione, non
solo essa va trattata diversamente, ma va favorita.
Gli articoli 29, 30 e 31 che abbiamo citato (ma, potremmo aggiungerne
altri) prevedono l’obbligo per i Governi e i Parlamenti di attuare
politiche sociali in sostegno della famiglia, obblighi che, come tutti
sappiamo, oggi sono realizzati solo in minima parte. Orbene, dinanzi a
questo obbligo costituzionale di sostegno e promozione della famiglia
il Governo oggi propone i Dico.
Diritto di convivenza
Di che si tratta? Innanzitutto una primissima osservazione per evitare
ogni equivoco.
In Italia esiste per chiunque il diritto di convivere più o meno
stabilmente con chicchessia e di qualsiasi sesso. Va dunque
radicalmente respinta l’idea secondo cui i Dico servano a riconoscere
il “diritto alla convivenza”, dal momento che ognuno, per la nostra
Costituzione, ha questo diritto tra le sue libertà fondamentali.
Dunque, al di là del titolo, che ovviamente non può cambiare il
contenuto di una legge, la proposta di legge del Governo ha per
oggetto non il riconoscimento della facoltà di convivere, ma
l’attribuzione di una serie di agevolazioni - dunque tecnicamente, la
promozione - di una serie di unioni che nulla hanno a che vedere con
la famiglia di cui abbiamo parlato sinora.
Quali sono queste agevolazioni? Alcune, in realtà, sono già previste
dalla giurisprudenza che ha esteso alle convivenze more uxorio (cioè a
quelle convivenze che sono simili alla famiglia e, proprio perchè
simili alla famiglia) alcune facoltà (ad esempio la successione del
convivente nel contratto di locazione); per queste parti la proposta è
semplicemente riproduttiva di quello che già c’è. Ma i punti centrali
del disegno sono altri: la possibilità di avere accesso alla
successione legittima (se muore il convivente l’altro convivente ha
diritto, comunque, ad una quota del suo patrimonio) ovvero alla
pensione di reversibilità (secondo forme previste dalla riforma delle
pensioni). Queste, come tutti sanno, sono conseguenze giuridiche che
derivano dall’esistenza di un rapporto familiare; sono, cioè, facoltà
garantite a chi s’impegna in un rapporto del genere che abbiamo visto
esaminando la Costituzione, eterosessuale, tendenzialmente stabile,
fonte di diritti, di responsabilità e obblighi.
Fenomeni differenti
A chi sono garantite queste agevolazioni nella proposta Dico? A
qualsiasi coppia di «persone maggiorenni, anche dello stesso sesso,
unite da reciproci vincoli affettivi che convivono stabilmente e si
prestano assistenza e solidarietà materiale e morale», richiedendo, in
alcuni casi, che la convivenza debba esistere da un certo numero di
anni.
Questa coppia è una famiglia? Certo che no. La possibilità che siano
dello stesso sesso e la possibilità di dichiarare in qualsiasi momento
unilateralmente l’insussistenza della convivenza rendono questi due
fenomeni assolutamente diversi. Attenzione: non uno lecito e uno
illecito, ma semplicemente del tutto differenti. Estendere, dunque, a
una cosa che non è famiglia un trattamento di favore quale quello
previsto dalla proposta Dico vìola clamorosamente la Costituzione
italiana sotto numerosi punti di vista.
Innanzitutto, viola il principio di eguaglianza; l’art. 3 impone di
trattare allo stesso modo cose eguali e in modo diverso cose diverse,
altrimenti, diciamo noi giuristi, la disciplina è incostituzionale in
quanto irragionevole.
In secondo luogo, vìola gli articoli 29, 30, 31 etc. sia perché
accorda un trattamento di favore, che la Costituzione attribuisce alla
famiglia, a forme di convivenza che familiari non sono - né vogliono
esserlo, questo è il punto -. Ma, soprattutto, perché, se venisse
approvato, le persone che vogliono avviare una vita assieme verrebbero
poste dinanzi a una alternativa, in cui - visti i pro e i contro - la
scelta della famiglia, con i suoi diritti e doveri, sarebbe
chiaramente scoraggiata a favore del modello Dico, realizzando così
esattamente il contrario di quello che si legge in quegli articoli
della Costituzione.
L’idea su cui si fonda la nostra Costituzione, secondo cui la società
si regge su una cellula costitutiva che è la famiglia, perché essa è
in grado di generare legami, coesione, assunzione di responsabilità, a
noi appare non solo valida normativamente, ma oggi tutt’altro che
superata. Basta pensare agli anni che ci aspettano, alle sfide e alla
struttura sociale dell’Italia, per capire che coesione, capacità di
accettare le differenze, amore per la diversità coniugato a
responsabilità per ciò che si genera, senso del dovere come altra
faccia del diritto, sono proprio gli elementi decisivi di cui abbiamo
bisogno per affrontare il futuro.
* Ordinario di Diritto costituzionale, Università di Firenze
** Ordinario di Diritto costituzionale, Università del Salento
Dalla Costituzione
Art. 29.
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale
fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza
morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a
garanzia dell’unità familiare.
Art. 30.
È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i
figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei
genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La
legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela
giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della
famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca
della paternità.
Art. 31.
La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la
formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con
particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità,
l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale
scopo.

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Accogliere l'altro nella
gratuità
Marina Mazzi
Venticinque anni fa nasceva l’associazione Famiglie
per l’accoglienza. All’origine era costituita solo da famiglie
adottive e affidatarie. Negli anni si è aperta ad altre forme di
accoglienza L’associazione Famiglie per l’accoglienza si compone
di famiglie che accolgono nella loro casa, temporaneamente o
definitivamente, una o più persone che hanno bisogno di una famiglia.
Sentirsi accolti e amati è un’esperienza indispensabile per la
crescita integrale di una persona e la famiglia è il primo ambito
naturalmente accogliente. La società considera l’esperienza familiare
un fatto privato, da vivere in modo chiuso e geloso e ne influenza la
struttura ponendo modelli molto diversi rispetto la tradizione.
L’associazione si prefigge di aiutare ad approfondire e diffondere il
valore della famiglia anche come soggetto sociale. Da statuto ha come
scopo «valorizzare, sostenere e diffondere l’accoglienza di minori e
adulti in difficoltà, a partire dall’esperienza cristiana della vita»
nelle forme più diverse, in particolare adozione, affido, ospitalità
verso membri "deboli" della famiglia e verso adulti. L’obbiettivo
precipuo è pertanto il sostegno ai nuclei familiari che aprono le loro
abitazioni alle persone in difficoltà: bambini con famiglie
problematiche, anziani soli, parenti di ammalati in cura presso
ospedali distanti dalle loro città, studenti o giovani lontani dalle
loro famiglie d’origine. Essa ha a cuore l’accompagnamento e
l’educazione permanente dell’adulto nell’esperienza di accoglienza
familiare, rafforzandone costantemente le ragioni attraverso una rete
di rapporti di amicizia che permetta tra l’altro anche un vicendevole
scambio di supporti e azioni concrete nel quotidiano.Portatori di
un beneLe forme di accoglienza sono dunque diverse, quello che le
unifica è l’apertura dell’ambito familiare per accogliere, nella
concreta quotidianità della casa, una persona "estranea", qualcuno che
non rientra nel corrente modello di famiglia mononucleare. Al cuore di
questa grande rete di solidarietà, c’è soprattutto un’amicizia tra
persone assolutamente normali, persone che hanno deciso di vivere
appieno la propria vocazione di mariti, mogli e genitori e hanno
capito più profondamente cosa vuol dire accoglienza. «La coscienza che
ci ha permesso un impegno stabile negli anni, attraverso la
comunicazione di una concezione del valore della persona come unica e
irripetibile, portatrice di un desiderio di compimento e di felicità e
di un compito di costruzione nel mondo. Il punto di partenza della
nostra iniziativa non è stato in prima battuta l’urto della negatività
delle condizioni di chi chiedeva ospitalità nelle nostre case, bensì
il sentimento di noi stessi come portatori di un bene, reso possibile
dal vivere noi stessi l’esperienza di essere accolti, condizione
necessaria per percepire la propria persona, il proprio essere, come
una ricchezza e un valore. L’esperienza di cui parliamo è dunque sorta
sull’esempio di un’umanità capace di accogliere che ha suscitato in
altri la medesima capacità d’accoglienza, comunicandone le ragioni e
svelando la natura della persona e del suo bisogno. Per queste ragioni
la disponibilità degli individui e delle famiglie accoglienti non si è
palesata come il risultato di una singolare predisposizione o di un
singolo eroismo o ancora in qualità di un impegno specialistico, ma
come l’espressione di una dimensione della persona che nasce dalla
coscienza di essere stati essi stessi accolti, aprendo alla capacità
di ospitare altri senza alcuna pretesa. Dal racconto dei soci della
associazione emerge che essi hanno iniziato ad accogliere perché
percepivano l’esperienza affettiva della propria famiglia come un
luogo portatore di una positività che poteva essere fruibile anche da
altri. L’accoglienza si esprime così in gesti di ospitalità il cui
valore permane per sempre perché non sono vincolati a risultati
attesi, ma riguardano la natura dei soggetti implicati: si tratta
innanzi tutto di un incontro fra persone la cui forma si potrà
modificare ma che rimane nel tempo come fatto indelebile». (da: La
dimora ritrovata, Liguori editore)* Presidente Famiglie per
l’accoglienza

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La storia e lo sviluppo
Marina Mazzi
Nel 1982, alcune
famiglie che da anni vivevano esperienze di accoglienza di bambini
hanno sentito l’esigenza di
condividerle e di approfondirne il senso. L’associazione si è
costituita a Milano e inizialmente raccoglieva solo famiglie adottive
o affidatarie; sono state poi le concrete circostanze, gli incontri e
le emergenze che hanno dettato nuove forme di accoglienza e allargato
l’associazione ad altre esperienze, anche in sedi internazionali.
Esperienze significative al riguardo fatte nel passato sono state:
l’ospitalità per cinque anni di bambini rumeni in vacanza o il
sostegno dato da oltre 300 famiglie italiane all’ accoglienza fatta da
famiglie croate ai tempi della guerra, o lo sviluppo di una rete di
famiglie accoglienti attorno a una casa-famiglia a Belo Horizonte in
Brasile. Un’esperienza che tuttora permane, è l’ospitalità di parenti
di ammalati ricoverati in grandi ospedali; e più recentemente, la
crescita di gruppi di mutuo aiuto nell’accoglienza dei genitori
anziani, il coinvolgimento di molte famiglie con minori disabili
avvenuto con l’ incontro e la diffusione della associazione "amici di
Giovanni", da alcuni anni parte integrante di Famiglie per
l’accoglienza, la nascita di case-famiglia.Attualmente l’associazione
è presente in tutta Italia, con associazioni regionali costituite.
Gruppi di famiglie seguono l’attività dell’associazione anche in
Brasile, Argentina, Irlanda, Romania, Spagna, Svizzera e
Lituania.Altre attività dell’associazione sono gli incontri pubblici
tematici sulle singole aree, i seminari formativi residenziali,
attività di segretariato sociale, l’orientamento psicologico e momenti
di convivenza per le famiglie. Nel 2005 sono stati realizzati 203
nuovi affidi familiari, di cui 132 residenziali e 71 a tempo parziale;
197 sono le famiglie adottive che stabilmente partecipano alla vita
associativa; 2 le case famiglia realizzate a oggi in Italia e 3
all’estero. L’associazione si avvale del lavoro a tempo parziale di 6
operatori (professionisti in campo psico-sociale), e della
collaborazione volontaria di altri 20.Avendo avuto a cuore di stampare
sempre gli atti dei seminari, incontri pubblici, convegni, vanta ora
al proprio attivo una grande quantità di materiale formativo e
culturale fruibile da chiunque, presso le sedi dell’associazione.
Alcuni di questi testi sono stati destinati all’editoria e il suo
sforzo maggiore da questo punto di vista è Il miracolo dell’ospitalità
(ed. Piemme) di don Luigi Giussani.I suoi membri sono inviati
stabilmente a tavoli di ordine istituzionale (piani di zona, piani
affido, sia sui livelli locali che nazionali) e la collaborazione
fattiva con comuni, servizi sociali, province e associazioni del terzo
settore è ormai una realtà consolidata. Con tali soggetti si
costruiscono percorsi formativi e si individuano risposte a bisogni
concreti.Aderisce alla Fis - Federazione dell’Impresa Sociale di
Compagnia delle Opere, al Forum delle Associazioni familiari e alla
Foam (Federazione opere accoglienza minori).Da anni è presente al
Meeting di Rimini con un proprio stand e con l’organizzazione di un
incontro che rientra nel programma del Meeting stesso, avendo a cuore
di testimoniare un’esperienza in atto e nel contempo il desiderio di
seguire e imparare sempre più il carisma che le ha dato origine.
Associazione Famiglie per l’accoglienza
Via Macedonio Melloni 27 - 20129 Milano / Tel.
02/70006152fax 02/70006156 /
e-mail: segreteria@famiglieperaccoglienza.itwww.famiglieperaccoglienza.it

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Una storia lunga
venticinque anni
Giuseppe Zola
Nel 1982, dall’esigenza di difendere l’esistenza e la
libertà della famiglia, nasce il Sidef. L’apporto fondamentale
dell’esortazione apostolica Familiaris consortio di Giovanni Paolo II
Il Sindacato delle famiglie è nato, nel 1982, da una forte
discussione in famiglia, che si concluse con l’evidenza - mia e di
Adriana, mia moglie -, che il soggetto familiare era da difendere, sia
dalla non sufficiente coscienza di sé e delle proprie potenzialità sia
dalla cultura dominante che la riduce e banalizza. E ciò perché la
famiglia è il luogo della libertà. Essa, infatti, nasce da un sì
libero, voluto e definitivo; si alimenta attraverso un libero darsi
vicendevole; si espande con una libera accettazione di una fecondità
operativa; vive sulla base della libera solidarietà tra i suoi
componenti. L’esperienza di libertà che la famiglia permette e
alimenta non può essere intaccata da nessun tiranno. Per questo,
difendere la famiglia significa difendere un luogo concreto in cui si
può fare esperienza non solo di una libertà di scelta, ma anche, in
particolare, di una libertà creativa e protagonista nella propria
assunzione di responsabilità, sia nel compito educativo che in quello
culturale che in quello di solidarietà e sussidiarietà, di cui la
famiglia è il soggetto privilegiato. In questa direzione, la famiglia
stessa trova vantaggio e alimento non solo per sé, ma anche per il
vantaggio e l’incremento di una intera società, che così può
riconoscersi finalmente popolo. Tutto ciò era già chiaro nel 1982 e,
quindi, quella discussione terminò con una comune esclamazione: «La
famiglia deve difendere se stessa e quindi, allora, facciamo un
sindacato delle famiglie». E così si cominciò con un gruppo di amici,
con la spinta entusiasta di don Giussani e con il sostegno poderoso
della Familiaris consortio di Giovanni Paolo II, pubblicata proprio in
quel periodo. Quest’ultimo documento descrive in modo mirabile l’iter
dell’esperienza umana nella famiglia, che va dagli aspetti più intimi
fino alle responsabilità sociali e politiche. È bene che il Sidef
continui tenendo vive le ragioni dell’origine, sia nell’essere
protagonista nelle proprie battaglie sia nel testimoniare
l’originalità positiva e irriducibile dell’esperienza educativa da cui
è nato.

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Le prime grandi
battaglie
Paola Soave
All’inizio della nostra esperienza cominciammo
trovandoci a leggere insieme un testo che diventò subito per noi molto
importante: l’esortazione apostolica Familiaris consortio di Giovanni
Paolo II uscita alla fine del 1981. Ci colpì in modo particolare la
responsabilità sociale, non solo privata, che il Papa conferiva alla
famiglia. Furono le sue parole a farci decidere; dal dono della nostra
esperienza, resa possibile dall’educazione ricevuta nel movimento e
dalla quotidianità della nostra compagnia, da questo dono doveva
nascere un’iniziativa pubblica che aiutasse tutte le famiglie a non
essere culturalmente e politicamente penalizzate nelle loro scelte
familiari. Così nacque il Sindacato delle famiglie.Le prime grandi
questioni su cui il Sidef puntò la sua attenzione furono quattro:
1. La riforma fiscale: si voleva che fosse
realizzata tenendo conto che i redditi e le conseguenti tassazioni
fossero realmente commisurati ai diversi carichi familiari, il cui
peso è determinante per valutare le reali capacità contributive di
una famiglia.2. La libertà di educazione: occorreva garantire un
effettivo pluralismo nelle e delle istituzioni scolastiche,
assicurando ai genitori una reale capacità di scelta del progetto
educativo per i propri figli anche sotto l’aspetto finanziario.3.
Problema dei mass media: si voleva che fossero più rispettosi dei
diritti della famiglia e dei minori. Il Sidef fu il primo soggetto a
proporre un concreto codice di autoregolamentazione che rispondesse
a queste esigenze.4. Predisposizioni di leggi regionali organiche
sulla famiglia che riconoscessero il ruolo insostituibile delle
funzioni delle famiglie. La Regione Lombardia si è ora dotata di una
legge (la L.R. 23/99, «Politiche regionali per la famiglia» del
dicembre 1999) che non solo era la creazione di politici illuminati,
ma il punto d’arrivo di un lavoro che abbiamo proposto alla Regione
fin dall’inizio degli anni 90 e che, dopo anni di confronto serrato
e stringente, ha portato ad accogliere il progetto di legge del
Sidef, diventato poi legge della Regione Lombardia. Lo stesso lavoro
tenace ha portato all’approvazione di leggi analoghe in altre
regioni.Un altro passaggio molto importante per la vita
dell’associazione è stata la sfida dell’unità, rispondere all’invito
fatto dalla Chiesa italiana di non restare una delle voci in difesa
della famiglia, ma di "diventare coro", insieme, così, fin
dall’inizio, (nel 1993) il Sidef è entrato a far parte del Forum
delle associazioni familiari portandovi tutta la sua passione e la
sua specificità.

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Il Sidef oggi
Caterina Tartaglione
In questi anni il Sindacato delle famiglie ha
svolto un assiduo lavoro di studio e ha promosso incontri e
convegni per sensibilizzare l’opinione pubblica. Ha avviato inoltre
centri di consulenza al servizio del nucleo familiare, necessari
specie in un Paese come il nostro in cui ad assegni familiari irrisori
e detrazioni fiscali bassissime si abbina la mancanza di una politica
familiare adeguata. Una politica con la quale il Sidef dialoga fin
dalla sua origine e che parte dalla coscienza di una identità chiara,
maturata dentro l’appartenenza al movimento di Cl in un rapporto
continuo di confronto e aiuto. Da qui emerge sempre più chiaramente il
tipo di contributo che quest’opera può apportare alla società partendo
dall’esperienza che ciascuno di noi fa. È questo un compito grandioso
perché non può nascere che da un’amicizia tra noi capace di innestarsi
in modo cordiale nelle realtà in cui ci imbattiamo, valorizzando
quanto di positivo incontriamo, creando una trama di rapporti e di
legami anche con persone di altre associazioni con cui si diventa
amici. Sono nate così tante iniziative concrete. Solo qualche esempio.
La raccolta di firme (in 2 mesi più di 15.000) e l’invio di migliaia
di cartoline alla Regione Friuli-Venezia Giulia perché nella legge
regionale sulla famiglia fosse inserita la voce «famiglia fondata sul
matrimonio»; l’attività del Sidef di Catania è rivolta a sostenere
tramite il Banco di Solidarietà 60 famiglie povere alle quali vengono
consegnati regolarmente viveri, vestiti, medicinali, oltre che alla
promozione di incontri e momenti formativi per genitori; a Pesaro è
stato aperto, favoriti dall’ospitalità della CdO locale, uno
"sportello famiglia", luogo in grado di accogliere, accompagnare e
rispondere ai diversi bisogni che emergono nell’ambito delle
problematiche familiari, avvalendoci di figure professionali come
psicologi o consulenti legali e fiscali. Mai come oggi la famiglia è
minacciata da una cultura così ostile nei suoi confronti: chi, come
noi, ha fatto esperienza di quanto la vita coniugale sia l’occasione
di approfondire la propria vocazione, sente l’urgenza di trasmettere
questa positività specialmente ai giovani genitori che spesso si
trovano a dover sostenere situazioni sempre più difficili di
conciliazione tra lavoro e cura familiare, urgenze economiche e
quant’altro. Allora è importante creare luoghi associativi e
comunitari capaci di fare compagnia, capaci di superare quelle
condizioni che rendono oggi le famiglie facilmente vulnerabili.
*presidente del Sidef
SEDI NAZIONALI
Via Macedonio Melloni, 27 - 20129 MilanoTel.
02/70006174 - 02/71093892 / Fax 02/70006349
e-mail: sidef@sindacatodellefamiglie.it
Via Barignani, 30 - 61100 PesaroTel. 0721/32851 -
Fax 0721/370713
e-mail: sidefpesaro@libero.it
www.sindacatodellefamiglie.org
C/C postale n. 24403206

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