Contributi sulla famiglia
Ne’ comunione ne’ scomunica
Intervista a S.E. Mons. Luigi Negri (Il Timone, Maggio 2010, pp. 42-43)
Monsignor Luigi Negri spiega: il primo dovere della Chiesa è difendere i diritti di Dio, mentre non esiste per nessuno un “diritto ai sacramenti”. I divorziati risposati esclusi dalla vita cristiana? È una menzogna frutto della mentalità laicista e terroristica
di Roberto Beretta
I giornali lo cercano spesso perché, in genere, le sue parole sono piuttosto lontane dalle maniere moderate e clericali tipiche di tanti altri suoi colleghi e – dunque – «fanno notizia». In effetti a volte le dichiarazioni di monsignor Luigi Negri – teologo e vescovo di San Marino Montefeltro – risultano spigolose, persino rudi; ma di sicuro hanno il pregio di una chiarezza quasi didascalica. E riservano quasi sempre qualche sorpresa anche agli habitués.
Monsignor Negri, cominciamo subito dall’obiezione più comune, fors’anche qualunquista ma con una certa presa pure tra i cattolici: perché tanta intransigenza della Chiesa verso i divorziati non sposati, tanto da essere ritenuta più severa nei loro riguardi che verso altre categorie di peccatori, per esempio i ladri o i disonesti?
«Dato e non concesso che sia vera la seconda parte della domanda, e cioè che la Chiesa non usi una bilancia corretta per la gravità dei peccati, non si tratta tanto di intransigenza verso i divorziati, quanto di un dovere nei confronti di Dio. La prima difesa che la Chiesa deve mettere in pratica è infatti quella dei diritti di Dio. La fedeltà e l’unità degli sposi si radicano nella fedeltà di Dio, il matrimonio è un sacramento di Cristo e la Chiesa deve rispettare quanto le è affidato non perché venga manipolato, ma perché si resti il più possibile fedeli al messaggio originario. Bisogna poi dire una cosa molto chiara: sostenere che i divorziati risposati sono esclusi dalla vita cristiana è sbagliato, è il frutto di una mentalità laicista e terroristica; ogni fedele vive nella Chiesa secondo la sua capacità e non è detto che la partecipazione alla vita ecclesiale si debba livellare sulla pratica dell’eucaristia: c’è tutta una gradualità di posizioni, che rispondono a casi in cui ci si può trovare anche per propria volontà. Non possiamo dunque ragionare solo nell’ottica delle condizioni individuali, in quanto c’è pure un coinvolgimento della libertà personale nella scelta di mettersi in una certa situazione; e ognuno deve assumersi le responsabilità delle decisioni che prende. Verso i divorziati che non passano a nuove nozze, difatti, la Chiesa si è ben guardata dal praticare una cosiddetta intransigenza».
Altra accusa ricorrente: il processo di annullamento dei matrimoni cattolici costa molto, è lungo, ottiene esito positivo solo per chi ha conoscenze altolocate e in fondo è solo un “trucchetto” per concedere il divorzio ai soliti privilegiati … Come smentire?
«Queste affermazioni fanno parte di una classica “leggenda nera” che va decisamente smontata. La Chiesa è estremamente garantista, conduce processi in cui tutti i fattori vengono tenuti presenti, senza pregiudizio verso nessuna parte. La questione economica poi non si pone proprio: addirittura, a volte è la diocesi che offre il patrocinio d’ufficio e si può fare tutto senza spendere praticamente niente. Il problema è semmai un altro: anche a detta dei due ultimi Papi, nei loro discorsi ai tribunali ecclesiastici, si verifica una certa disinvoltura nella concessione delle nullità matrimoniali.
Credo in effetti che ci sia il pericolo che la Chiesa ceda qualche volta con una certa facilità a pressioni massmediatiche o alla mentalità comune. Ma questo va esattamente in senso opposto all’obiezione da cui siamo partiti».
A proposito del divieto di comunicarsi per i divorziati risposati, lei ha scritto: «I sacramenti non sono un diritto acquisito. Nella mentalità di tanti cristiani, a volte, si insinua invece un’idea di rivendicazione sindacale».
Certo, si può vivere ed essere cristiani anche senza avere l’eucaristia; però è bello che si aspiri al massimo della comunione, no?
«È vero che l’eucaristia è il culmine della vita cristiana. Ma, se mi sono messo consapevolmente e liberamente nelle condizioni di non arrivare su tale vetta, non posso pretendere di farlo a tutti i costi… Nessuno ha diritto a nessun sacramento, tutti sono frutto della grazia di Cristo. E la privazione della pratica sacramentale non è come ad esempio la scomunica latae sententiae per chi fa l’aborto: non esclude la possibilità di fare un’esperienza di Chiesa, pur senza giungere al vertice. D’altra parte nessuno ha costretto questi fratelli a divorziare, tanto meno la Chiesa. E arrivare al punto massimo della liturgia non è un assoluto. Bisogna saper tradurre questo desiderio in preghiera e in sacrificio: la comunione di desiderio, come si diceva una volta».
Dunque per i divorziati risposati non c’è, diciamo così, alcuna scorciatoia.
«Devono rimuovere la condizione di irregolarità in cui si sono messi: la nuova situazione affettiva, la cosiddetta nuova famiglia, il matrimonio civile che rende impossibile la partecipazione piena alla vita alla Chiesa; ma non da oggi: da sempre! E dunque la verità è che, in ogni caso, si deve mettere in conto un sacrificio. Per il resto, ribadisco che nella vita della Chiesa esiste una bellissima articolazione di carismi e di possibilità: chi impedisce, per esempio, ai divorziati risposati di vivere in ogni caso un’intensa vita di carità o di preghiera?».
“Il disegno di Dio per l’uomo e la donna nel sacramento del matrimonio. Il mistero nuziale e la cultura contemporanea”.
Estratto dell’intervento del Patriarca Angelo Scola al Congresso delle Famiglie cattoliche promosso dalla Conferenza Episcopale della Scandinavia, 14 - 16 maggio a Jönköping (Svezia)
La mia presenza tra voi ha per me due ragioni.
La prima è legata alla bellezza e alla necessità che lo scambio di comunione tra le Chiese sia perseguito con sempre maggior tenacia. La comunione tra i battezzati documenta visibilmente quell’unità necessaria a che «il mondo creda» (Gv 17,21).
La seconda è una convinzione recentemente ribadita da Benedetto XVI in occasione della Visita ad limina Apostolorum dei Vescovi dei Paesi Scandinavi proprio con riferimento al presente Convegno. Il Papa ha parlato della «centralità della famiglia per la vita di una società sana» che implica un approfondimento ed impegno per «l’istituto del matrimonio e dell’idea cristiana di sessualità umana»1. L’uomo di oggi – il cosiddetto uomo post-moderno – è, nello stesso tempo, confuso ed assetato. Per questo ha bisogno di incontrare uomini e donne capaci di testimoniare l’entusiasmo che sgorga dalla singolare bellezza del sacramento del matrimonio.
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1. Amore, matrimonio e famiglia alla prova
Per cominciare è opportuno partire dalla realtà che le società dell’area euroatlantica ci presentano. Il clima culturale attuale viene ormai sinteticamente evocato dalla categoria di post-moderno. Ovviamente questo concetto comprende una varietà di significati e non ci è possibile riassumerli tutti qui. Mi sembra tuttavia che alcune sue caratteristiche siano abbastanza facilmente osservabili.
Anzitutto si impone una situazione di secolarizzazione avanzata. Ovviamente la secolarizzazione non è la stessa in tutti i paesi. Non si possono quindi stabilire immediati parallelismi tra i vostri paesi e, per esempio, l’Italia. O tra l’Italia e la Francia e la Germania. Mi pare tuttavia che un nucleo comune alla secolarizzazione di tutte le società euro-atlantiche risieda in quella che il filosofo canadese Taylor ha definito la secolarizzazione 3. Essa consiste nel considerare le fede in Dio come un’opzione tra le altre. Si è passati cioè da società in cui era «virtualmente impossibile non credere in Dio, ad una in cui anche per il credente più devoto questa è solo una possibilità umana tra le altre»2.
Il secondo tratto della post-modernità, non staccato dal precedente, è che l’uomo odierno rischia di enfatizzare a tal punto la libertà di scelta individuale da considerarla tutta la libertà. Essa risulta in tal modo svincolata da qualsiasi bene oggettivo.
Il terzo dato è lo straordinario connubio che si è realizzato negli ultimi due secoli tra la scienza e la tecnica, in modo particolare nell’ambito della biologia e oggi sempre più in quello delle neuroscienze. Esso ha comportato un profondo cambiamento nella visione della realtà. Il vero non è più dato dalla corrispondenza tra l’intelletto e la “cosa” (adaequatio rei et intellectus), al limite neppure da ciò che è empiricamente osservabile. Il vero è ridotto a ciò che è tecnicamente fattibile. Ciò finisce per stabilire una pericolosa equazione: “si può, quindi si deve”3 (imperativo tecnologico).
L’intreccio di questi fattori ha inoltre radicalmente modificato il modo con cui l’uomo concepisce se stesso, dando origine a trasformazioni e a situazioni inedite anche nell’ambito dell’amore e della famiglia. Il divorzio, le coppie di fatto, le unioni dello stesso sesso, la realtà dei singles, la contraccezione, l’aborto, la procreazione medicalmente assistita, la possibilità di effettuare diagnosi prenatali o pre-impianto, la clonazione, l’omosessualità, hanno prodotto nella sfera dell’amore, del matrimonio e della famiglia una serie di separazioni: tra la coppia e l’essere genitori, tra l’essere genitori e il procreare, tra la coppia-famiglia e la differenza sessuale4. Queste mutazioni non si arrestano alla sfera privata, ma investono la stessa vita civile. Il legislatore infatti, anche qui in grado diverso secondo i diversi paesi dell’area euro-atlantica, appare sempre più disponibile a garantire norma di legge ad ogni “desiderio” del soggetto, per giunta ampliato dalle indefinite possibilità offerte dalla tecno-scienza.
Da un simile contesto scaturiscono per noi una serie di domande: la differenza sessuale, l’amore e la fecondità devono essere considerati fatti contingenti oggi superabili – e forse già superati – o possiedono un valore assoluto? Questi tre fattori, presi in unità, sono realmente essenziali per l’esperienza del matrimonio e della famiglia? La loro unità merita di essere mantenuta e consapevolmente perseguita come qualcosa che chiede alla libertà di ogni persona di scegliere ciò che è buono in vista del suo proprio bene? La famiglia fondata sull’unione matrimoniale fedele, pubblica e aperta alla vita di un uomo e di una donna è veramente la strada adeguata allo sviluppo integrale della persona? Venendo ai vostri paesi e considerando la pluralità di mondovisioni di cui sono portatori i soggetti che li abitano, a partire dalla differenza tra credenti e non credenti, passando per le diverse appartenenze ecclesiali e religiose che danno origine ad un numero elevato di matrimoni misti ed interreligiosi, come far convivere positivamente tale pluralità all’interno della famiglia stessa?
Tutte queste brucianti questioni non fanno che proporre con urgenza un’ulteriore domanda, che sintetizza tutte le precedenti, e a cui ognuno di noi è oggi chiamato, almeno implicitamente a rispondere: chi vuol essere l’uomo del terzo millennio? Infatti, se fino alla caduta dei muri abbiamo assistito a una contesa sull’essere umano (Giovanni Paolo II) in cui però l’oggetto del contendere – l’uomo, appunto – restava, in qualche modo, identificabile, oggi ci troviamo invece di fronte ad un forte smarrimento nel cogliere chi sia l’uomo in se stesso.
Due sono le strade su cui l’uomo post-moderno cerca una risposta.
Per la prima egli vuole essere «soltanto il suo proprio esperimento», secondo un’espressione usata da un filosofo tedesco della scienza. Basta con i discorsi sulla persona e sulla sua dignità intesi come principi universali ed assoluti!
La seconda strada invece conduce a pensare in modo rinnovato questi fondamenti a partire dalla natura relazionale (comunionale) della persona.
Va inoltre sottolineato il fatto che se l’uomo di oggi si trova a questo bivio, allora, come il nostro incontro conferma, la Chiesa è chiamata ad una nuova evangelizzazione. Essa deve lasciar trasparire sul suo volto Gesù Cristo, Lumen gentium. Per sua natura deve mostrare come l’evento di Gesù Cristo sia contemporaneo all’uomo di ogni tempo nella sua unità di anima e corpo (corpore et anima unus, GS 14). Allora tutti gli aspetti umani connessi con l’esperienza nuziale quali l’affettività, l’amore, il matrimonio, la famiglia, la maternità, la paternità, la fraternità, l’amicizia, ma anche il celibato e la verginità consacrata, rappresentano un canale attraverso il quale la Chiesa, Madre e Maestra si prende cura, nell’attuale frangente storico, degli uomini, delle comunità e dei popoli.
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2. Il mistero nuziale: differenza sessuale, dono di sé, fecondità
Il modo più adeguato per trattare le problematiche fin qui descritte è quello di leggerle attraverso la lente del mistero nuziale nelle sue tre indisgiungibili dimensioni: differenza sessuale, dono di sé, fecondità. L’espressione mistero nuziale infatti svela il carattere profondo dell’amore perché, nel manifestare la sua capacità di mettere in campo l’io, l’altro e l’unità dei due, conduce al cuore dell’esperienza umana elementare5, cioè comune ad ogni persona di ogni tempo e luogo. Il fatto che sia un mistero non si riferisce ad una sua assoluta inconoscibilità. Suggerisce soltanto che essendo una delle dimensioni con cui la libertà personale di ogni uomo entra in relazione con l’infinito, non può essere catturata una volta per tutte in una definizione. A questo proposito scrive Evdokimov: «Nessuno tra i poeti ed i pensatori ha trovato la risposta della domanda: “Che cosa è l’amore?” […] Volete imprigionare la luce? Vi sfuggirà di tra le dita»6.
Esaminiamo quindi brevemente i tre aspetti costitutivi del mistero nuziale senza tuttavia mai dimenticare che essi non possono mai essere separati. Ognuno mette sempre in campo anche gli altri due.
a) Differenza sessuale
Il tema della differenza sessuale, prima dimensione del mistero nuziale, è stato sviluppato dal Magistero di Giovanni Paolo II per approfondire la forza profetica di Humanae vitae a partire dalle sue Catechesi sull’amore umano7 e ripreso recentemente da Benedetto XVI nella Deus caritas est8.
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Il rapporto tra maschile e femminile chiede quindi di essere pensato simultaneamente attraverso le categorie dell’identità e della differenza. Mentre la prima è abbastanza facilmente riconducibile alla natura personale dell’essere umano e alla conseguente uguale dignità tra l’uomo e la donna (entrambi parimenti esseri umani), la seconda non è priva di problematicità, come attesta il travaglio della cultura contemporanea nella sua radicale difficoltà a pensare la differenza sessuale.
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La differenza sessuale, integralmente intesa, si rivela come la modalità primaria con cui il singolo, uno di anima e corpo, entra in contatto con il reale. La consapevolezza del proprio essere sempre situato nella differenza sessuale realizza una costante apertura all’altro e indica un cammino di conoscenza di sé. Da qui si capisce che la differenza9 (dif-ferre: portare altrove lo stesso) non può mai essere abolita. È infatti una insuperabile dimensione dell’io personale.
b) Apertura all’altro come dono di sé
È proprio nella differenza sessuale adeguatamente vissuta che l’apertura all’altro può prendere la forma del dono di sé. Muovendo da questo dato si comprende meglio il nesso tra mistero nuziale e sacramento del matrimonio, la cui giustificazione ultima prende le mosse dal linguaggio nuziale della Bibbia10. La tradizione teologica ci propone una via di riflessione nella cornice del testo di Efesini 5,21-33. In questo testo l’esperienza umana dell’amore fra gli sposi, basata sulla differenza sessuale, viene illuminata dall’analogia con l’amore sponsale di Gesù Cristo per la Chiesa, del quale proprio in virtù del sacramento del matrimonio partecipano gli sposi cristiani. Sia chiaro: il sacramento non è un’aggiunta al dato naturale, ma è ciò che lo spiega in profondità. Di qui l’invito di San Paolo agli sposi perché sappiano partecipare di un amore che deve essere totale, personale, redentore e fecondo. Ed è un dato che vale anche per gli sposi battezzati appartenenti a tradizioni cristiane diverse, dal momento che, «in forza del loro battesimo, sono realmente già inseriti nell’Alleanza sponsale di Cristo, con la Chiesa e, per la loro retta intenzione, hanno accolto il progetto di Dio sul matrimonio»11.
Radicata nella differenza sessuale, per essere all’altezza della sua vocazione l’unione tra l’uomo e la donna deve essere fedele e aperta alla vita. Ce lo indica il Catechismo della Chiesa cattolica quando parla dei beni-esigenze del matrimonio12. In proposito è di decisiva importanza superare un grave equivoco. Queste non sono proprietà che si aggiungono all’amore tra l’uomo e la donna. Esse fanno parte dell’essenza dell’amore. Là dove non c’è fedeltà e fecondità non c’è mai stato propriamente parlando amore13. Non si tratta di precetti aggiunti dalla Chiesa quasi per frenare la libera espressione dell’amore. Sono i beni che emergono dalla natura profonda dell’amore umano. In quanto essenziali all’amore essi, benché messi radicalmente in discussione da buona parte dei costumi e della cultura contemporanei, sono sempre in grado di mostrare la loro attualità.
Vediamo brevemente in che modo.
In uno dei suoi ultimi libri, il grande filosofo cattolico Jean Guitton con molta autoironia descrive la sua morte, i suoi funerali e il giudizio di Dio sulla sua vita. Immagina che la sua anima, separata dal corpo, dialoghi con filosofi, poeti, papi, politici. Nel dialogo che riguarda l’amore, in cui Guitton conversa con sua moglie e il poeta Dante, troviamo questa geniale affermazione: «Alcuni si sposano perché si amano, altri finiscono per amarsi perché sono sposati. È meglio che in ogni matrimonio ci siano l’uno e l’altro. “Perché si finisce per amarsi, una volta sposati? È forse il bisogno di conservare la piega che abbiamo preso?”» chiede Guitton. Sua moglie risponde: «“Ci deve essere dell’altro, se si tratta di amore”. “Marie-Louise, qual è quest’altra cosa?”. “Deve riguardare il tempo e l’eternità”»14. Non esiste amore che non implichi il desiderio del “per sempre”. Ce lo dice il fenomeno dell’innamoramento, quando è ascoltato in tutta la sua serietà. Fa parte dell’esperienza di chi ama voler consegnare tutto se stesso senza limiti temporali. Ed è proprio dell’esperienza di chi è amato desiderare che l’amore che lo abbraccia non abbia mai fine. Nel mio compito pastorale mi rivolgo sempre ai giovani in questo modo: “Vi sfido se siete autenticamente innamorati, a dire “ti amo” senza aggiungere “per sempre”. Il “per sempre” fa parte essenzialmente dell’amore. Il genio di Shakespeare lo ha messo in evidenza nel versetto fulminante di un sonetto: «Amore non è amore / se muta quando nell’altro scorge mutamenti / o se tende a recedere quando l’altro si allontana»15.
Se questo è vero per ogni esperienza di sincero innamoramento, tanto più il per sempre dovrà essere presente nell’amore dei coniugi e dei coniugi cristiani.
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Da quanto detto si capisce meglio cosa intende la Chiesa quando ripropone l’ingiunzione del Signore «quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19,6). Il versetto ricorda che la decisione umana per l’amore realizza la volontà di continuare l’opera di Dio che ci ha creati maschio e femmina. Al contrario di quanto parte della cultura contemporanea sembra suggerire, l’unione per sempre non è un peso inflitto alla nostra libertà, ma una condizione per poterla mettere in atto. L’indissolubilità rappresenta infatti la possibilità che la libertà si compia, che il desiderio di essere amato e di amare trovi soddisfazione fino a rendere trasparente il disegno originario del Padre sul matrimonio. Tutto questo non è il risultato di una capacità etica superiore degli sposi. Tale pienezza è possibile solo se marito e moglie vivono quotidianamente il proprio rapporto come sacramento, come forma concreta del loro essere Chiesa domestica. A questo livello si capisce quanto sia importante nella vita dei coniugi un’intensa vita sacramentale e una continua ripresa della consapevolezza del proprio battesimo e della propria appartenenza a Cristo. E intorno a questo centro, è offerta la grande possibilità della dedizione vicendevole mediante l’esperienza del perdono16.
c) Fecondità
Per scoprire dove conduce l’amore preso nella sua integralità occorre tornare alla sua origine. Per capire cioè il terzo fattore del mistero nuziale, la fecondità – che è l’esito a cui tende il dono di sé – dobbiamo ripartire dal primo fattore: la differenza sessuale. Ricordiamo che questa dice che l’io è strutturalmente riferito al tu. L’apertura all’altro è costitutiva dell’identità della persona. Lo sposo e la sposa che, in virtù della differenza sessuale, si donano reciprocamente, diventano una carne sola e si spalancano alla procreazione del figlio. Proprio perché fin dentro l’unione coniugale i due non si fondono in un’unità che ingloba entrambi, ma esprimono una piena comunione pur restando persone differenti, essi fanno posto al terzo. A questo proposito il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar ha potuto genialmente affermare che «l’atto dell’unione di due persone nell’unica carne e il frutto di questa unione dovrebbero essere considerati insieme saltando la distanza nel tempo»17. Questa affermazione rende ragione della forza profetica di Humanae vitae. La procreazione del figlio, che implica l’affascinante avventura educativa, esprime il significato pieno del matrimonio18.
Mi preme aggiungere, per inciso, che anche nei matrimoni misti e in quelli interreligiosi se gli sposi sono resi consapevoli delle difficoltà e rispettano fino in fondo quanto stabilito a livello canonico è possibile una profonda esperienza dell’amore coniugale.
“Educare: una responsabilità, un compito, una gioia”
Relazione del Card. Carlo Caffarra al convegno organizzato dalla FISM
Teatro dell’Osservanza – Imola, 3 maggio 2010
Il Vs. Ecc.mo Vescovo mi ha chiesto di sottoporre alla vostra riflessione alcune considerazioni che prendono spunto dalla Carta formativa della Scuola cattolica dell’Infanzia, un documento che ho pubblicato nel settembre scorso.
1. Essenzialmente il rapporto educativo è un rapporto fra un’autorità ed una libertà.
Il contenuto di questo rapporto è costituito dall’offerta di una proposta di vita fatta dalla persona autorevole alla persona in formazione.
Che cosa si intende per “proposta di vita”? Se paragoniamo la vita alla costruzione di un edificio, ciò che è il progetto per l’edificio è la “proposta di vita” [che costituisce il contenuto del rapporto educativo] per la persona educanda.
In queste semplici osservazioni è racchiuso tutto: il compito, la responsabilità, la gioia di educare. Ma anche i gravi problemi.
2. Esistono alcuni presupposti che implicitamente o esplicitamente devono essere ammessi dall’educatore, altrimenti la relazione educativa non può neppure essere istituita, o rischia comunque di isterilirsi.
→ La libertà ed il suo esercizio non è un assoluto al di sopra del quale e prima del quale non esiste nulla. Mi spiego con un esempio molto semplice. Hitler e Madre Teresa hanno vissuto secondo un progetto esistenziale liberamente scelto e realizzato. Sono sicuro che nessuno di voi però pensa che sia la vita di Hitler che la vita di Madre Teresa meritano lo stesso giudizio, dal momento che ambedue erano liberamente vissute.
L’esempio ci fa capire una cosa di fondamentale importanza. Esistono progetti di vita buoni e progetti di vita cattivi. O – il che equivale – esiste una verità circa ciò che è bene e ciò che è male, che precede l’esercizio della nostra libertà e in base alla quale esso è giudicato.
Perché una persona si assume il compito e la responsabilità di fare ad un’altra una precisa proposta di vita? Perché ritiene che questa proposta sia vera: dica cioè la verità circa ciò che è il bene e il male della persona. Ed anche perché ritiene che l’altro possa sbagliarsi nel progettare la sua vita: siamo al secondo presupposto.
→ La persona umana nasce avendo nel cuore un desiderio illimitato di beatitudine, e in questo desiderio di beatitudine la mano creatrice di Dio ha seminato una inestinguibile sete di verità e di bontà. La persona umana, quando giunge nel mondo, è come una grande promessa che può essere realizzata e può essere delusa. Non può essere lasciata a se stessa: ha bisogno di essere, e chiede di essere aiutata a realizzarsi nella verità e nel bene. L’atto educativo nasce dalla condivisione del destino dell’altro. Non una condivisione qualsiasi, ma che si concretizza precisamente nell’indicazione della via che porta alla beatitudine.
→ Tutto questo comporta da parte dell’educatore una visione della persona umana; l’educatore deve saper rispondere alla domanda: chi è l’uomo? Il rapporto educativo si radica sempre in un’antropologia.
3. A questo punto abbiamo tutti gli elementi per definire il rapporto educativo dal punto di vista della fede cristiana.
Esso si istituisce quando l’educatore fa alla persona educanda la proposta cristiana della vita. È fondamentale capire che cosa significa “proposta cristiana della vita”.
Gli storici dell’arte cristiana ci dicono che sui più antichi sarcofagi Cristo era spesso raffigurato sotto la figura del filosofo e del pastore. Tralasciamo la considerazione della seconda raffigurazione, e riflettiamo sulla prima.
Nell’antichità, filosofo era colui che insegnava “l’arte di essere uomo in modo retto – l’arte di vivere e morire”. Raffigurando Cristo come filosofo, i nostri fratelli di fede volevano dirci: “Egli ci dice chi in realtà è l’uomo e che cosa egli deve fare per essere veramente uomo. Egli ci indica la via e questa via è la verità” [Benedetto XVI, Lett. Enc. Spe salvi 6].
La proposta cristiana della vita è l’indicazione di come realizzare la nostra umanità secondo la via indicataci da Cristo e sempre presente nella Tradizione della Chiesa.
Due precisazioni importanti. La proposta cristiana non si aggiunge estrinsecamente alla realizzazione della nostra umanità, ma è la modalità della perfetta realizzazione della medesima. Quando poi si parla di “vita umana” si intende tutto ciò che concretamente costituisce la trama della nostra vita quotidiana. L’educazione dunque cristiana si definisce in riferimento alla proposta di vita propria della visione cristiana [cfr. art. 2 della Carta formativa].
Possono sorgere dentro di noi a questo punto due difficoltà nei confronti della definizione cristiana di educazione.
La prima: in un contesto sempre più pluralistico, anche dal punto di vista religioso, non è contrario ad una pacifica convivenza sociale educare la persona ad una forte identità? Questa difficoltà fa parte oggi del comune sentire, e sembra essere come una specie di dogma indiscutibile. In realtà è profondamente disumana e disumanizzante. Per varie ragioni. Ne accenno alcune.
Essa parte da una visione astratta della persona umana, cioè falsa. Ogni persona umana nasce all’interno di una cultura e di una tradizione. Realizza cioè la comune umanità nella molteplice diversità delle culture. La convivenza fra varie persone non si ottiene azzerando le diversità, credendo in questo modo di raggiungere la natura umana “pulita” da ogni incrostazione storica. Sarebbe come se, partendo dal fatto che di ogni uomo è proprio il linguaggio, si ritenesse che esista una sola lingua uguale per tutti.
Poiché è questa una visione astratta, non reale, ideologica, c’è un solo modo per proporla: imporla per legge. [cfr. il tentativo di una Costituzione Europea]. Pensare di creare comunione interpersonale, vera convivenza mediante le regole, è un’illusione. Se non altro perché non esiste regola capace di far rispettare le regole.
La seconda difficoltà: educare nel modo suddetto non è contro la libertà della persona? Anche questa idea che vede l’educazione e la libertà come due grandezze confliggenti è oggi comune, ma va rifiutata.
La libertà umana non è della stessa natura della spontaneità animale. La libertà umana è un auto-determinarsi, e quindi un scegliere in base alla conoscenza di ciò che scelgo. È la verità circa il bene e il male la radice della libertà. Il pensare che la libertà della persona possa nascere come per generazione spontanea da un terreno incolto, e che pertanto vada evitata ogni coltivazione della persona, è ignorare completamente i grandi dinamismi dello spirito.
4. Che cosa muove una persona ad interessarsi del bene di un’altra nel modo proprio dell’educazione? Nulla, se non volere il bene del persona bisognosa di educazione. Cioè: l’amore per essa. L’atto educativo è sempre frutto di amore: “un affare del cuore”, diceva S. Giovanni Bosco.
Esiste in natura una condivisione originaria del destino, del bene dell’altro: la relazione genitori-figlio. È questa la ragione profonda per cui educare la persona è il compito e la responsabilità dei genitori. Altri possono avere compiti e responsabilità educative, ma solamente su delega dei genitori. E pertanto sono da considerarsi non sostituti, ma cooperatori dei genitori medesimi.
Esiste anche una condivisione del destino della persona che è propria della Chiesa. Gesù dice, prima di lasciare visibilmente questo mondo: “Andate dunque ed ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” [Mt 28,19-20a]. È mediante la Chiesa che Cristo realizza la sua opera redentiva. In questa prospettiva anche la Chiesa ha un compito ed una responsabilità educativa propria ed originaria. Ma essa è di natura diversa di quella della famiglia.
Solo se il genitore intende educare nella fede cristiana il proprio figlio, deve chiedere alla Chiesa – non ad altri – di collaborare e di aiutarlo. La Chiesa, infatti, da quando esiste ha educato; ha pensato e vissuto la propria missione come missione educativa. Ed uno degli strumenti fondamentali di cui si è ben presto dotata, è stata la scuola. Impedire alla Chiesa di educare è impedire alla Chiesa di esistere.
Anche lo Stato ha una responsabilità. Ma è di natura completamente diversa. Esso non ha, non deve e non può avere un compito ed una responsabilità educativa: sarebbe la dittatura. È accaduto storicamente. Lo Stato ha solo un ruolo sussidiario: favorire l’esercizio della libertà educativa dei genitori, e la libera proposta educativa. Esso deve intervenire in “prima persona” solo quando e solo dove diventa necessario per tutelare il diritto delle giovani generazioni ad essere educate.
5. Da che cosa oggi l’opera educativa è insidiata, e quindi su che cosa chi ha responsabilità educativa deve vigilare?
In primo luogo deve vigilare che non entri nei luoghi dell’educazione la falsa visione della persona umana che confonde libertà e spontaneità: la spontaneità può essere solo regolamentata; la libertà può essere educata.
In secondo luogo deve vigilare che non sia distrutto il principio di autorità, senza del quale ogni opera educativa è destinata al fallimento. Il rapporto educativo non è fra uguali. L’educatore ha una sua propria autorità che consiste: a) nel fare una precisa proposta di vita; b) nel documentarne la verità e la bontà mediante la testimonianza della vita. Si potrebbe anche dire che l’autorità propria dell’educatore ha la caratteristica propria della testimonianza.
In terzo luogo deve vigilare sul non ridurre l’educazione alla formazione, al know-how come si dice oggi. È una modalità di vita che è trasmessa dall’educatore.
Termino con un riferimento a ciò che accadde nella Chiesa antica, ma che resta paradigmatico per noi anche oggi. Essa [soprattutto con Origene] ha avuto la grande intuizione che la proposta cristiana era l’adempimento e il grado più alto della “paideia” dell’uomo. “Riprendendo questa idea fondamentale e dandone una propria interpretazione, la religione cristiana si mostrò capace di offrire al mondo più di qualsiasi altra setta religiosa” [W. Jaeger, Cristianesimo primitivo e paideia greca, La Nuova Italia ed., Firenze 1966, pag. 93]. L’annuncio del Vangelo aveva individuato la struttura umana in cui radicarsi: l’uomo è un essere che raggiunge la pienezza della sua umanità solo mediante l’educazione. Ed è nella luce di una tale verità antropologica che la Chiesa si prende cura dell’uomo.
“Creati per amare: la verità e la bellezza dell’amore”
Relazione del Card. Carlo Caffarra a Rocca di Papa, 24 marzo 2010
Dividerò la mia riflessione in due parti. Nella prima, vorrei molto semplicemente presentare la visione cristiana dell’amore; nella seconda richiamare l’attenzione su ciò che oggi insidia questa visione nella cultura occidentale e nel cuore di un giovane.
1. La visione cristiana dell’amoreInizio da un testo di K. Wojtyla desunto dalla sua opera drammatica La bottega dell’orefice: “Non esiste nulla che più dell’amore occupi sulla superficie della vita umana più spazio, e non esiste nulla che più dell’amore sia sconosciuto e misterioso. Divergenza tra quello che si trova sulla superficie e quello che è il mistero dell’amore: ecco la fonte del dramma. Questo è uno dei grandi drammi dell’esistenza umana” [In Tutte le opere letterarie, Bompiani ed., Milano 2001, pag. 821].
Noi vogliamo questa mattina entrare in questo “grande dramma dell’esistenza umana”, per scoprire la via che conduce l’uomo fuori dalla “divergenza” e dalla dilacerazione fra “quello che si trova sulla superficie” e quello che è “il mistero dell’amore”. Vorrei percorrere con voi un vero e proprio itinerario della mente verso la verità e la bellezza dell’amore.
1,1. – Il punto di partenza è singolare ed in un certo senso sconvolgente. Quando la proposta cristiana parla di amore, non parla in primo luogo e principalmente dell’uomo, di un vissuto umano. Parla dello stesso mistero di Dio. Il soggetto del discorso cristiano circa la verità e la bellezza dell’amore non è l’uomo ma Dio stesso. Alla domanda “che cosa è l’amore”, la fede cristiana risponde: è la condotta di Dio verso l’uomo e la radice di questa condotta. La narrazione di questa condotta, e quindi la rivelazione della sua intima verità e bellezza, è la S. Scrittura; ed il vertice di questa rivelazione è Gesù Cristo.
C’è la possibilità per la persona umana di contemplare la bellezza di questo amore e di conoscerne la verità? In realtà, c’è una sola possibilità, una sola via che ci porta alla conoscenza della verità dell’amore: sperimentare l’amore.
L’esperienza dell’amore di Dio per l’uomo in Cristo è ciò che mi consente di conoscerlo. Questa esperienza ha come due aspetti. Dal punto di vista dell’oggetto, l’amore di Dio in Cristo deve mostrarsi indirizzato a me ["mi ha amato e ha dato se stesso per me"]. Dal punto di vista del soggetto deve esserci una attitudine di attesa, di domanda [la S. Scrittura, la narrazione obiettiva dell’amore di Dio, termina con un’invocazione: "vieni"]. “La risposta della ragione all’avvenimento appare ultimamente come una domanda, per l’indigenza essenziale che la caratterizza nella sua stessa vitalità: vieni!” [C. Di Martino, La conoscenza è sempre un avvenimento, Mondadori Università, Milano 2009, pag. 33].
Alla domanda pertanto se l’uomo possa conoscere la verità dell’amore potrei rispondere dicendo che l’unica possibilità è sentirsi amato. Teologicamente rispondo: l’unica possibilità è ricevere in sé lo Spirito Santo.
Esiste però un “luogo” in cui il mistero dell’amore di Dio in Cristo si dona all’uomo? Esiste, ed è la celebrazione dell’Eucaristia. Tommaso arriverà quindi a scrivere: “in questo sacramento è la sintesi di tutto il mistero della nostra salvezza” [3,83,4]. La conoscenza per esperienza [non è possibile un’altra] ha la sua sorgente nella partecipazione all’Eucaristia. È una conoscenza mediante l’Eucaristia.
L’amore che Dio in Cristo nutre per l’uomo per farsi capire ha bisogno di dirsi in un linguaggio umano. E così è accaduto. Dio ha detto all’uomo il suo amore servendosi del linguaggio dell’amore coniugale, dell’amore parentale [paterno e materno], dell’amore di amicizia.
Questo triplice linguaggio è però come attraversato da un significato che lo trascende smisuratamente. Questo triplice linguaggio veicola un significato che lo rende indicativo di una realtà che non ha paragoni ["chi è pari al Signore nostro Dio?"]: la gratuità, la pura gratuità. È questa la cifra propria dell’amore di Dio. Tommaso dice profondamente che il primo dono che Dio ci ha fatto è di aver deciso di amarci; e tutti gli altri doni sono una conseguenza. E decidere di amarci significa decidere di comunicare Se stesso all’uomo, la sua Vita stessa.
Tuttavia “gratuità” non significa “indifferenza alla risposta” dell’uomo: un Dio che non mi desidera e veramente non si appassiona per la mia risposta, non mi amerebbe veramente. L’amore di Dio in Cristo è gratuità e desiderio.
1,2. – La Rivelazione cristiana quando parla dell’amore non parla però soltanto dell’amore di Dio. Come scrive Benedetto XVI, “la fede biblica non costruisce un mondo parallelo o un mondo contrapposto rispetto a quell’originario fenomeno umano che è l’amore, ma accetta tutto l’uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni” [Lett. Enc. Deus caritas est 8].
Questo testo è assai importante. Esso fa tre affermazioni fondamentali: l’amore è un fenomeno umano originario ; la rivelazione biblica ha una funzione purificatrice; la medesima ha una funzione elevante. Brevemente: la capacità di amore è costitutiva della persona umana, ma essa ha bisogno di essere sanata ed elevata.
Esiste un testo di S. Basilio che ci può aiutare ad una comprensione profonda di tutto questo. Esso dice: “abbiamo insita in noi, fin dal primo momento in cui siamo plasmati, la capacità di amare. E la prova di questo non viene dall’esterno, ciascuno può rendersene conto da sé e dentro di sé. Di ciò che è buono infatti proviamo naturalmente desiderio” [Le regole, Ed. Qiqaion, Bose 1993, pag. 79]. L’esperienza che ciascuno ha in sé dell’amore è di un desiderio, di un movimento [ad-petitus] verso ciò che è buono, verso ciò che è bello. Il tempo a disposizione non mi consente di approfondire questa definizione di amore – l’amore è il desiderio naturale del bene – come meriterebbe. Mi limito ad alcune osservazioni fondamentali.
Quando si dice “bene” ["di ciò che è buono … proviamo naturalmente desiderio"] si intende qualcosa/qualcuno che ha in sé una perfezione tale [morale, estetica, fisica …] da non lasciarci indifferenti, da attirare la nostra attenzione, da suscitare in noi e motivare una risposta [von Hildebrandt la chiama Beruehrens-beziehung]. Il nostro desiderio è sempre risposta a qualcosa/qualcuno che ha in sé ragione di essere desiderato.
Quando però parliamo di amore intendiamo la risposta [nel senso suddetto] di una persona ad una persona: è una relazione inter-personale. Ma nel senso forte: non solo a causa dei valori [morali, estetici, fisici…] posseduti dalla persona, ma è relazione alla persona stessa come tale.
È una risposta spirituale, che implica cioè la conoscenza-valutazione [del valore] della persona: non del tipo stimolo-risposta, bisogno-soddisfazione.
È una risposta del cuore, eminentemente affettiva: per dire con verità “amo” non basta dire “voglio amare”. È un coinvolgimento della persona trasportata verso l’altra.
E quindi è una risposta che implica il desiderio unitivo; che desidera la felicità della persona amata; ed anela ad essere corrisposto.
Platone per primo ha visto profondamente che l’amore – lo possiamo ora definire: la risposta affettiva al valore [della], che è la persona dell’altro, fatta propria dalla libertà – ha in sé un enigmatico paradosso: è figlio di Póros, la ricchezza, e di Penía, la povertà. Il paradosso consiste nella tensione insita nell’amore al dono di sé, da una parte; e dall’altra, nella tensione che l’altro corrisponda, che l’altro accetti il dono, vi corrisponda donandosi. L’intenzione oblativa sembra contrariare l’intenzione possessiva.
Il S. Padre scrive, come abbiamo visto, che tutto l’uomo è accettato: dunque ambedue le intenzioni sono costitutive dell’amore umano. Nessuna delle due va negata. È questa dialettica fra oblazione e possesso che costituisce il punto di aggancio nell’uomo della rivelazione biblica dell’amore con l’amore in quanto originario fenomeno umano.
Per comprendere ciò partiamo da un testo paolino che recita: “la speranza non delude, poiché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato donato” [Rom 5,5].
L’amore di Dio non significa: l’amore con cui noi amiamo Dio; ma significa: con cui Dio ama noi. Si parla dunque dell’amore divino stesso.
Di esso l’Apostolo dice che è stato “riversato nei nostri cuori”. Dio fa “sentire” l’amore – la sua misura e la sua qualità – che nutre per noi: ce ne dona l’esperienza. Non solo nel senso che ce lo fa conoscere: il testo non dice lo “riversa nella mente”. Ma nel senso che lo fa sentire in quello che è l’organo proprio dell’amore, il cuore, che è la sintesi nell’io-persona di intelligenza, libertà, affettività. Il cuore dell’uomo diventa partecipe dell’amore con cui Dio ama.
Questa partecipazione è dovuta ad un fatto: il dono dello Spirito Santo che viene ad abitare nel cuore. È la divina persona dello Spirito la nostra partecipazione allo stesso amore con cui Dio ama. Nel senso che noi diventiamo partecipi dell’amore divino in quanto lo Spirito Santo diventa “possessore” del nostro cuore, della nostra capacità di amare.
È questa “spiritualizzazione” che purifica il nostro amore e gli dischiude nuove dimensioni: tutto l’umano è salvato, custodito ed elevato. S. Ireneo scrive: “gli uomini sono spirituali grazie alla partecipazione dello Spirito, ma non grazie alla privazione ed eliminazione della carne” [adv Haereses V, 6; SCh 153, pag. 74].
Il desiderio di possedere la persona umana è integrato nel movimento di auto-donazione nella medesima. Non è negato, ma custodito nella sua verità più profonda.
Concludo questo primo punto. Due sono le dimensioni essenziali dell’idea cristiana di amore. Essa esprime il volto del mistero di Dio: Dio nel suo mistero e nella rivelazione che fa di Sé è amore. Essa esprime il mistero dell’uomo: la persona umana è resa capace di amare come Dio stesso ama, senza essere “privata della carne”.
2. L’amore insidiatoIn questa seconda parte della mia riflessione vorrei riflettere, brevemente, su ciò che insidia oggi il cuore del giovane impedendogli, o comunque rendendo assai difficoltosa, la comprensione della visione cristiana dell’amore.
Perché l’annuncio cristiano dell’amore trovi il terreno in cui radicarsi, la persona che l’ascolta deve possedere una vera coscienza di se stessa e vivere una conseguente esperienza di libertà. Fra le due realtà – coscienza di sé e modo di essere liberi – c’è una connessione inscindibile e come una sorta di reciproca inabitazione.
Ora la coscienza di sé nel mondo occidentale è andata progressivamente oscurandosi, nel senso che il “sé” si è come nascosto agli occhi della coscienza in ciò che ha di più nobile e proprio. Che cosa è accaduto? Che “vittime dello scientismo, non crediamo più in noi stessi, chi e che cosa siamo, quando ci lasciamo persuadere di essere soltanto macchine per la diffusione dei nostri geni, quando consideriamo la nostra ragione soltanto come prodotto di un adattamento evolutivo, che non ha nulla a che fare con la verità” [R. Spaemann]. La soggettività sostanziale della persona è andata progressivamente “rottamata”.
La prima conseguenza di questa “rottamazione del’io” è la deformazione della relazione con l’altro: una relazione ridotta a stimolo-risposta. L’io rottamato, direbbe Hume, è incapace di fare un passo oltre se stesso. Il segno più evidente di questa condizione è la riduzione della libertà a spontaneità.Esiste una differenza sostanziale fra l’una e l’altra: la libertà non è una spontaneità … più spontanea! È un modo di agire essenzialmente diverso. Il tema esigerebbe una lunga riflessione. Mi limito a due riflessioni.
Ciò che distingue agire libero e agire spontaneo è che il primo rivela la trascendenza della persona sul suo agire e nel suo agire. È la persona che decide di agire, al di sopra ed anche contro ciò che accade nella sua psiche. La nostra lingua italiana ha due espressioni che ci aiutano a capire: “io voglio” ha un significato profondamente diverso da “mi viene voglia”. Col primo denoto l’esperienza della persona che decide auto-determinandosi; nel secondo denoto piuttosto un essere-determinati ad agire da qualcosa d’altro.
La seconda riflessione per cogliere la diversità fra libertà e spontaneità è ancora più importante. L’atto del volere ["io voglio"] è sempre intenzionale: è cioè rivolto ad un oggetto [per es. "voglio studiare"]. La persona si determina ad agire poiché riconosce in ciò che vuole ["studiare piuttosto che divertirsi"] una bontà intrinseca all’oggetto voluto, un “valore” suo proprio ["è bene che io ora studi"]. L’autodeterminazione e la trascendenza della persona è fondata e condizionata dalla conoscenza, dalla relazione della persona con la verità sul bene. La radice di tutta la libertà, scrisse S. Tommaso, è il giudizio della ragione. L’affermazione teorica e pratica della libertà; la costituzione dell’io che agisce; la capacità dell’uomo di conoscere la verità circa il bene, stanno e cadono insieme.
Proviamo ora a riassumere quanto detto finora. Mi ero chiesto: che cosa insidia oggi la capacità di un giovane di ascoltare la proposta cristiana dell’amore? Ho risposto: la rottamazione cui è stato sottoposto il suo io. Una rottamazione che ha deformato la relazione dell’altro, riducendola ad una relazione spontanea e non libera: “mi viene voglia di relazionarmi a …”; e non “io voglio relazionarmi a …”. E l’amore può essere solo libero; solo la persona libera è capace di amare.
Non procedo oltre su questi temi, poiché altri li riprenderanno, e vengo alla conclusione.
Da ciò che ho detto si deve concludere che il destino della proposta cristiana è la totale estraneità dalla coscienza che di sé ha l’uomo in Occidente? Si e no.
L’apostolo Paolo e l’apostolo Giovanni insistono con grande forza sulla estraneità, anzi sul contrasto che vige fra il Vangelo e il mondo. Ma quando dicono questo, i due apostoli pensano che dentro alla creazione si è costituita un anti-creazione. E l’uomo nasce collocato nella seconda: nasce radicato nella solidarietà ingiusta con Adamo.
Ma è questo il vero uomo? o questi non è piuttosto l’uomo estraneo a se stesso? La proposta cristiana è rivolta all’uomo perché ritorni nella verità della sua prima origine. È dono di grazia che rigenera, poiché è l’uomo in Cristo che non “vive più per se stesso” [cfr. Rom 14,8], che diventa capace di amare. Alla fine: proporre l’amore è proporre di convertirsi a Cristo e di vivere in Lui. Solo così l’uomo ritrova se stesso, perché ritrova la capacità di amare. “Poiché solo nell’amore l’uomo si desta alla sua piena esistenza personale, solo nell’amore egli attualizza la totale pienezza della sua essenza” [D. von Hildebrandt, Man and Woman, Franciscan Herald Press, Chicago 1986, pag. 32].
“Matrimonio e unioni omosessuali”
Card. Carlo Caffarra, Nota Dottrinale del 14 febbraio 2010
La presente Nota si rivolge in primo luogo ai fedeli perché non siano turbati dai rumori mass-mediatici. Ma oso sperare che sia presa in considerazione anche da chi non-credente intenda fare uso, senza nessun pregiudizio, della propria ragione.
1. Il matrimonio è uno dei beni più preziosi di cui dispone l’umanità. In esso la persona umana trova una delle forme fondamentali della propria realizzazione; ed ogni ordinamento giuridico ha avuto nei suoi confronti un trattamento di favore, ritenendolo di eminente interesse pubblico.
In Occidente l’istituzione matrimoniale sta attraversando forse la sua più grave crisi. Non lo dico in ragione e a causa del numero sempre più elevato dei divorzi e separazioni; non lo dico a causa della fragilità che sembra sempre più minare dall’interno il vincolo coniugale: non lo dico a causa del numero crescente delle libere convivenze. Non lo dico cioè osservando i comportamenti.
La crisi riguarda il giudizio circa il bene del matrimonio. È davanti alla ragione che il matrimonio è entrato in crisi, nel senso che di esso non si ha più la stima adeguata alla misura della sua preziosità. Si è oscurata la visione della sua incomparabile unicità etica.
Il segno più manifesto, anche se non unico, di questa “disistima intellettuale” è il fatto che in alcuni Stati è concesso, o si intende concedere, riconoscimento legale alle unioni omosessuali equiparandole all’unione legittima fra uomo e donna, includendo anche l’abilitazione all’adozione dei figli.
A prescindere dal numero di coppie che volessero usufruire di questo riconoscimento – fosse anche una sola! – una tale equiparazione costituirebbe una grave ferita al bene comune.
La presente Nota intende aiutare a vedere questo danno. Ed anche intende illuminare quei credenti cattolici che hanno responsabilità pubbliche di ogni genere, perché non compiano scelte che pubblicamente smentirebbero la loro appartenenza alla Chiesa.
2. L’equiparazione in qualsiasi forma o grado della unione omosessuale al matrimonio avrebbe obiettivamente il significato di dichiarare la neutralità dello Stato di fronte a due modi di vivere la sessualità, che non sono in realtà ugualmente rilevanti per il bene comune.
Mentre l’unione legittima fra un uomo e una donna assicura il bene – non solo biologico! – della procreazione e della sopravvivenza della specie umana, l’unione omosessuale è privata in se stessa della capacità di generare nuove vite. Le possibilità offerte oggi dalla procreatica artificiale, oltre a non essere immuni da gravi violazioni della dignità delle persone, non mutano sostanzialmente l’inadeguatezza della coppia omosessuale in ordine alla vita.
Inoltre, è dimostrato che l’assenza della bipolarità sessuale può creare seri ostacoli allo sviluppo del bambino eventualmente adottato da queste coppie. Il fatto avrebbe il profilo della violenza commessa ai danni del più piccolo e debole, inserito come sarebbe in un contesto non adatto al suo armonico sviluppo.
Queste semplici considerazioni dimostrano come lo Stato nel suo ordinamento giuridico non deve essere neutrale di fronte al matrimonio e all’unione omosessuale, poiché non può esserlo di fronte al bene comune: la società deve la sua sopravvivenza non alle unioni omosessuali, ma alla famiglia fondata sul matrimonio.
3. Un’altra considerazione sottopongo a chi desideri serenamente ragionare su questo problema.
L’equiparazione avrebbe, dapprima nell’ordinamento giuridico e poi nell’ethos del nostro popolo, una conseguenza che non esito definire devastante. Se l’unione omosessuale fosse equiparata al matrimonio, questo sarebbe degradato ad essere uno dei modi possibili di sposarsi, indicando che per lo Stato è indifferente che l’uno faccia una scelta piuttosto che l’altra.
Detto in altri termini, l’equiparazione obiettivamente significherebbe che il legame della sessualità al compito procreativo ed educativo, è un fatto che non interessa lo Stato, poiché esso non ha rilevanza per il bene comune. E con ciò crollerebbe uno dei pilastri dei nostri ordinamenti giuridici: il matrimonio come bene pubblico. Un pilastro già riconosciuto non solo dalla nostra Costituzione, ma anche dagli ordinamenti giuridici precedenti, ivi compresi quelli così fieramente anticlericali dello Stato sabaudo.
4. Vorrei prendere in considerazione ora alcune ragioni portate a supporto della suddetta equiparazione.
La prima e più comune è che compito primario dello Stato è di togliere nella società ogni discriminazione, e positivamente di estendere il più possibile la sfera dei diritti soggettivi.
Ma la discriminazione consiste nel trattare in modo diseguale coloro che si trovano nella stessa condizione, come dice limpidamente Tommaso d’Aquino riprendendo la grande tradizione etica greca e giuridica romana: “L’uguaglianza che caratterizza la giustizia distributiva consiste nel conferire a persone diverse dei beni differenti in rapporto ai meriti delle persone: di conseguenza se un individuo segue come criterio una qualità della persona per la quale ciò che le viene conferito le è dovuto non si verifica una considerazione della persona ma del titolo” [2,2, q.63, a. 1c].
Non attribuire lo statuto giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali, non è discriminazione ma semplicemente riconoscere le cose come stanno. La giustizia è la signoria della verità nei rapporti fra le persone.
Si obietta che non equiparando le due forme lo Stato impone una visione etica a preferenza di un’altra visione etica.
L’obbligo dello Stato di non equiparare non trova il suo fondamento nel giudizio eticamente negativo circa il comportamento omosessuale: lo Stato è incompetente al riguardo. Nasce dalla considerazione del fatto che in ordine al bene comune, la cui promozione è compito primario dello Stato, il matrimonio ha una rilevanza diversa dall’unione omosessuale. Le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, e pertanto il diritto civile deve conferire loro un riconoscimento istituzionale adeguato al loro compito. Non svolgendo un tale ruolo per il bene comune, le coppie omosessuali non esigono un uguale riconoscimento.
Ovviamente – la cosa non è in questione – i conviventi omosessuali possono sempre ricorrere, come ogni cittadino, al diritto comune per tutelare diritti o interessi nati dalla loro convivenza.
Non prendo in considerazione altre difficoltà, perché non lo meritano: sono luoghi comuni, più che argomenti razionali. Per es. l’accusa di omofobia a chi sostiene l’ingiustizia dell’equiparazione; l’obsoleto richiamo in questo contesto alla laicità dello Stato; l’elevazione di qualsiasi rapporto affettivo a titolo sufficiente per ottenere riconoscimento civile.
5. Mi rivolgo ora al credente che ha responsabilità pubbliche, di qualsiasi genere.
Oltre al dovere con tutti condiviso di promuovere e difendere il bene comune, il credente ha anche il grave dovere di una piena coerenza fra ciò che crede e ciò che pensa e propone a riguardo del bene comune. È impossibile fare coabitare nella propria coscienza e la fede cattolica e il sostegno alla equiparazione fra unioni omosessuali e matrimonio: i due si contraddicono.
Ovviamente la responsabilità più grave è di chi propone l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico della suddetta equiparazione, o vota a favore in Parlamento di una tale legge. È questo un atto pubblicamente e gravemente immorale.
Ma esiste anche la responsabilità di chi dà attuazione, nella varie forme, ad una tale legge. Se ci fosse bisogno, quod Deus avertat, al momento opportuno daremo le indicazioni necessarie.
È impossibile ritenersi cattolici se in un modo o nell’altro si riconosce il diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso.
Mi piace concludere rivolgendomi soprattutto ai giovani. Abbiate stima dell’amore coniugale; lasciate che il suo puro splendore appaia alla vostra coscienza. Siate liberi nei vostri pensieri e non lasciatevi imporre il giogo delle pseudo-verità create dalla confusione mass-mediatica. La verità e la preziosità della vostra mascolinità e femminilità non è definita e misurata dalle procedure consensuali e dalle lotte politiche.
Bologna, 14 febbraio 2010 Festa dei Santi Cirillo e Metodio Compatroni d’Europa
Lettera Pastorale di S.E. Mons. Luigi Negri alle Famiglie della Diocesi in occasione della Quaresima 2010
Famiglia, diventa quello che sei!
Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n. 7
Carissimi fedeli della Chiesa particolare di San Marino-Montefeltro, Vi invio questa mia quinta lettera pastorale di Quaresima nel vivo della Visita Pastorale che ho compiuto in oltre la metà delle nostre comunità, ecclesiali e sociali.
La Visita Pastorale è stata ed è, per me, un’esperienza faticosa ma realmente esaltante: è stato ed è un incontro con questo popolo che il Papa ha affidato al mio servizio episcopale. Incontro con tutto questo popolo, nelle sue varie dimensioni di pensiero e di vita: dal cuore profondo della sua intelligenza e della sua affezione, alle espressioni della vita quotidiana, in tutti gli aspetti di grandezza e di miseria, di gioia e di dolore, di salute e di malattia, nelle varie stagioni della vita, dall’infanzia alla maturità ed alla vecchiaia.
Mi sono sentito “atteso” da tutti ed in questa attesa mia e vostra mi sono incontrato con ciascuno di voi e con tutti: e questo incontro è stato ed è per me un’esperienza carica di compassione e di grandissima affezione umana e cristiana.
Il nostro popolo sente con nostalgia il fascino della fede
Il cuore profondo del nostro popolo, sente più che mai vivo il fascino della fede: e ne vive una profonda nostalgia. Nostalgia della fede che, in questi luoghi, ha saputo creare un autentico “umanesimo cristiano”, che si è espresso in una autentica cultura di popolo, in un ethos, quello della carità che è stato ed è ancora ampiamente praticato. Questo umanesimo si è espresso in una produzione artistica e culturale che è ancora il vanto del nostro popolo e rende così “belli” i nostri luoghi di vita e di socialità. Molti, moltissimi (e non solo i più anziani) mi hanno chiesto di aiutarli a rivivere questa grande tradizione di fede e di vita nell’oggi della nostra esistenza; ma per altri, purtroppo molti altri, mi pare che la tradizione sia una pagina chiusa, un fatto “archiviato”.
Nell’incontro con i giovani, nella scuola, negli ambienti della vita quotidiana ho creduto di percepire una fondamentale lontananza dalla fede; la fede ed i suoi valori sembrano essere lontani dal cuore e dalle attese di molti, certamente di troppi.
Troppe volte la fede rimane un fondamento chiuso in sé e, pertanto, inesorabilmente astratto, così la mentalità con cui molti, certamente troppi, vivono è la mentalità di questo mondo, non solo lontana, ma programmaticamente ostile alla fede ed alla Chiesa.
La famiglia
Luogo dove si impara a vivere la fede
Fratelli, mi sento di riproporre anche a Voi oggi il grande invito che san Paolo rivolgeva ai nostri primi fratelli: non vogliate conformarvi alla mentalità di questo mondo (Rom 12,2).
Il luogo in cui questa dialettica quotidiana fra la tradizione e la mentalità laicistica, individualista ed edonista si vive è la famiglia: la questione della famiglia è pertanto questione sostanziale per la Chiesa e per tutta la società, da approfondire teoricamente e soprattutto da vivere praticamente, nella quotidianità della vita.
Il destino della Chiesa legato a quello della famiglia
Questa lettera pastorale è il mio contributo ad affrontare i problemi della famiglia nella sua valenza cristiana e naturale.
Il destino della Chiesa è legato al destino della famiglia ed il destino della famiglia è legato al destino della Chiesa, secondo la potente verità esplicitata dal Concilio Vaticano II che ha riconosciuto la famiglia come Chiesa domestica. La famiglia cristiana rende presente la Chiesa nel mondo, come fatto sociale di vita, di cultura, di moralità, di intrapresa culturale e sociale.
Questa presenza della famiglia cristiana riconosce e valorizza adeguatamente quella realtà di famiglia naturale che, storicamente, ha preceduto l’esperienza della famiglia cristiana e che per millenni è stata l’elemento fondamentale e propulsivo dell’intera vita sociale; per millenni la società e la civiltà, soprattutto la nostra civiltà occidentale, sono nate come fatto ed espressione della presenza della famiglia.
Ora della famiglia, sia cristiana che naturale, la mentalità mondana e la politica che la esprime progettano la definitiva distruzione e pertanto il suo irreversibile superamento.
La famiglia è stata ed è un fattore vivo di radicale contestazione dell’individualismo che domina la vita della società a tutti i livelli.
Per la mentalità che domina questa nostra società alla base della vita sociale c’è l’individuo, che tende ad esprimere la sua vera natura, cioè il suo potere, manipolando tutta la realtà in funzione del proprio benessere. Un individuo che vive la vita come immediata espressione delle proprie capacità di conoscenza e di manipolazione della realtà, anche quella umana, in funzione del proprio benessere individuale.
La famiglia non è, invece, la somma di due individui o la pretesa di un individuo che tenta di imporsi all’altro; la famiglia nasce da un gesto sostanziale di verità e di gratuità. L’uomo appare, nell’orizzonte della coscienza della donna e viceversa, come una “presenza” carica di promessa e di aiuto a compiere il cammino della propria vicenda umana, verso la pienezza del proprio io, per il compimento della propria felicità.
“Mostrami un’amante che sia pur bellissima, a che servirà la sua bellezza se non come un segno dove io legga il nome di colei che di quella bellissima è più bella?” (Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto I, Scena I).
La famiglia nasce da un impegno di persone che tendono a realizzare nel mondo un evento di verità, di libertà, di gratuità e di compassione.
Il Sacramento del Matrimonio conferma il massimo di profondità teorica alle intuizioni ed alle certezze naturali e fornisce quell’aiuto di Grazia che è la presenza sacramentale del Signore risorto, insostituibile sostegno e fondamento di ogni compagnia coniugale.
La famiglia cristiana nasce dal senso del mistero di Dio
Se la famiglia vive della sua verità rappresenta un luogo reale nella società e nella storia, in cui l’individualismo e l’egoismo vengono inesorabilmente contraddetti, non da un’ideologia astratta ma da una esperienza di vita nuova.
La famiglia è un evento di conoscenza e di amore reciproco, che diviene corresponsabilità e dedizione, che si apre alla generazione ed educazione dei figli, in una partecipazione reale e quotidiana alla grande missione della Chiesa, di cui la famiglia cristiana è chiamata ad essere protagonista.
Figli carissimi, questa è la famiglia, che liberamente avete deciso di riconoscere ed attuare fra di Voi nella Chiesa, tanti o pochi anni fa; questa è la famiglia che vi state preparando a riconoscere e ad attuare: una realtà che nasce dal senso del Mistero di Dio o dalla certezza della presenza definitiva di Dio in Gesù Cristo.
Essa, con la sua vita quotidiana, parla di Dio e di Cristo a tutti gli uomini. La famiglia non è la somma di due egoismi che convivono solo per il tempo in cui questi egoismi tentano di assicurare l’uno all’altro un certo benessere, in tutti i campi, da quello affettivo, a quello psicologico, culturale, economico, sessuale ed altro e si scioglie quando questo benessere non può più essere assicurato. Convivenze temporanee e sostanzialmente irresponsabili negano il dinamismo fondamentale della persona, che è la conoscenza e l’amore e quindi minano le basi della società, il suo dinamismo di vita, di verità e di affezione. Le convivenze a tempo, alla mercé cioè dei gusti, degli istinti e delle pretese sono umanamente brutte, come risulta essere brutta la vita di tutti i giorni in questa nostra società, che rifiutando Cristo non riesce a non rifiutare se stessa.
Fratelli, questa è la famiglia, questa è la famiglia cristiana e questa è la radicale contestazione della mentalità individualistica ed edonistica che essa porta con sé. È necessario conoscere l’identità della famiglia ma è altrettanto importante viverla ed attuarla, nella società e nella storia. Nel grande documento sulla famiglia, la Familiaris Consortio al n. 7, Giovanni Paolo II scriveva: Famiglia, diventa quello che sei!
La nostra Chiesa particolare in questo anno 2010 intende assumere una precisa responsabilità nei confronti di tutte le famiglie, aiutandole a diventare quello che sono, assumendo il lavoro quotidiano di attuare nella vita quello che si è celebrato e costituito nel Sacramento.
Per un contributo alla vita delle famiglie
Lungo quali direzioni si muoveranno la vita e l’attività della nostra Diocesi in rapporto alle famiglie?
1. La straordinaria identità della famiglia
La prima direttiva consiste nel richiamare il popolo cristiano alla straordinarietà di questa esperienza di comunione totale, nella cui unità di uomo e donna i coniugi sono chiamati a fare esperienza della presenza di Cristo e dell’appartenenza a Lui.
È necessario aiutare gli sposi, mentre si preparano al matrimonio, a recuperare il valore della sacramentalità del matrimonio stesso, cioè del riferimento totale della famiglia a Cristo e della sua apertura alla vita della Chiesa.
Si tratta di riconoscere l’avvenimento di fede e comunione, la fecondità e la laboriosità che contraddicono la logica mondana.
2. È necessaria una educazione
Sia nella fase della preparazione al matrimonio, sia nella vita matrimoniale, occorre fare esperienza di appartenenza alla Chiesa. La famiglia infatti è se stessa perché appartiene alla Chiesa e quindi fa della Chiesa il suo riferimento fondamentale.
Sul piano intellettuale, morale, affettivo, psicologico le famiglie devono sentirsi parte viva della Chiesa e devono riconoscere che la loro vocazione specifica è quella di fare esperienza di Chiesa nella famiglia e di offrire questa stessa esperienza a quanti si accostano.
A) La cultura
Occorre sviluppare una concezione della famiglia come luogo dove i criteri fondamentali della fede si imparano e si approfondiscono, e quindi tendono a costituire una cultura.
La famiglia deve diventare un luogo dove questa mentalità di fede, imparata, viene attuata, giudicando e partecipando alla vita della società con una visione originale.
In questa cultura è fondamentale l’affermazione della sacralità della vita e della sua indisponibilità a tutti tranne che a Dio: il riconoscimento del dovere della paternità e maternità responsabili; la responsabilità educativa nei confronti delle vite nuove fino ad un intervento sociale e politico perché il diritto-dovere fondamentale della famiglia all’educazione venga sempre più riconosciuto ed attuato e non, come ricordava al Convegno di Verona Benedetto XVI, ancora così troppo ampiamente disatteso.
B) La carità
Un rapporto nuovo che scaturisce dal Mistero di Cristo e lega ogni persona ed ogni avvenimento al Suo Mistero. È carità vissuta all’interno della famiglia che la spalanca a riconoscere, accogliere, condividere, tutti i bisogni della società.
Non posso non dire tutto il mio plauso per la grande esperienza di capacità di accoglienza che centinaia di famiglie cristiane mi hanno testimoniato in questi anni; come non posso non ricordare il sacrificio economico sostenuto da moltissime famiglie per la creazione di scuole libere, nelle quali bambini, ragazzi e giovani sono aiutati a conquistare un sapere oggettivo, che li aiuta in modo sostanziale al compimento della loro personalità.
È la fecondità della famiglia cristiana che non si è concepita individualisticamente, ma ha fatto vibrare nel quotidiano della sua esperienza l’amore all’uomo di questo tempo, nella capacità di condividerne i bisogni e le difficoltà.
C) La missione
La famiglia deve concepirsi, obiettivamente, nell’orizzonte della missione cristiana, servendo la missione della Chiesa, avendo come orizzonte, nel particolare, l’universale, secondo la grande intuizione di Pio XII: «Le prospettive universali della Chiesa sono le dimensioni normali della vita del cristiano» (Cfr. Fidei Donum).
Figli carissimi, ci aspetta un grande compito: le famiglie della nostra Diocesi (sia chi si prepara al matrimonio, sia chi lo vive, da poco o tanto tempo, come comunione di gioia e fatica) devono sentirsi potentemente richiamate alla verità e gratuità della loro identità, per attuarla con tutta l’intelligenza e il cuore di cui sono capaci, perché è attraverso la testimonianza della famiglia cristiana che il mondo può capire che cosa sia il Mistero di Cristo e come esso cambia il cuore e la vita degli uomini.
Mi permetto di suggerire alcune occasioni e strumenti da tenere presenti in questo lavoro. È necessario valorizzare la catechesi delle famiglie; occorre favorire tentativi di “compagnia tra le famiglie” che costituiscano il luogo dove il vissuto quotidiano è messo in comune e, perciò, reso più vivibile; occorre usare adeguatamente i mezzi della comunicazione sociale, soprattutto quelli cattolici, per una presenza sempre più incisiva nella società, con particolare riferimento alla realtà della scuola. Ricordo a tutto il clero la grave responsabilità di comunicare al nostro popolo questa lettera pastorale e di curare tutto il lavoro di comprensione e di attuazione che mi auguro ne scaturisca.
Alla Beata Vergine delle Grazie, che dal lontano 1489 veglia maternamente sulla vita del nostro popolo, affido con umiltà e con tanta fiducia questa lettera pastorale, ma soprattutto il suo accoglimento e la sua attuazione nella vita di tutte le famiglie della nostra Diocesi.
Tutti benedico di cuore e a tutti chiedo preghiere per il mio servizio episcopale, per il bene e la prosperità di questa nostra antica, ma sempre viva comunità ecclesiale.
Pennabilli, gennaio 2010
Papa Benedetto XVI – Angelus del 27 Dicembre 2009
«La famiglia, icona di Dio»
Cari fratelli e sorelle!
Ricorre oggi la domenica della Santa Famiglia. Possiamo ancora immedesimarci nei pastori di Betlemme che, appena ricevuto l’annuncio dall’angelo, accorsero in fretta alla grotta e trovarono “Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia” (Lc 2,16). Fermiamoci anche noi a contemplare questa scena, e riflettiamo sul suo significato. I primi testimoni della nascita del Cristo, i pastori, si trovarono di fronte non solo il Bambino Gesù, ma una piccola famiglia: mamma, papà e figlio appena nato. Dio ha voluto rivelarsi nascendo in una famiglia umana, e perciò la famiglia umana è diventata icona di Dio! Dio è Trinità, è comunione d’amore, e la famiglia ne è, in tutta la differenza esistente tra il Mistero di Dio e la sua creatura umana, un’espressione che riflette il Mistero insondabile del Dio amore. L’uomo e la donna, creati ad immagine di Dio, diventano nel matrimonio “un’unica carne” (Gen 2,24), cioè una comunione di amore che genera nuova vita. La famiglia umana, in un certo senso, è icona della Trinità per l’amore interpersonale e per la fecondità dell’amore.
La liturgia odierna propone il celebre episodio evangelico di Gesù dodicenne che rimane nel Tempio, a Gerusalemme, all’insaputa dei suoi genitori, i quali, stupiti e preoccupati, ve lo ritrovano dopo tre giorni mentre discute con i dottori. Alla madre che gli chiede spiegazioni, Gesù risponde che deve “essere nella proprietà”, nella casa del suo Padre, cioè di Dio (cfr Lc 2,49). In questo episodio il ragazzo Gesù ci appare pieno di zelo per Dio e per il Tempio. Domandiamoci: da chi aveva appreso Gesù l’amore per le “cose” del Padre suo? Certamente come figlio ha avuto un’intima conoscenza del Padre suo, di Dio, una profonda relazione personale permanente con Lui, ma, nella sua cultura concreta, ha certamente imparato le preghiere, l’amore verso il Tempio e le Istituzioni di Israele dai propri genitori.
Dunque, possiamo affermare che la decisione di Gesù di rimanere nel Tempio era soprattutto frutto della sua intima relazione col Padre, ma anche frutto dell’educazione ricevuta da Maria e da Giuseppe. Qui possiamo intravedere il senso autentico dell’educazione cristiana: essa è il frutto di una collaborazione sempre da ricercare tra gli educatori e Dio. La famiglia cristiana è consapevole che i figli sono dono e progetto di Dio. Pertanto, non li può considerare come proprio possesso, ma, servendo in essi il disegno di Dio, è chiamata ad educarli alla libertà più grande, che è proprio quella di dire “sì” a Dio per fare la sua volontà. Di questo “sì” la Vergine Maria è l’esempio perfetto. A lei affidiamo tutte le famiglie, pregando in particolare per la loro preziosa missione educativa.
“L’esperienza della famiglia. Una bellezza da conquistare di nuovo”
di Julián Carrón
Incontro organizzato dal Centro Culturale di Milano in occasione della Settimana della Cultura 2009 della Diocesi di Milano
Un nuovo inizio
La famiglia è negli ultimi tempi al centro del dibattito pubblico. Il tentativo di regolare nuove forme di convivenza diverse dal matrimonio concepito come rapporto definitivo e fecondo tra un uomo e una donna ha scatenato una appassionata discussione. Non è qualcosa di totalmente nuovo, piuttosto è il culmine di un processo cominciato anni fa.
Questo dibattito ha messo in evidenza, da una parte, che tutta la propaganda di una mentalità contraria alla famiglia attraverso i media (cinema, televisione, stampa) pur avendo a disposizione mezzi così potenti non ha impedito che tante persone continuino a fare una esperienza positiva della famiglia. Davanti a questo impressionante spiegamento di forze mediatiche e ideologiche, parrebbe inevitabile che la famiglia smetta di interessare. Invece c’è un fatto che siamo costretti a riconoscere quasi con sorpresa: questo impressionante apparato ha dimostrato di non essere più potente dell’esperienza elementare che tanti di noi ha vissuto nella propria famiglia, l’esperienza inestirpabile di un bene. Un bene del quale siamo grati e che vogliamo trasmettere alle future generazioni per condividerlo con esse.
Ma, dall’altra parte, questo bene sperimentato non è riuscito a bloccare socialmente i tentativi per trasformare il matrimonio in forme diverse. A questo occorre aggiungere un dato non meno significativo: questo processo è cominciato quando la stragrande maggioranza della legislazione sul matrimonio difendeva la concezione tradizionale derivata dal cristianesimo. Tutta quanta questa legislazione non ha impedito il dilagare di una mentalità contraria al matrimonio, non è stata in grado di arrestare il cambiamento.
Come è potuto succedere? Come è possibile che la chiarezza che si era raggiunta sulla natura del matrimonio e che si era confermata nei secoli nel giro di così poco tempo sia stata messa in discussione in un modalità così generale? Cercare di capire la situazione in corso mi sembra particolarmente decisivo per poter rispondere a essa.
Nella sua ultima enciclica Spe salvi, Benedetto XVI ha offerto una chiave per capire quello che sta succedendo, quando afferma che «un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale. Qui, nella conoscenza crescente delle strutture della materia e in corrispondenza alle invenzioni sempre più avanzate, si dà chiaramente una continuità del progresso verso una padronanza sempre più grande della natura. Nell’ambito invece della consapevolezza etica e della decisione morale non c’è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri – in tal caso, infatti, non saremmo più liberi. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio»[1].
Nuovo inizio. Sarà difficile trovare una espressione più adeguata per descrivere il presente. Se ogni momento è un nuovo inizio proprio perché c’è di mezzo la libertà, il nostro è propriamente un nuovo inizio perché quello che era trasmesso pacificamente da una generazione a un’altra non c’è più. È un nuovo inizio perché non si può dare per scontato niente di quello che fino a non poco tempo fa era ritenuto chiaro per tutti. Occorre ricominciare da capo.
A ben guardare la nostra situazione non è molto diversa di quella dell’inizio. Basta ricordare la reazione dei discepoli la prima volta che sentirono Gesù parlare del matrimonio. «Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due ma una carne sola Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”»[2]. Non dobbiamo sorprenderci, quindi. La stessa cosa che a tanti dei nostri contemporanei oggi, e spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli.
Questo non vuol dire che non serva nulla di quanto si è imparato lungo una storia millenaria, ma questa ricchezza accumulata non si trasmette meccanicamente. Prosegue infatti il Papa: «Certamente, le nuove generazioni possono costruire sulle conoscenze e sulle esperienze di coloro che le hanno precedute, come possono attingere al tesoro morale dell’intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali. Il tesoro morale dell’umanità non è presente come sono presenti gli strumenti che si usano; esso esiste come invito alla libertà e come possibilità per essa»[3]. La trasmissione in campo morale non è così facile da trasmettere perché i suoi contenuti non possono avere la stessa evidenza delle scoperte scientifiche. Il tesoro morale è un invito alla libertà.
Per questo dobbiamo smettere di sognare «sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono»[4]. Questo serve prima di tutto a noi che non siamo diversi dai più. Dolorosamente constatiamo come fra noi vi siano molti amici che non riescono a essere saldi di fronte alle numerose difficoltà esterne e interne che attraversano. E quanto a noi, non è sufficiente conoscere la vera dottrina sul matrimonio per resistere a tutte le sfide della vita. Ce lo ha ricordato sempre il Papa: «le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno»[5].
Riguadagnare l’io
Come può dunque accadere questo nuovo inizio auspicato da Benedetto XVI? La strada non può essere altra che quella suggerita dal Faust goethiano: «Ciò che hai ereditato dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo»[6]. Per riguadagnarlo occorre riandare all’origine della esperienza amorosa, per riscoprire la sua vera natura. Soltanto questa esperienza può essere adeguato punto di partenza per poter cogliere dall’interno di essa il valore della proposta di Cristo all’amore tra i due sposi.
Gli sposi sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come lo concepiscono, dipende dall’immagine che ciascuno ha della propria vita, della realizzazione di sé. Ciò implica una concezione dell’uomo e del suo mistero. Afferma il Papa: «la questione del giusto rapporto fra l’uomo e la donna affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? cosa è l’uomo?»[7].
Per questo il primo aiuto che si può offrire a quanti vogliono unirsi in matrimonio è il prendere coscienza del mistero del loro essere uomini. Solo in questo modo potranno mettere adeguatamente a fuoco la loro relazione, senza attendersi da essa qualcosa che, per sua natura, nessuno può dare all’altro. Quanta violenza, quanta delusione potrebbero essere evitate nel rapporto matrimoniale, se fosse compresa la natura propria della persona!
Questa mancanza di coscienza del destino dell’essere umano conduce a fondare tutto il rapporto su un inganno, che si può sinteticamente formulare così: la convinzione che il tu possa rendere felice l’io. Il rapporto di coppia, in questo modo, si trasforma in un rifugio, tanto desiderato quanto inutile, per risolvere il problema affettivo. E quando l’inganno si manifesta, è inevitabile la delusione perché l’altro non ha compiuto l’aspettativa. Il rapporto matrimoniale non può avere altro fondamento che la verità di ciascuno dei suoi protagonisti.
Come essi possono scoprire la loro verità, il mistero del loro essere uomini?
La dinamica del nuovo inizio: bellezza, segno, promessa
È la stessa relazione amorosa che contribuisce in maniera precipua a scoprire la verità dell’io e del tu; e insieme con la verità dell’io e del tu si manifesta la natura della vocazione comune.
Ciò che siamo ci viene rivelato in maniera solare dalla relazione con la persona amata. Nulla ci risveglia di più, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata. La sua presenza è un bene così grande che ci fa cogliere la profondità e la vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Si può applicare per analogia al rapporto amoroso quello che Cesare Pavese dice del piacere: «Ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità»[8]. Un io e un tu limitati suscitano l’uno nell’altro un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal loro amore verso un destino infinito. In questa esperienza si rivela a entrambi la propria vocazione.
E nello stesso momento in cui si rivelano a noi stessi le dimensioni senza limite del nostro desiderio, ci viene offerta una possibilità di compimento. Più ancora, intravedere nella persona amata la promessa del compimento accende in noi tutto il potenziale infinito del desiderio di felicità. Per questo non c’è nulla che ci faccia comprendere il mistero del nostro essere uomini meglio del rapporto fra un uomo e una donna, come ci ha ricordato Benedetto XVI nella Enciclica Deus caritas est: «l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo […], al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono»[9]. In questo rapporto l’essere umano sembra incontrare la promessa che gli fa superare il proprio limite e gli permette di raggiungere una pienezza incomparabile, poiché «alla radice di tutta la realtà vivente c’è la sponsalità. Ed è la sponsalità che rende promessa tutto, come dice la parola stessa: sponsale vuol dire una realtà promettente, che promette»[10]. Per questo la storia dell’umanità – nelle sue pur differenti espressioni – ha sempre istituito una relazione fra l’amore e il divino: «l’amore promette infinità, eternità – una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere»[11].
Si tratta esattamente dell’esperienza che in modo indimenticabile esprime Giacomo Leopardi nel suo inno ad Aspasia: «Raggio divino al mio pensiero apparve, | Donna, la tua beltà»[12]. La bellezza della donna è percepita dal poeta come un raggio divino, come la presenza del divino. Attraverso la bellezza della donna è Dio che bussa alla porta dell’uomo. Se l’uomo non comprende la naturalezza di questa chiamata e non rischia nell’assecondarla, difficilmente può comprendere profondamente il proprio destino di infinità e di felicità.
La donna, con il suo limite, desta nell’uomo, anch’egli limitato, un desiderio di pienezza sproporzionato rispetto alla capacità che essa ha di rispondervi. Suscita una sete che non è in condizione di estinguere. Suscita una fame che non trova risposta in colei che l’ha destata. Da qui la rabbia, la violenza, che tante volte sorgono fra gli sposi, e la delusione nella quale vanno a cadere, se non comprendono la vera natura del loro rapporto.
La bellezza della donna è in realtà raggio divino, segno che rimanda oltre, ad altra cosa più grande, divina, incommensurabile rispetto alla sua natura limitata, come descrive Romeo nel dramma di William Shakespeare: «Fammi vedere una donna che sia bellissima fra le altre; | la sua bellezza non sarà altro per me che una pagina | dove leggerò di quella che supera tutto per bellezza»[13]. La sua bellezza grida: «Non sono io. Io sono solo un promemoria. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?»[14].
È la dinamica del segno, della quale il rapporto fra l’uomo e la donna costituisce un esempio commovente. Quanto più essi vivono la presenza dell’amato come segno di altro – che è la verità dell’amato –, tanto più essi attendono e bramano questo altro.
Se non comprende questa dinamica, l’uomo cade nell’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. Come se una donna che riceve un mazzo di fiori, rapita dalla loro bellezza, si dimenticasse del volto di chi glieli ha mandati, e del quale sono segno, perdendo il meglio che i fiori recavano. Non riconoscere all’altro il suo carattere di segno conduce inevitabilmente a ridurlo a ciò che appare ai nostri occhi. E prima o poi si manifesta la sua incapacità di rispondere al desiderio che ha suscitato.
Per questo, se ciascuno non incontra ciò a cui il segno rimanda, il luogo dove può trovare il compimento della promessa che l’altro ha suscitato, gli sposi sono condannati a essere consumati da una pretesa dalla quale non riescono a liberarsi, e il loro desiderio di infinito, che nulla come la persona amata desta, è condannato a rimanere insoddisfatto. Di fronte a questa insoddisfazione, l’unica via d’uscita che oggi tanti vedono è cambiare la coppia, dando inizio a una spirale in cui il problema viene rinviato fino al momento della successiva delusione.
Ma entrare in questa spirale non può essere l’unica via d’uscita. Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno. Solo nell’orizzonte di un amore più grande si può evitare di consumarsi nella pretesa, carica di violenza, che l’altro, che è limitato, risponda al desiderio infinito che desta, rendendo così impossibile il compimento di sé e della persona amata. Per scoprirlo bisogna essere disposti ad assecondare la dinamica del segno, restando aperti alla sorpresa che questa può riservarci.
Leopardi ha avuto il coraggio di correre questo rischio. Con una intuizione penetrante del rapporto amoroso, il poeta italiano intravede che ciò che cercava nella bellezza delle donne di cui si innamorava era la Bellezza, con la maiuscola. Al vertice della sua intensità umana, l’inno Alla sua donna esprime tutto il suo desiderio che la Bellezza, l’idea eterna della Bellezza, assuma una forma sensibile. È ciò che è accaduto in Cristo, il Verbo fatto carne. Per questo Luigi Giussani ha definito questa poesia come «una profezia dell’Incarnazione»[15].
In questo contesto si può comprendere l’inaudita proposta di Gesù affinché l’esperienza più bella della vita, innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in qualcosa di soffocante.
Questa è la pretesa di Gesù, che troviamo in alcuni passi evangelici che a prima vista possono risultarci paradossali. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato»[16].
In questo testo Gesù si presenta come il centro dell’affettività e della libertà dell’uomo. Ponendo se stesso al cuore degli stessi sentimenti naturali, si colloca a pieno diritto come loro radice vera. In tal modo Gesù rivela la portata della promessa che la sua persona costituisce per quanti lo lasciano entrare. Non si tratta di una ingerenza di Gesù a livello dei sentimenti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo abbia potuto mai ricevere: senza amare Cristo (cioè la Bellezza fatta carne) più della persona amata, quest’ultimo rapporto avvizzisce, perché è Lui la verità di questo rapporto, la pienezza alla quale l’un l’altro si rinviano e nella quale il loro relazione si compie. Solo permettendoGli di entrare in esso è possibile che il rapporto più bello che può accadere nella vita non si corrompa e con il tempo muoia. Tale è l’audacia della Sua pretesa.
Come ha risposto Gesù allo spavento dei discepoli davanti alla verità sul matrimonio che stava loro annunciando? Possiamo dire con una formula: facendo il cristianesimo. Egli non si è fermato ad annunciare la verità del matrimonio, ma ha introdotto una novità nelle loro vite che ha reso possibile viverlo secondo quella verità.
Che questa novità sia qualcosa di così reale e corrispondente alla natura del uomo si vede dal fatto che su di essa si può scommettere tutta la vita. È ciò che la tradizione cristiana chiama verginità.
Matrimonio e verginità
Alla stupita reazione dei discepoli sulla natura originale del matrimonio, che prima abbiamo visto, Gesù oppone una frase che può apparire ancora più enigmatica: «Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”»[17].
In queste parole Gesù aggiunge una nuova categoria di eunuchi a quelle già note, vale a dire coloro che si fanno eunuchi per il regno dei cieli. Ovviamente si tratta della libera scelta di rinunciare a sposarsi che fanno coloro ai quali è stato concesso di riconoscere il valore unico del regno dei cieli. Commentando questo brano, Giovanni Paolo II ha avuto modo di esprimersi come segue: «nella chiamata alla continenza “per il Regno dei cieli”, prima gli stessi Discepoli e poi tutta la viva Tradizione scopriranno presto quell’amore che si riferisce a Cristo stesso come Sposo della Chiesa e Sposo delle anime, alle quali egli ha donato se stesso sino alla fine, nel mistero della sua Pasqua e nell’Eucaristia. In tal modo, la continenza “per il Regno dei cieli”, la scelta della verginità o del celibato per tutta la vita, è divenuta nell’esperienza dei discepoli e dei seguaci di Cristo un atto di risposta particolare all’amore dello Sposo Divino e perciò ha acquisito il significato di un atto di amore sponsale, cioè di una donazione sponsale di sé, al fine di ricambiare in modo speciale l’amore sponsale del Redentore; una donazione di sé, intesa come rinuncia, ma fatta soprattutto per amore»[18].
Alla luce di questo si capisce cos’è la verginità: il nuovo rapporto assolutamente gratuito che Cristo ha introdotto nella storia. La verginità è vivere le cose secondo la loro verità. E come è entrata nel mondo la verginità? È entrata nel mondo come imitazione di Cristo, cioè come imitazione di vivere di un uomo che era Dio. Nessun altra ragione può sostenere una cosa così grande come la verginità nel vivere l’esistenza, se non l’immedesimazione con la modalità attraverso cui Cristo possedeva la realtà, cioè secondo la volontà del Padre.
La persona di Gesù è un bene talmente grande e prezioso che Egli è l’unico che corrisponde pienamente alla sete di felicità dell’uomo. Proprio questa corrispondenza unica, che la Sua persona costituisce per chi Lo incontra, rende possibile un rapporto col reale assolutamente gratuito. Per questo chi abbraccia la verginità può essere libero per non sposarsi.
Come coloro che sono chiamati alla verginità contribuiscono al regno di Dio? I chiamati alla verginità sono stati scelti perché «gridino davanti a tutti, in ogni istante – tutta la loro vita è fatta per questo – che Cristo è l’unica cosa per cui valga la pena vivere, che Cristo è l’unica cosa per cui valga la pena che il mondo esista. [...] Questo è il valore oggettivo della vocazione: la forma della loro vita gioca nel mondo per Cristo, lotta nel mondo per Cristo. La forma stessa della loro vita! [...] È una vita che come forma grida: “Gesù è tutto”. Gridano questo davanti a tutti, a tutti coloro che li vedono, a tutti coloro che in loro si imbattono, a tutti coloro che li sentono, a tutti coloro che li guardano»[19].
La vocazione alla verginità è strettamente collegata alla vocazione al matrimonio. Rispondendo alla chiamata i vergini gridano agli sposati la verità del loro amore. Seguiamo ancora Giovanni Paolo II: «Alla luce delle parole di Cristo, come pure alla luce di tutta l’autentica tradizione cristiana, è possibile dedurre che tale rinuncia è ad un tempo una particolare forma di affermazione di quel valore, da cui la persona non sposata si astiene coerentemente, seguendo il consiglio evangelico. Ciò può sembrare un paradosso. È noto, tuttavia, che il paradosso accompagna numerosi enunciati del Vangelo, e spesso quelli più eloquenti e profondi. Accettando un tale significato della chiamata alla continenza “per Regno dei cieli”, traiamo una conclusione corretta, sostenendo che la realizzazione di questa chiamata serve anche – e in modo particolare – alla conferma del significato sponsale del corpo umano nella sua mascolinità e femminilità. La rinuncia al matrimonio per il regno di Dio mette in evidenza al tempo stesso quel significato in tutta la sua verità interiore e in tutta la sua personale bellezza. Si può dire che questa rinuncia da parte delle singole persone, uomini e donne, sia in un certo senso indispensabile, affinché lo stesso significato sponsale del corpo sia più facilmente riconosciuto in tutto l’ethos della vita umana e soprattutto nell’ethos della vita coniugale e familiare»[20].
La verginità è l’autentica speranza per gli sposati; è la radice della possibilità di vivere il matrimonio senza pretesa e senza inganni: «In forza di questa testimonianza, la verginità tiene viva nella Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo difende da ogni riduzione e da ogni impoverimento»[21].
«Per questo la verginità è la virtù cristiana ideale di qualsiasi rapporto, anche del rapporto tra un uomo e una donna sposati. E, infatti, il culmine del loro rapporto, il momento culminante del loro rapporto è là dove si sacrificano, non là dove esprimono il loro possesso. Perché, per il peccato originale, di fatto, l’afferrare fa scivolare. È come se uno desidera una cosa e corre verso questa cosa e, quando è lì vicino, corre talmente che vi spacca il naso contro: scivola, incespica. È per questo che noi diciamo che la verginità è un possesso con un distacco dentro»[22]. Il possesso vero che sperimentiamo è un possesso con un distacco dentro.
Il luogo della famiglia: comunità cristiane vive
Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno. Solo nell’àmbito di questa relazione più grande è possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in sé stesso una capacità dì abbracciare l’altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre rinnovato.
Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che essi la portino a compimento felicemente. Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione – della quale sono i protagonisti principali –, pensando che appartenere alla comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà. In questo modo si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’Unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro risveglia costantemente in me, cioè verso Cristo. Così si eviterà di passare, come la Samaritana, di marito in marito senza riuscire a soddisfare il proprio autentico desiderio. La coscienza della sua incapacità a risolvere da sola il proprio dramma – nemmeno cambiando cinque volte marito! – le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile da non poter fare a meno di gridare: «dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete»[23].
Conscio della situazione attuale, Benedetto XVI afferma la necessità «che le famiglie non siano sole. Un piccolo nucleo familiare può trovare ostacoli difficili da superare se si sente isolato dal resto dei suoi familiari e amici. Perciò, la comunità ecclesiale ha la responsabilità di offrire sostegno, stimolo e alimento spirituale che fortifichi la coesione familiare, soprattutto nelle prove o nei momenti critici. In questo senso, è molto importante il ruolo delle parrocchie, così come delle diverse associazioni ecclesiali, chiamate a collaborare come strutture di appoggio e mano vicina della Chiesa per la crescita della famiglia nella fede»[24]. Questo invito pieno di tenerezza e di realismo è allo stesso tempo l’indicazione di un compito: la famiglia come tale abbisogna di un luogo per vivere, ed esso può essere solo costituito da comunità cristiane che a loro volta vivano in pienezza contemplativa e operativa la propria fede. In un intervista Giussani utilizzava la seguente immagine: «Un popolo nasce da un avvenimento, si costituisce come realtà che vuole affermarsi in difesa della sua tipica vita contro chi la minaccia. Immaginiamo due famiglie su palafitte in mezzo a un fiume che si ingrossa. L’unità di queste due famiglie, e poi di cinque, di dieci famiglie, man mano che si ingrossa la generazione, è una lotta per la sopravvivenza e, ultimamente, una lotta per affermare la vita. Senza volerlo, affermano un ideale che è la vita. Così la gente che dice di riferirsi a un popolo reputa inesorabilmente positiva la vita. Per la conoscenza razionalmente impegnata che ho della vita del singolo e della società, queste condizioni dell’idea di popolo toccano il vertice di concezione e di attuazione nell’annuncio del Fatto cristiano, nel quale per noi si compie quello che ha qualificato in tutta la sua storia il grande ethos del popolo ebraico e la sua tensione a cambiare la terra»[25].
L’appartenenza di un essere umano alla propria famiglia si dilata allora nell’appartenenza alla Chiesa, e dunque a quel brandello di Chiesa in cui ognuno di noi sperimenta la presenza universale di Cristo. Lo stringersi fraternamente insieme, il creare dimore ospitali: sono questo il contributo maggiore che i cristiani possono dare per favorire e accompagnare l’esperienza della famiglia come cammino inesausto verso la pienezza costituita da Cristo. «Il superamento della solitudine nell’esperienza dello Spirito di Cristo non accosta l’uomo agli altri, lo spalanca a essi fin dalle profondità del suo essere. [...] La comunità diventa essenziale alla vita stessa di ognuno. [...] Il “noi” diventa pienezza dell’“io”, legge della realizzazione dell’“io”»[26].
Senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile, l’ideale cristiano del matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile da realizzare. L’indissolubilità e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. E in realtà esse sono frutti tanto gratuiti di una intensità di esperienza di Cristo che agli stessi sposi appaiono come una sorpresa, come la testimonianza che, davvero, «nulla è impossibile a Dio»[27]. Solo una tale esperienza può mostrare oggi la razionalità della fede cristiana, una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.
Questa testimonianza è il contributo che possono dare oggi gli sposi cristiani di fronte al travaglio in cui si trovano tanti dei loro concitadini. È una testimonianza gratuita che sfiderà la ragione e la libertà di chi, cercando una autentica risposta alla propria esigenza di felicità, non riesce a trovarla. È una testimonianza che cerchiamo di dare nella consapevolezza che «abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi»[28].
[1] Spe salvi, 24.
[2] Mt 19,3-6.10.
[3] Spe salvi, 24.
[4] T.S. Eliot, Choruses from “The Rock”, 6 («By dreaming of systems so perfect that no one will need to be good»).
[5] Spe salvi, 25.
[6] J.W. Goethe, Faust, 682-683 («Was du ererbt von deinen Vätern hast, | Erwirb es, um es zu besitzen!»).
[7] Benedetto XVI, Famiglia e comunità cristiana: formazione della persona e trasmissione della fede.
[8] C. Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 1973, p. 190.
[9] Deus caritas est, 2.
[10] L. Giussani, Affezione e dimora, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2001, p. 130.
[11] Deus caritas est, 5.
[12] G. Leopardi, Aspasia, 33-34.
[13] W. Shakespeare, Romeo and Juliet, I, I, («Show me a mistress that is passing fair, | What doth her beauty serve, but as a note | Where I may read who pass’d that passing fair?»).
[14] C.S. Lewis, Sorpreso dalla gioia, Jaca Book, Milano 2002, p. 160.
[15] L. Giussani, Le mie letture, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1996, p. 30.
[16] Mt 10,34-40.
[17] Mt 19,11-12.
[18] Giovanni Paolo II, Udienza generale, 28 aprile 1982.
[19] L. Giussani, Il tempo e il tempio. Dio e l’uomo, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1995, pp. 20-21.
[20] Giovanni Paolo II, Udienza generale, 5 maggio 1982.
[21] Familiaris consortio, 16.
[22] L. Giussani, Affezione e dimora, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2001, p. 250.
[23] Gv 4,15.
[24] Benedetto XVI, Incontro festivo e testimoniale per la conclusione del V Incontro Mondiale delle Famiglie.
[25] L. Giussani, L’io, il potere, le opere. Contributi da un’esperienza, Marietti, Genova 2000, p. 251.
[26] L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, Rizzoli, Milano 2006, p. 110.
[27] Lc 1,37.
[28] 2Cor 4,7.
“Famiglia: un’esperienza positiva in atto ”
Meeting di Rimini, Mercoledì, 22 agosto 2007, ore 19.00
Partecipano:
Eugenia Roccella, Giornalista e Scrittrice; Jimmy Garbujo, di Associazione Famiglie per l’Accoglienza: Emilio Gobbi, di Associazione Fraternità di Crema; Caterina Tartaglione, Presidente del Sidef.
Moderatore:
Alberto Savorana, Direttore di Tracce
MODERATORE:
Diceva Don Giussani: “Perciò la preoccupazione educativa di una famiglia è intelligente e umana nella misura in cui si rassegna ad uscire da un comodo anche meritato, per stabilire rapporti che creino una trama sociale che si opponga alla trama sociale dominante”. Sono parole scritte nel 2000, ma che conservano e aumentano la loro carica di attualità e di pertinenza alla situazione presente. Proprio per questo noi abbiamo voluto mettere a tema al Meeting la famiglia, offrendo innanzitutto tre testimonianze, tre contributi cui abbiamo chiesto ad Eugenia di reagire, giudicandoli, commentandoli e a partire da questi esporre il suo punto di vista, come lei in questo momento preciso vede la situazione e la sfida che ci attende per il futuro. Abbiamo voluto offrire tre contributi positivi, perché come aveva scritto Giancarlo Cesana, all’indomani del Family Day, “San Giovanni in Laterano è stato una sorpresa” perché è stata la sorpresa di uomini e donne, di famiglie, per i quali la tensione alla verità della propria umanità e la tensione alla verità del proprio rapporto affettivo verso il destino, sono una cosa che interessa. E’ stata una novità di un popolo, di un popolo di famiglie, dal quale la sfida attuale è sentita come personale ed è condivisa. Allora noi abbiamo invitato tre persone che, a diverso titolo, partecipano, si dedicano a tre realtà di ambito familiare, tutte e tre nate all’interno dell’esperienza di Comunione e Liberazione. Caterina Tartaglione del Sindacato delle famiglie, Jimmi Garbujo delle Famiglie per l’Accoglienza ed Emilio Gobbi dell’Associazione Fraternità di Crema. Al termine delle loro tre testimonianze, io darei la parola ad Eugenia che reagirà a caldo a quello che avrà ascoltato e poi ci dirà come lei percepisce la situazione del momento e la sfida del futuro.
CATERINA TARTAGLIONE:
Buonasera a tutti, ringrazio gli amici del meeting per questa opportunità che ha permesso a me e alla mia famiglia di ripensare alla nostra esperienza. Non è facile concentrare in pochi minuti quasi 30 anni di vita matrimoniale. Sono infatti così tanti gli avvenimenti e le persone che ne hanno segnato il percorso, facendone gli argini e le sponde, permettendo a ciò che abbiamo vissuto in questi anni di non essere disperso in frammenti isolati, ma di formare anelli legati insieme a comporre la nostra storia. Storia in cui nulla è andato perduto.
L’inizio è sempre determinante perché contiene già tutto lo svolgimento futuro, dal sì iniziale, dalla promessa di fedeltà pronunciata nel sacramento del matrimonio, è scaturita una tale grazia da permetterci di dire: “ne è valsa la pena o meglio, oggi ne vale la pena”.
L’inevitabile impegno che questa scelta comporta è per una pienezza umana, per una vita nuova, buona, dove si rivela una possibilità di felicità non solo per noi ma anche per tutte le persone che incontriamo.
Ciò che ha permesso questa unità tra noi, così diversi e ha legato tutti gli avvenimenti vissuti,anche dolorosi, è stato intravedere che c’è un nesso fra tutte le cose, un significato, una verità sottesa per cui io e mio marito stiamo insieme e rende positivo ciò che viviamo.
Il primo sentimento per noi è quello di una profonda gratitudine a chi ci ha consegnato questa verità, don Giussani, incontrato fin dai tempi dell’università e che ha acceso i nostri cuori e ci ha affascinati, permettendoci di amare con ragionevolezza la Chiesa che da sempre custodisce questa verità in una compagnia di uomini, luogo e presenza di Cristo.
Il secondo punto che ci ha accompagnati nel cammino è la frase che don Giussani ci ha affidato, nell’omelia del nostro matrimonio: “Ricordatevi che è per un compito”.
Questa frase da subito ci ha interpellati anche se all’inizio non abbiamo capito. Lo stiamo comprendendo strada facendo, crescendo nell’esperienza del movimento di Comunione e Liberazione dove siamo stati educati ad avere uno sguardo sulla persona, senza pretendere che l’altro sia la risposta esauriente al desiderio di felicità e anche dopo tanti anni di matrimonio è un’educazione continua. Ci siamo accorti così che il rapporto maturando non può avere diverso fondamento che la verità di ciascuno. In questa esperienza infatti si rivela ad entrambi la propria vocazione.
Per noi vivere il matrimonio vuol dire camminare insieme verso Cristo, l’Unico capace di rispondere alla sete di felicità che l’altro suscita costantemente in noi. Così ci scopriamo capaci di abbracciare la diversità ed i nostri limiti, perdonandoci.
Questo avviene perché, noi per primi, siamo stati accolti, sostenuti e sorretti nell’affronto della vita quotidiana, in modo totalmente gratuito, dalla compagnia di tanti amici ai quali siamo legati in maniera indissolubile. In particolare per noi è stata l’amicizia con i Memores Domini della casa di Gudo, con la famiglia di Buccinasco che ha ospitato per anni mia figlia, quando in prima liceo ha deciso di fare un’esperienza di più ampio respiro andando a studiare a Milano. In questa situazione per noi di sofferenza e preoccupazione Don Giussani ci ha tranquillizzati dicendoci. “Affidatela a questi amici, è come se fosse con voi“. Abbiamo sperimentato così la solidarietà di un’altra famiglia e iniziato un cammino comune educativo, dove siamo stati educati noi insieme ai nostri figli. Queste persone sono per noi l’abbraccio concreto di Cristo: un dono, una grazia che ci accompagna costantemente.
C’è qualcosa di più grande su cui tutta la famiglia si regge ed è unita, al di là degli inevitabili errori che si possono fare. E’ una certezza che cerchiamo di trasmettere ai nostri figli, più importante del lavoro, dei soldi, dei successi personali: è il desiderio di bene l’uno per l’altro .
Per me l’altra esperienza fondamentale è che la famiglia è proprio il luogo della libertà perché introducendo proposte e non dubbi permette ai miei figli di confrontarsi, di esercitare cioè la loro capacità di giudizio. Non è un rapporto a senso unico, anche noi genitori siamo educati ad essere liberi dallo schema fatto sui figli: normalmente infatti le loro decisioni spiazzano e rompono i miei progetti.
Tutto questo l’abbiamo imparato nel tempo, non astrattamente ma da una presenza concreta, una compagnia che già negli anni dell’Università, a Milano, non si tirava indietro nel giudicare tutto ciò che accadeva, in un periodo in cui non era facile affermare la propria appartenenza alla Chiesa.
Questi stessi amici 25 anni fa hanno proposto a me e a mio marito di iniziare a Pesaro il Sindacato delle Famiglie e l’idea ci piacque subito, ci corrispondeva. C’è sembrata un’occasione per approfondire l’essere famiglia con tutto ciò che comportava: l’inizio del lavoro, l’educazione dei figli, il desiderio di continuare a vivere l’esperienza incontrata.
Sono stati coinvolti, in questa avventura, gli amici più prossimi e anche alcuni pazienti (siamo 2 medici).
La presentazione come Sindacato è coincisa con la prima battaglia intrapresa per avere a Pesaro un nuovo acquedotto che la città attendeva da 30 anni. Le famiglie erano costrette ad acquistare acqua minerale con una notevole spesa economica: quella volta abbiamo raccolto in piazza più di 3.500 firme, organizzato assemblee pubbliche e sicuramente il nostro coinvolgimento ha contribuito a sollecitare la costruzione dell’attuale acquedotto.
Questo giocarsi in prima persona è stato determinante nel far crescere in noi una consapevolezza nuova, più matura, dove la vocazione personale è passata attraverso la condizione di sposi, e si è delineata anche come responsabilità ed impegno personale nella costruzione di quest’opera.
Siamo stati sostenuti dall’amicizia con Peppino Zola e la moglie Adriana, fondatori del Sidef, con Paola Soave per tanti anni alla guida dell’opera, dagli incontri con i responsabili e dai rapporti con gli amici delle varie sedi locali in cui via via ha preso vita e si è articolato il Sidef .
Questa capacità di coinvolgimento, cercando di apprezzare il positivo presente nell’altro, ha fatto nascere una vastissima trama di rapporti e di amicizie, facendo accrescere la stima da parte di tante persone di altre associazioni e movimenti, in particolar modo degli amici del Forum. La cordialità e la “simpatia” per l’uomo, imparate continuamente nel Movimento, sono fondamentali nell’incontro con gli altri e nella condivisione dei loro bisogni.
Così ci ha incoraggiati Don Giussani nel 1993 durante un incontro con i responsabili del Sidef, determinante per ognuno di noi. Ci ha detto: “ se questo assetto della famiglia con i riferimenti originali su cui si appoggia non è difeso socialmente, il fenomeno si deprime, viene soverchiato e schiacciato. Questa è una carità per tutta la società che permane”.
Le sue parole ci hanno sostenuto e accompagnato in ogni tipo di iniziative sociali e politiche, a livello sia locale che nazionale.
Abbiamo difeso pubblicamente la realtà famiglia là dove è stata minacciata o non riconosciuta o anche sottilmente ostacolata perché considerata non determinante per lo sviluppo della società. Spesso a parole ne viene sottolineato il valore, ma nei fatti la società attuale vuole l’uomo solo, sganciato da questa prima esperienza di socialità che è la famiglia, per renderlo più manipolabile dal potere.
Il Family Day è stato il frutto di una coscienza nata da un lavoro comune.
Da 3 anni, per lo stesso motivo, ho accettato di fare il Consigliere Comunale in una lista civica. Il punto discriminante per accogliere questo ulteriore impegno è stato di evidenziare sempre più nel sociale i giudizi e le proposte emergenti dalla nostra originale esperienza e dall’ amicizia fraterna che vivo con chi a Pesaro costruisce il Sindacato insieme a me. La nostra forza e la nostra presenza pubblica in città nascono da questa unità, così pure le battaglie fatte in Comune per la difesa, ad esempio, delle convenzioni per le scuole paritarie o per un fisco più equo a misura di famiglia. Mi ha colpita lo stupore di un consigliere di maggioranza che mi ha detto: “Si vede che ami quello che dici, che ci credi e anche se sono dall’altra parte ho votato per la tua mozione”.
Un modo di vivere così chiede e da’ ragioni confrontabili con ogni posizione perché al centro, in ogni caso, c’è la persona con tutti i suoi desideri: da questo riconoscimento è possibile una costruzione comune.
Io e la mia famiglia, non possiamo che essere riconoscenti a chi ci ha insegnato a vivere così, a chi ci insegnato innanzi tutto le ragioni del compito ma anche il gusto, la libertà, la passione e quella ingenua baldanza che ci permette di affrontare senza timore la realtà.
MODERATORE:
Si vede che ami quello che dici. Solo l’esperienza di un grande amore, cioè di una passione convincente e avvincente mette in moto, mette in azione, fa cercare solidarietà aiuti per portare la battaglia della verità. Adesso ascoltiamo Jimmi Garbujo della Famiglie per l’accoglienza.
JIMMI GARBUJO:
Grazie. Io sono sposato da anni con Silvia. Abbiamo quattro figli. La nostra è una storia molto semplice e piena di gratitudine. Un anno dopo il matrimonio abbiamo incontrato subito, venendo da fuori, alcune famiglie che facevano accoglienza. Ne è nata un’amicizia inaspettata, intensa, gratuita che mi ha portato qui. E soprattutto questo rapporto ci ha aiutato ad approfondire l’esperienza di Comunione e Liberazione che avevamo incontrato proprio con queste famiglie. Ma la cosa che ha colpito me e mia moglie da subito era stata la passione con cui questa gente viveva la normalità della vita, ogni aspetto della vita quotidiana. Ci veniva detto: “stateci vicino, la vostra amicizia per noi è preziosa” e sinceramente noi non capivamo in che cosa eravamo preziosi, ma ci siamo stati perché ci interessava imparare quello sguardo per cui la realtà è sempre da abbracciare perché è sempre interessante. Di fatto per noi la sfida in quegli anni è stata sulla normalità della vita quotidiana della nostra famiglia, cioè imparare a desiderare che le solite cose diventassero occasione di una novità e di uno stupore per noi e per i quattro figli che via via sono arrivati. Vi sto parlando di un periodo che è durato circa dieci anni. Era inevitabile che ad una certo punto io e mia moglie ci domandassimo: “Ma noi, non accogliamo nessuno?” Era come un dubbio, anzi una pretesa ultima che mettevamo su ciò che stavamo vivendo. La domanda era sorta perché avevamo partecipato alla nascita dell’Associazione Famiglie per l’Accoglienza in Veneto. Ma questi amici ci facevano notare che i nostri figli e i ritmi familiari ancora forse non permettevano un’accoglienza. Allora dopo anni, ripensando a tutte queste vicende, ho capito un po’ di più ciò che Don Giussani, proprio alla prima pagina de “Il miracolo dell’ospitalità”, dice: “State all’erta, vigilate, siate coscienti del vostro rapporto con Dio”. E due o tre pagine dopo: “non possiamo spalancare la nostra presenza ad accogliere la presenza di un altro se innanzitutto noi non ci sentiamo accolti”. Guardando queste famiglie, stando con loro, abbiamo imparato a coinvolgerci con la nostra vita, a guardarla con meno ansia e pretesa, più tesi a riconoscere questa paternità e ciò che è accaduto a noi è un’esperienza che capita spesso nella nostra Associazione, cioè la famiglia che accoglie e le famiglie vicine che collaborano e aiutano, crescono nell’umanità allo stesso modo, perché respirano la stessa aria, perché partecipano dello stesso bene. Ecco, perché in Italia a fronte di più di 500 gesti di accoglienza che esistono all’interno della nostra Associazione, ci sono iscritte più di 6000 famiglie. Poi quando meno te l’aspetti accadono dei fatti. Ne racconto due brevemente. Il primo: durante una vacanza in montagna, una ragazza ci propone di accogliere una mamma con un ritardo psichico. E’ stata da noi sei mesi. A questa donna erano stati tolti i figli, era stata abbandonata dal marito, quindi una situazione pesante. Tuttora lei fa parte della nostra famiglia, anche se non è più con noi e sin dal primo giorno, ma anche adesso, quando è in un momento di fatica, telefona a mia moglie e dice: “Ma tu mi vuoi bene?” Questa cosa ci ha sempre aiutato a far memoria del “Pietro, mi ami tu?” e quindi ci ha aiutato a ricentrare sempre lo sguardo su di noi, su lei, l’accolta e anche sui nostri figli. Secondo fatto: sempre una persona adulta. Al sabato sera arriva la fatidica telefonata. Quest’uomo viene a casa nostra, sta lì tre giorni. Il secondo giorno comincia a raccontarci la sua storia, pesantissima e comincia a recriminare sull’ingiustizia che c’è nel mondo, sulla sfortuna che lui ha avuto. Io e mia moglie eravamo lì, sperando che i figli non ascoltassero, e gli abbiamo detto: “Noi non sapevamo nulla di te e ti abbiamo accolto in casa, di questo non puoi non tenerne conto”. Ma gli dicevamo questo per ricordare a noi proprio che l’ultima parola sulla vita non è la fatica o la sfortuna ma è l’esperienza di misericordia e gratuità che il Signore ci fa fare, di cui però purtroppo ci dimentichiamo spesso. E veniamo all’oggi. Due anni e mezzo fa circa, il funzionario responsabile della Tutela Minori della nostra Als chiede all’Associazione Famiglie per l’Accoglienza una famiglia per entrare in una casa di accoglienza. Lui chiedeva una famiglia che avesse un po’ di esperienza di accoglienza ma soprattutto che fosse all’interno di una storia, all’interno di una compagnia di famiglie. Quindi aveva scelto la storia della nostra associazione. E’ cominciata la ricerca di una famiglia, ma la cosa non era semplice e l’elenco che avevamo scritto si è subito esaurito, perché bisognava trasferirsi, traslocare. E una bella mattina io e mia moglie ci siamo guardati e ci siamo solo detti: “E noi?”. Non abbiamo analizzato, non abbiamo soppesato, non abbiamo calcolato i rischi, anche se dopo sono tutte cose da affrontare. Ma ciò da cui siamo partiti è: “Perché no?”. E con questo “perché no?” siamo andati da questi nostri amici, quelli che a suo tempo ci avevano aiutato a dire di no. Solo che questa volta tutti, dal primo all’ultimo, facevano il tifo per noi. Quindi ad aprile di quest’anno, sabato santo, prima di Pasqua, siamo entrati in questa nuova casa. “La vocazione – dice Don Giussani - si presenta più come una possibilità intravista che come ineluttabilità inequivocabile e questo è un bene, perché ci aiuta a non essere presuntuosi e a chiedere sempre”. Ma c’è un’altra questione. Ma come può la vita continuare a corrispondere anche quando le circostanze cambiano in maniera così eclatante? Noi ce lo chiediamo spesso perché è una questione che vogliamo capire bene. Perché vogliamo capire bene che cosa ci sta succedendo. Perché sinceramente i primi ad essere stupiti di questa cosa qui siamo noi. La risposta che abbiamo intuito è questa: la corrispondenza c’è laddove uno è in gioco con la propria umanità. E questa è la posizione che abbiamo imparato guardando molti di voi qui presenti: vivere la propria vita semplice, straordinariamente normale eppure così affascinante. Siamo stati proprio educati, dobbiamo riconoscerlo, ad essere in gioco, a stare in gioco dentro la realtà e ad affidarci alla storia in cui il Signore ci ha messo, perché questo, l’abbiamo sperimentato più volte, ci permette di ricominciare sempre. Giussani dice che non c’è gratuità autentica se non si vive con gratitudine la carità con cui Cristo ha toccato la nostra vita attraverso l’esempio di altri e senza la fedeltà a questa compagnia, la nostra carità non farebbe storia. Non sarebbe possibile concepirsi da soli. Diceva prima il dottor Savorana: “non si può resistere da soli”. Il nostro sì non ci sarebbe stato se non ci fossero stati i sì di tanti di voi qui presenti e a casa. Un esempio eclatante è questo. Questa nostra casa nuova, noi l’abbiamo potuta vedere la prima volta cinque minuti per capire se ci stavamo dentro e la seconda volta dopo sei mesi per prendere le misure, perché questa casa era abitata. Ma questa seconda volta io ho ben presente lo scompenso che mi ha preso, perché io sono salito e ho detto: ho sbagliato, non ci stiamo. Qui i nostri figli non possono dormire. Non c’è lo spazio che avevo visto la prima volta. Però ho anche presente che cosa è successo subito dopo. Perché vicino a me c’era un architetto, sua moglie arredatrice e un amico artigiano che mi hanno detto: “Tu parla con i funzionari del Comune e dell’Asl. Qui viene fuori una bella cosa.” E hanno cominciato a prendere le misure su dove aprire le finestre, su dove fare le pareti nuove. La gratuità genera altra gratuità. Questo è una spettacolo che allarga il cuore. Non eravamo soli e non siamo soli. Quindi sì, si poteva fare, si può continuare anche oggi. Attualmente abbiamo due brave ragazze adolescenti con noi, un terzo arriva la settimana prossima e poi ne arriveranno anche altri. Ai nostri figli come garanzia abbiamo detto questo: “Guardate che il papà e la mamma non hanno mai avuto il pallino di una casa famiglia. Ci siamo stati perchè abbiamo riconosciuto ciò che il Signore ci ha messo davanti. Stateci anche voi come siete e vedrete che sarà adeguato per tutti. Certo a loro chiediamo una bella fatica, perché che le nostre case diventino una dimora per altre persone non è facile. Ma si chiede poco a chi si stima poco e si chiede tanto a chi si stima tanto. A volte il preservare i nostri figli dalle fatiche è segno di non stima. Loro se ne accorgono subito. Abbiamo visto che dentro all’esperienza quotidiana della giornata anche i nostri ragazzi si accorgono di essere capaci di accogliere e questo bene che vivono li rilancia, dà loro una sicurezza, hanno più stima di loro stessi. E’ proprio vero che tanto più uno ama tanto più è se stesso. Questa nostra casa l’abbiamo chiamata “San Benedetto”, perché siamo stati sempre affascinati dalla figura di questo Santo, dalla sua storia, dalle sue opere e perché abbiamo conosciuto alcuni monaci. Anche perché ci ha sempre colpito quella frase del Salmo 33, che è stato un titolo del Meeting, che è all’inizio della regola e dice: “C’è qualcuno che desidera la vita e vuole vivere giorni felici?” Sì, noi lo desideriamo, desideriamo rispondere con questo semplice sì. Perché nel dire di sì ci siamo accorti che ci sentiamo preferiti. Un’ultima sottolineatura sulla bellezza, perché siamo andati a vedere delle case di accoglienza e la cosa che ci ha colpito, che accomunava tutte, era la bellezza. Subito. Una bellezza che ti lascia senza fiato, che ti commuove, che ti fa chiedere: “ma come è possibile una cosa del genere? Questi devono accogliere e guarda che cosa fanno!” e dopo abbiamo conosciuto le persone che c’erano dentro e abbiamo visto che le cose belle sono perché ci sono le belle persone che hanno una passione per la vita e la bellezza esprime la concezione della vita che hanno queste famiglie. Bene, anche da noi ci sono tanti lavori da fare. Tanti si sono coinvolti seriamente in quest’opera. Desideriamo veramente che i lavori portino a questo concetto di bellezza: come è bello il mondo e come e grande Dio! Concludo leggendovi un’ultima citazione di Don Giussani, che un amico mi ha mandato il giorno dell’inaugurazione: “Non c’è nulla che rende più fecondi, più pazienti, più capaci di perdono, più capaci di attesa che mettere il piede dove l’ha messo un altro” Questa è la grazia più grande della nostra amicizia. Il tempo in questa sequela renderà ragionevole e renderà pieno di letizia ogni passo della vita, persino quelli carichi di profonda drammaticità e di dolore. Grazie.
MODERATORE:
E noi? La domanda che Jimmi e sua moglie si sono posti quel giorno vale anche per ciascuno di noi. E noi dove siamo? Il titolo del Meeting ci riguarda? Mi riguarda? Perché sono io che desidero la verità e sono io che voglio compiere la strada verso il destino. Questo desiderio, oggettivo, che trovo dentro la struttura del mio essere, lo voglio abbracciare? Voglio diventare protagonista? E senza questo non si spiega nessun tentativo umano e sicuramente anche il Family Day
EMILIO GOBBI:
Buonasera a tutti. E’ per una gratitudine al buon Dio, e solo per questo, che sono qui a raccontarvi il miracolo di ciò che Dio ha compiuto nella mia vita e nella mia famiglia. Mi chiamo Emilio Gobbi, ho 45 anni, e sono sposato con Antonella da 21. Abitiamo a Crema da quando abbiamo incontrato l’esperienza dell’Associazione “Fraternità”, fondata e guidata da Monsignor Mauro Enzoli. Da 17 anni accogliamo in casa nostra minori e non solo, in difficoltà familiare o con problemi di salute. Fino ad oggi abbiamo ospitato più di 20 ragazzi, chi per pochi giorni, chi per anni e chi, come Gianluca, abbiamo accompagnato a morire. In questo momento abbiamo nove figli, quattro generati, uno adottato e quattro in affido e da più di un anno sono parte della nostra famiglia anche Maria, una ragazza madre, e sua figlia Arianna. Noi abbiamo iniziato la nostra esperienza di accoglienza mossi dal desiderio che era presente fin da quando eravamo fidanzati: fare della nostra famiglia qualcosa di grande, qualcosa che rimanesse nel tempo. Ci aveva affascinato la frase di Giovanni Paolo II che avevamo riportato sulla nostra partecipazione di nozze: “Costruite la civiltà dell’amore”. Nel ’88 eravamo in vacanza alle vacanzine del Movimento, a Corvara, e con la nostra comunità c’era anche un gruppo delle famiglie per l’accoglienza. Lì abbiamo conosciuto la signora Pia che aveva adottato un bambino down. Immediatamente, e questa è una cosa che ci ha sempre accompagnati nel tempo, abbiamo percepito una istintiva corrispondenza tra quell’incontro, tra il gesto di accoglienza della signora Pia verso il bambino down, e il nostro desiderio. Siamo rimasti profondamente attratti dalla forma di vita che abbiamo incontrato, e quindi abbiamo deciso di cominciare a frequentare le famiglie per l’accoglienza. Era ottobre e abbiamo iniziato a recitare il Santo Rosario tutte le sere e questo ci ha accompagnato fino ad oggi. E abbiamo chiesto alla Madonna che si compisse questo nostro desiderio. Una sera, durante un incontro del gruppo affido, è stato dato l’avviso che a Bari c’erano tre bambini down abbandonati in un istituto. Avevamo veramente un sacco di motivi per far finta di non aver sentito quell’avviso. Io, in quel momento, per esempio, non avevo il lavoro. Ma di botto, istintivamente, ci venne spontaneo dare la nostra disponibilità, affidando, come sempre, alla Madonna tutte le nostre obiezioni e pensando che comunque ci sarebbero state molte altre famiglia più adeguate. Ma incredibilmente eravamo gli unici! E così Fabrizio, bambino di tre anni allora e ragazzo di venti oggi, è arrivato a casa nostra quattro giorni prima di Natale. L’incoscienza con cui abbiamo detto di sì a Fabrizio è stata segno della nostra personale vocazione. Nel 1992 Don Mauro ci ha proposto di andare ad abitare in una casa di accoglienza che l’associazione Fraternità aveva appena ottenuto in comodato d’uso. Siamo rimasti anche noi affascinati dalla bellezza delle case di accoglienza di cui si diceva, ma soprattutto perché la casa era molto molto più grande allora, perché oggi è piccola per noi, rispetto alla casa dove vivevamo a Milano. E quindi abbiamo detto di sì per questo. E perché la casa aveva veramente un grande giardino che noi a Milano nemmeno avremmo potuto immaginare. Però i primi anni di accoglienza a Crema, per noi, sono stati veramente molto, ma molto, faticosi, perché eravamo in rapporto con i nostri figli, naturali ed affidati, secondo la nostra misura. Con la nostra smisurata pretesa che loro diventassero migliori e per migliori intendo l’eliminazione del limite che ci caratterizza, ed anche con la forte presunzione di essere noi capaci di rispondere al loro bisogno. Ma in quei momenti, come sempre, Don Mauro ci è stato molto vicino, e veniva spesso a trovarci, (cosa ad oggi meno frequente perché è così impegnato) e la sua amicizia è stata per noi quella di un padre, che non si pone il problema di fare dei discorsi quando il figlio è in difficoltà, ma che lo sa guardare con stima, al di là della sua evidente miseria e meschinità. Don Mauro ci ha sempre sostenuti, senza mai rimproverarci per i nostri ripetuti errori, e ha continuato a riporre la sua fiducia in noi, chiedendoci nuove disponibilità per ospitare nuovi ragazzi. E così, pian pianino, imitando lo sguardo che Don Mauro ha avuto e ha su di noi, che non è altro che il riverbero dello sguardo commosso e misericordioso di Dio sull’uomo, abbiamo finalmente sacrificato l’autonomia del nostro criterio, abbiamo messo da parte la pretesa e abbiamo iniziato, almeno come tentativo, a servire il bisogno dei nostri figli e a scommettere totalmente sulla loro libertà, sempre chiedendo al buon Dio di fare Lui. Abbiamo iniziato a perdonarci tra di noi: dopo ogni sbaglio, nostro e dei nostri figli, è ora possibile chiedere perdono e c’è il miracolo che l’altro ti dica: “andiamo avanti!”. C’è la possibilità di fidarsi nuovamente e di ricominciare: “Hai sbagliato ed io mi fido ancora di più”. E questo, vi assicuro, è stata una svolta notevole per la nostra famiglia. Tanto è che ora, dire a un ragazzo accolto: “Io non ti lascio, non ti lascerò mai”, mentre lo contieni perché questo altrimenti spacca tutto, come ci è successo, e malmena i tuoi figli, mentre magari ti piscia addosso, ti sputa e ti picchia, è possibile solo per quello che ci insegna Don Giussani: il valore della persona, il rapporto diretto ed esclusivo che ha con Dio, come ci ha ricordato anche Carron agli ultimi Esercizi della Fraternità. Ciò che ce lo fa dire – e questa per noi è stata proprio una sorpresa perché chi ci conosce sa che noi non siamo esattamente l’esempio di pazienza o di bontà o di dolcezza: chi passa sotto casa mia sente sempre me e mia moglie urlare come degli ossessi! – non è la nostra capacità ma il riconoscimento che noi per primi siamo stati trattati così dal buon Dio, da Don Mauro, dai nostri amici e da questo grande popolo cristiano di cui facciamo parte. Dei vari ragazzi ospitati a casa nostra, vorrei raccontare brevemente le esperienze con Gianluca e Arianna. Quattro anni fa è stato chiesto all’Associazione Fraternità la disponibilità ad accogliere un neonato gravemente cerebroleso. Una sola famiglia ragionevolmente non ce l’avrebbe fatta a provvedere a Gianluca. Ma l’osservazione della realtà e la genialità educativa di Don Mauro hanno consentito di individuare una modalità di risposta adeguata. Gianluca di tre mesi è stato accolto dalla nostra famiglia e da altre due famiglie di nostri amici. Ognuno di noi aveva cura di Gianluca nella propria casa per 2 giorni e mezzo alla settimana. Le nostre tre famiglie e il popolo dei nostri amici hanno accompagnato Gianluca all’età di 10 mesi all’incontro con Gesù, dopo averlo vegliato notte e giorno nella sua agonia per settimane. Questa esperienza ha realmente cambiato noi e i nostri amici, perché è stata come un miracolo di unità e di carità imprevista, che ha travolto i muri delle nostre resistenze, come ci ha ricordato Don Mauro durante il funerale di Gianluca: “La vostra forza è stata la vostra unità, diventata anche la vostra amicizia. Quello che da soli nessuno avrebbe potuto portare e sopportare, è diventato possibile per la vostra unità e la vostra amicizia. Vittoria di Cristo sulle nostre sempre insorgenti tentazioni di autonomia.” Per esempio, io ricordo che ero terrorizzato dall’idea di accogliere Gianluca, un neonato così gravemente malato. Però questo mio terrore, reale terrore, credetemi, è stato realmente travolto dal fatto che mia moglie e i miei quattro amici con cui abbiamo portato avanti questa esperienza hanno detto di sì. Quindi il loro certo sì mi ha costretto a balbettare il mio incerto sì. Oppure il mio amico Paolo, che dopo aver passato una intera sera con me a raccontarmi di quanto ero incosciente ad accogliere Gianluca, la settimana dopo ha dato la sua prima disponibilità ed ha accolto Valentina, che è in casa con lui ancora adesso. Il secondo esempio che volevo apportare è relativo a Maria ed Arianna. L’anno scorso sono venute ad abitare con noi Maria, giovane ragazza madre e la sua bambina Arianna, di quattro anni, affetta da una grave forma di autismo. Dovevano restare con noi solo per il periodo estivo. Arianna e la sua mamma sono arrivate a casa nostra un giorno che io ero per lavoro a Lucca. Appena sono ritornato a casa dalla trasferta, ho assistito ad una delle più belle scene di carità cristiana che io mai ho visto nella mia vita: c’era mia moglie Antonella che era seduta a tavola per la cena e aveva in testa una cuffia di lattice, di quelle che si usano in piscina, perché in questo modo evitava che Arianna le tirasse i capelli e la colpisse continuamente, perché lei si rapporta così con la realtà; e vedere mia moglie piegata così su Arianna è bastato immediatamente a ricordarmi della Madonna piegata su suo figlio morto. Quando è arrivata da noi, Arianna si picchiava in continuazione le tempie, si cibava solo di latte ed era imbottita di psicofarmaci, nel tentativo di consentirle di dormire e di ridurre l’autolesionismo. L’arrivo di Arianna e di Maria nella nostra famiglia ha mostrato a tutti noi, ed a me in particolare, la totale corrispondenza dell’affetto per quell’umanità ferita con il desiderio di Cristo. Io di fronte ad Arianna non posso non dire: “E’ Cristo”, e faccio l’esperienza dell’eterno nel rapporto con lei, fino al punto che voglio questo per sempre. Tant’è che ancora una volta questo desiderio di averla per sempre ha fatto saltare la nostra misura e allora siamo andati a chiedere a don Mauro di tenere con noi Arianna e la sua mamma, chiaramente, anche se doveva stare solo per l’estate. Il grande cuore di don Mauro ha detto di sì, anche se questo vuol dire un grosso impegno sia di sforzi sia di risorse economiche per l’associazione. Quest’anno e mezzo è stato importante per noi, perché in quest’anno e mezzo Arianna ha fatto enormi passi in avanti. Non assume più psicofarmaci, riesce a frequentare l’asilo, ha imparato a masticare, porta il cibo alla bocca da sola, cose che per noi sembrano banali ma per lei no, e alcune volte riesce a reggere il contatto visivo, purtroppo si picchia ancora e la domanda alla Madonna che Arianna smetta di farsi del male trova sempre posto nelle nostre preghiere quotidiane. Le opere di carità che si fanno, per esempio per noi l’accoglienza a Crema, è un fiorire continuo, si dilata questa cosa tanto che uno quasi non se ne rende più conto. Queste opere che facciamo sono, per chi ci incontra, una possibilità di stupore grande e sono anche una occasione privilegiata di incontro e di testimonianza pubblica della bellezza dell’esistenza cristiana e si crea così intorno alle nostre famiglie un movimento di amici che ci aiutano, e l’accoglienza si dilata oltre i ragazzi accolti ed abbraccia il bisogno dell’uomo nelle forme in cui si presenta, come i parenti dei bimbi in affido. Tu accogli il bambino e ti trovi, come omaggio, la famiglia naturale. Vado verso la conclusione e voglio ripetere, perché per me è verissima, questa frase di don Giussani: “Ti ringrazio, o Cristo, di avermi fatto compiere qualcosa che non avrei compiuto”, perché io sono realmente un poveraccio e nemmeno avrei saputo immaginare una famiglia e una vita come quella che il Signore ma ha dato da vivere, perché Cristo, come ci dice la Scuola di Comunità, è venuto a prendermi attraverso i miei più istintivi desideri, è venuto a prendermi per il mio desiderio di fare della mia famiglia una cosa grande, come avevo detto, per il desiderio di avere una casa grande e bella. Per questo è venuto a beccarmi. Ma poi, lentamente, è diventato il mio centro affettivo e mi ha chiesto, piano paino, di rinunciare alla mia stretta misura per abbracciare la Sua. Quello che realmente sperimento, e che sperimenta mia moglie, sperimentano i miei bimbi, sperimentano i miei amici, è veramente il centuplo quaggiù, perché io sono cento volte tanto affascinato e attratto d Cristo, perchè la Sua bellezza in quello che faccio e in quello che vedo fare corrisponde totalmente al mio desiderio. Sono cento volte più familiare con Cristo e sono cento volte più amico di don Mauro e delle famiglie che condividono l’esperienza della nostra associazione fraternità, ed è cento più volte vero, bello e tenero il rapporto con mia moglie, anche se come ieri sera, avendo smarrito la strada vero l’albergo, ci siamo massacrati; però è cento volte più bello, vero e tenero il rapporto con mia moglie, perché assieme camminiamo verso Cristo e, amando di più Cristo di quanto ci amiamo l’uno e l’altro, il nostro amore cresce nel tempo. Ed è cento volte più educativo il rapporto con i miei figli, come ha avuto occasione di sottolineare mia figlia Guia: “Volere bene a Gesù” – questo è quello che ha detto Guia ad un suo amico – “e a tutti è quello che mi hanno insegnato i miei genitori e quel bene che doni ti è restituito in misura più ampia. Ho sofferto di gelosia perché ho dovuto condividere i miei genitori con altri bambini, ma stando con i bambini accolti mi sono accorta che il bene dei miei genitori non era diviso tra noi figli, ma moltiplicato per ognuno di noi”. Grazie.
MODERATORE:
Certo che per fare il sacrificio di mettere la cuffia da piscina e dare da mangiare a una bimba non propria, dovendosi difendere e proteggere da percosse e dai capelli strappati, uno deve essere così sicuro e certo di sé da vincere la paura nei confronti della realtà e da guardare la realtà con una simpatia profonda e smisurata. Adesso noi consegniamo questi tre interventi a Eugenia Roccella, chiedendole di dare, come sempre, il meglio di sé.
EUGENIA ROCCELLA:
Qui ci siamo tutti presentati raccontando prima di tutto la nostra famiglia, ognuno di noi ha detto che è stato sposato, che è sposato da un certo numero di anni. Anch’io, nonostante l’origine radicale, sono sposata da 30 anni e nonostante, appunto, nessuno dei miei amici, credo, abbia resistito dentro un matrimonio, devo dire che la mia storia è un po’ diversa dall’area politica a cui ho appartenuto, dai miei vecchi compagni. Tutto questo nessuno di noi lo dice vantandosene, nessuno di noi esibisce belle famiglie. Questa è una cosa che abbiamo detto anche al Family Day, non eravamo lì a dire: “Noi siamo migliori, noi abbiamo famiglie che resistono, noi abbiamo famiglie più affettuose, più solidali, più durature”. Non è questo il problema, non è questo che volevamo dire né che vogliamo dire qui, non credo che nessuno di noi volesse dire questo. Quello che, invece, io penso vogliamo dire, è che questa è la natura normale della famiglia. Qui sono state raccontate esperienze straordinarie, ma in questa straordinarietà c’è anche l’ordinarietà della famiglia. L’associazione Famiglie per l’Accoglienza è quasi una tautologia, perchè le famiglie sono accoglienza. Certo, sono state esperienze straordinarie quelle raccontate, ma se ognuno di noi raccontasse la propria storia, non verrebbe fuori una storia di accoglienza? Una storia di accoglienza, per esempio, degli anziani, il rovesciamento del rapporto di cura che si ha con i genitori, prima i genitori curano noi, poi a un certo punto noi dobbiamo curare i nostri genitori, diventiamo genitori dei nostri genitori; accoglienza verso, ovviamente, verso i nostri figli; accoglienza verso gli amici dei figli; accoglienza verso le altre famiglie con cui si intrecciano reti di rapporti. Le famiglie sono il cuore della relazione, sono il cuore dell’accoglienza e dei rapporti, senza la famiglia saremmo monadi, individui che vagano disperatamente alla ricerca del modo per sacrificare la propria libertà, perché questa libertà che viene tanto esaltata, se è declinata solo in termini di disimpegno, se questa libertà non la mettiamo mai in gioco, non diciamo mai che è per sempre che ci impegniamo, che ci impegniamo, che ci impegniamo per tutta la vita, che libertà è? È una libertà senza significato, è una libertà che è soltanto disimpegno. Quindi io, pur dando tutti gli omaggi possibili alle storie straordinarie che vengono raccontate, sono anche convinta che dentro questa straordinarietà c’è proprio la quotidianità normale della famiglia, l’ordinarietà della famiglia. Quando prima Alberto Savorana, all’inizio, diceva che io, durante la preparazione del Family Day, sono stata sola nell’ambito dell’intellighentija, diciamo, cioè nell’ambito dei giornalisti, della mia professione, prima di tutto, di chi scrive, di chi teorizza, e io ho sottolineato che sono stata forse sola da questo punto di vista, ma per niente sola dal punto di vista della compagnia di un popolo, perché al Family Day c’era un popolo e io mi sentivo assolutamente parte di questo popolo, ecco, forse è proprio perché gli intellettuali italiani hanno perso il senso ordinario della propria famiglia. Voglio fare questa piccola critica: forse è difficile ormai trovare una persona che fa un mestiere intellettuale, e poi si prodiga ad accogliere i propri genitori, a mantenere il senso del rapporto delle generazioni con il tempo, a mantenere normali rapporti di quotidianità con l’accompagnamento a scuola dei figli e con le altre famiglie. Forse è questo che si perde perché se no, altrimenti, non si capisce perché c’è tanta differenza fra quello che io chiamo il senso comune, cioè l’esperienza di popolo del Family Day, l’esperienza dell’assoluta maggioranza degli italiani e quello che viene teorizzato attraverso il luogo comune, cioè quello che passa attraverso soprattutto i giornali, molti libri, molte teorizzazioni di intellettuali. Io a volte mi meraviglio di questa resistenza della famiglia italiana, di questa resistenza di popolo, cioè mi meraviglio che esistano ancora persone che, nonostante tutte le pressioni che ci circondano, proprio sul piano del luogo comune, vogliano ancora impegnarsi per sempre, credano ancora a questa idea dell’accoglienza e della relazione che è al cuore della famiglia. C’è stata una lunga cultura di attacco alla famiglia, quello che Christopher Lasch ha teorizzato e ha chiamato la “cultura dell’antifamiglia”. È stato un lunghissimo attacco concentrico alla famiglia, che è partito già negli anni ’60 – ’70, si è intensificato negli anni ’70, e poi ha cambiato forma, ma è continuato anche negli anni ’80. Negli anni ’70 c’era un attacco molto ideologico alla famiglia, l’idea che la famiglia fosse un luogo di potere, di esercizio del potere e di egoismo borghese, tanto è vero che lo scopo di tutte le utopie, che poi sono diventate distopie totalitarie, di tutti i regimi comunisti, era sempre quello di far scoppiare la famiglia, di separarla, di combattere la famiglia. Chesterton diceva che la famiglia è un nucleo anarchico, è lo è perché è una zona sottratta sia al potere sia la mercato, è una zona di scambio degli affetti, è una zona di gratuità, come è stato detto, è una difesa dal potere sia in termini di potere totalitario, sia anche in termini di mercato, come succede adesso. Io mi ricordo di avere letto un libro sulla grande carestia cinese in cui si raccontava che la prima cosa che facevano i funzionari cinesi era quella di smembrare le famiglie, perché il cibo era razionato; bisognava distruggere le cucine, che sono proprio il luogo della cura e dell’attività femminile di cura, la cucina, la distribuzione del cibo, la gratuita del cibo e dell’accoglimento del bisogno, distruggere le cucine e separare le famiglie. Perché? Perché le famiglie tendono istintivamente a curare il più debole, magari a levare il cibo all’adulto e darlo al piccolo, al malato, all’anziano, mentre per il potere questo era antieconomico, quindi doveva essere lo stato a decidere a chi fornire le scarse razioni di cibo che c’erano e non potevano essere le mamme, i papà, i genitori, le famiglie. Questo era l’attacco, appunto, ideologico degli anni ’70, perché la famiglia sembrava il luogo in cui ostinatamente resisteva quello che veniva identificato come egoismo borghese, mentre era, invece, esattamente l’opposto, cioè il senso della gratuità affettiva, cioè il senso della donazione di sé. Poi negli anni ’80 c’è stata una nuova versione della stessa cultura dell’antifamiglia, quella dell’idea della realizzazione di sé: la famiglia è il luogo che ostacola la realizzazione personale, non bisogna fare sacrifici, non bisogna assolutamente regalare nulla di se stessi, perché bisogna realizzarsi. Questo modello, che eraa proprio soprattutto alle donne, identificava tutto quello che era connesso alla maternità, alla famiglia, come un ostacolo. La maternità era un optional a cui era bene rinunciare, almeno per un bel po’ di tempo, perché prima di tutto veniva la realizzazione di sé. Io non ho mai visto tanti fallimenti personali come in chi ha seguito questo drammatico modello, perché lì c’è un rapporto, intanto di incomprensione della natura umana, cioè il fatto che la natura umana è fondata sulla relazione, sul rapporto, e poi di appiattimento su un modello di realizzazione che è un modello maschile, perché per le donne il desiderio di maternità, l’aspirazione alla cura, a una forma di dedizione di sé, è assolutamente naturale, è qualche cosa di profondamente proprio, è un bagaglio che ci portiamo dietro e a cui è estremamente doloroso spesso rinunciare. Se poi a 40 anni alcune donne vengono prese da un selvaggio desiderio di maternità e poi cercano, magari, di arrivarci attraverso la procreazione assistita, questo è proprio perché alla fine questa appartenenza profonda, trova i suoi canali per riemergere, e riemerge a quel punto in modo disordinato, in modo anche poco governabile. Quello che è stato questo lungo attacco alla famiglia, è sfociato alla fine oggi in una sintesi di entrambi gli atteggiamenti. Adesso si sente anche dire, quando ci sono dei delitti, per esempio, in famiglia, “Ecco, la famiglia è il luogo dei delitti”, ma se ragionassimo così, allora siccome la scuola è il luogo del bullismo, chiudiamole le scuole. Uno dei punti fondamentali di questo attacco alla famiglia, oltre che culturalmente, lo vediamo sul piano internazionale. Proprio in questi giorni c’è stata questa polemica con Amnesty International, perché Amnesty ha sottoscritto un documento che non dice che l’aborto è un diritto umano, questo sarebbe veramente faticoso da sostenere, però si appiattisce sull’idea di diritti riproduttivi che hanno costruito gli organismi internazionali. Questi diritti riproduttivi sono in realtà i diritti a non riprodursi, quindi non si tratta di un diritto alla libera scelta, come viene detto. E sarebbe ancora da discutere se la libera scelta di avere o no un figlio è un diritto: avere un figlio non è un diritto e non avere un figlio non è un diritto, secondo me appartiene a un’altra area dell’umano, non alla sfera dei diritti. Il modo con cui gli organismi internazionali hanno formulato questi diritti riproduttivi è assolutamente a senso unico e il problema, la polemica nata tra la Chiesa Cattolica e Amnesty, è su questo, cioè sul fatto che Amnesty si è accodata ai poteri forti dell’antinatalismo, cioè a chi ha formulato questi diritti in termini diritti marcatamente individuali, separati da ogni forma di relazione. L’idea di procreare non è qualcosa legato alla relazione familiare, è un diritto individuale e poi separato pian piano anche dalla coppia, poi separato anche dal corpo. Sempre di più questi diritti non solo diventano diritti dell’individuo, ma diventano diritti di un individuo che non ha più nessuna naturalità, nessuna appartenenza e nessuna relazione. I diritti riproduttivi sono diritti di esseri umani che potrebbero essere di qualunque sesso, attraverso lo sviluppo delle opzioni della tecnologia riproduttiva, delle manipolazioni del corpo, degli interventi sul corpo, eccetera. Non è solo un processo di individualizzazione dei diritti, ma di sganciamento dei diritti dal corpo concreto, dal corpo vero delle persone. Ormai solo i cattolici, che vengono sempre accusati di essere sessuofobici, difendono la carnalità, cioè difendono l’idea di rapporti che partono appunto da un’esperienza naturale e dal proprio corpo. Il figlio nasce, invece, come elemento fondante di una relazione, prima di tutto della relazione materna, biologica, materiale e insieme carica di un sentimento di eternità, di una proiezione verso il sempre. La relazione materna simboleggia l’intera capacità relazionale dell’essere umano, proprio perché una madre ama per sempre e il figlio è per sempre un elemento di questa unità a due, che subito riesce ad allargarsi. Infatti, dalla relazione biologica madre–figlio si intrecciano una serie di relazioni: prima di tutto quella paterna, quella con il padre e questa unità di corpi, di affetti, di relazioni, è quella che crea la comunità umana, intorno appunto alla generazione come rapporti carnali, rapporti affettivi carnali. Sganciare i diritti riproduttivi da tutto questo, sganciarli addirittura dalla persona concreta, farne i diritti di un singolo astratto, di un individuo astratto e autodeterminato, astrattamente autodeterminato come se fosse solo al mondo e senza nessuna responsabilità, vuol dire alla fine minare le basi della convivenza umana. Non c’è nessun moralismo nel fatto che noi abbiamo ritenuto i DICO profondamente pericolosi, perché l’idea che è dietro ai DICO è esattamente questo, è l’idea del figlio on demand e della famiglia on demand, una situazione non più legata alla relazione naturale, ma al desiderio del singolo. Il figlio non è più solo un diritto, ma un diritto di un singolo, di un singolo astratto, di un singolo senza corpo, quindi di un uomo, di una donna; tanto ormai le possibilità di realizzare questo desiderio disincarnato ci sono, sono possibilità tecnologiche: ci si può rivolgere alla Banca degli Embrioni, trovare mille soluzioni, l’utero in affitto, la vendita di ovociti. Si possono trovare tanti modi per realizzare questo desiderio disincarnato. Però per noi il problema è proprio la difesa di un’esperienza che un’amica di CL che probabilmente conoscete, Vittoria Sanese, ha definito un’esperienza “permeata di naturalità”. Questa è l’esperienza che noi difendiamo, questa è l’esperienza che ha portato in piazza il popolo del Familiy Day: la propria esperienza, l’esperienza ordinaria delle famiglie, l’esperienza permeata di naturalità e permeata di storia umana, un’esperienza che ci viene da lontano e che noi dobbiamo passare agli altri, che non possiamo distruggere senza sentire in modo grave la responsabilità di questa distruzione. Si è detto che c’è uno scisma sommerso nel mondo cattolico, che si riferisce ad un vecchio libro di Pietro Prini che si intitola appunto “Lo scisma sommerso”, all’idea che i cattolici abbiano comportamenti diversi dal punto di vista privato, sessuale, etc… da quella che è invece l’indicazione della chiesa cattolica. Io penso che questo sia sempre meno vero. Forse è stato vero alcuni anni fa, ma oggi è molto meno vero. Penso che invece non ci si è resi conto di un altro scisma: lo scisma che si sta attuando nel mondo laico. I cattolici per fortuna sono lì, per fortuna sono ancora e sempre a difesa dell’uomo, della vita, della dignità di tutti gli esseri umani. E’ nel mondo laico che si sta creando una separazione, uno scisma: io sono qui proprio a testimoniare questo. E’ fondamentale – come è stato anche nel Family Day – che questa parte del mondo laico “scismatica”, che non è più d’accordo con le derive laiciste, relativiste che stanno prendendo le teorizzazioni culturali contemporanee, si vada separando, come in una deriva di continenti, e si stia unendo al mondo cattolico. Davanti al popolo del Family Day io mi sono sentita perfettamente a casa. Quello era anche il mio popolo, era il popolo delle persone che la pensano come me e che vivono come me, che hanno a cuore la difesa di questa esperienza. Noi dobbiamo addirittura fare il sindacato della famiglie; se vent’anni fa qualcuno ci avesse detto “bisogna fare il sindacato della famiglia”…. la famiglia era data per scontata, è la nostra situazione umana, naturale, quotidiana. Noi nasciamo figli di qualcuno, in una famiglia e laddove non nasciamo in una famiglia, in realtà è perché si è prodotto un danno, questa famiglia si è rotta, ma la famiglia all’origine in qualche modo c’era. Quindi è una condizione naturale che difendiamo e è importante che questa unità tra mondo scismatico laico e mondo cattolico resti in piedi: noi dobbiamo restare veramente uniti su posizioni laiche condivisibili da tutti, perché è così che dobbiamo difendere insieme l’umano ed così che possiamo vincere. Quando abbiamo chiuso il Family Day abbiamo detto: “Questa piazza non torna a casa, questa piazza resta a vigilare, perché il mondo politico è più cauto adesso, ma non ha fatto niente per la famiglia; tutte le promesse che sono state fatte attorno al Family Day sono state disattese. Basta pensare alla sorte del tesoretto, ai dibattiti che ci sono stati; la famiglia è stata in realtà dimenticata, però c’è una certa cautela, per esempio nei confronti dei temi di biopolitica. Noi abbiamo detto appunto “questa piazza non va a casa” proprio perché ci aspettavamo che poi non sarebbe successo nulla, non sarebbe stato prodotto granché dal mondo politico. La piazza non va a casa e noi siamo questa piazza, noi siamo qui e non ce ne andiamo a casa, troveremo altri appuntamenti, altri modi per stare insieme e ricordare i nostri obiettivi, ma non ce ne andiamo a casa. Il nostro incontro di oggi e il Meeting in generale è un’altra dislocazione di quella stessa piazza ed è importante che questa cosa prosegua nel tempo, che non ce la dimentichiamo, perché è importante che rimaniamo a vigilare, perché tocca a noi, a questa unità tra laici e cattolici veramente nuova nella storia. Tocca a noi difendere l’uomo da se stesso.
MODERATORE:
Il Meeting è questa piazza perché non nasce come schieramento, ma nasce dall’esperienza di uomini, di donne, di giovani, per cui il desiderio è la cifra, è la struttura della propria esperienza umana elementare, carnale, diceva Eugenia Roccella, come sono state carnali le testimonianze che abbiamo ascoltato, le tre testimonianze di questa sera. Questo è il contenuto della sfida, della battaglia che Eugenia ci ha ancora una volta aiutato ad approfondire nella sua drammaticità e nella sua grandezza, perché, non vorrei dire un’eresia o essere fischiato, ma, dopo il dialogo di questa sera, anch’io voglio fare la mia dichiarazione, anche io ho famiglia, sono sposato da vent’anni e ho tre figli e sono orgoglioso di questo, ma dopo l’incontro di questa sera è evidente che alla radice il problema non è famiglia sì, famiglia no, ma è che ciascuno di noi sia leale, serio, con quel desiderio di verità, di realizzazione che immediatamente mette in rapporto con l’altro, e fa sentire l’altro come essenziale alla definizione di sé in un’appartenenza che è l’unica strada al destino, come compimento dell’io di ciascuno e in cui l’altro è il più potente segno. Ma è una sfida, è una sfida in cui la verità come destino per il quale siamo fatti intesse la struttura dell’esistenza di un io. Io mi sono sposato venti anni fa e un mese dopo essermi sposato sono andato a vivere da solo, non nel senso che mi sono separato, sono andato a lavorare da solo un anno a New York. La cosa mi sembrava un po’ strana, anche a mia moglie e mi ricordo che in una conversazione con don Giussani, lui ci disse che eravamo fortunati e che lo avremmo ringraziato al mio ritorno dall’America, e mi disse: “Sapete perché? Perché introdurre all’inizio di un menage familiare, in cui l’attrazione tra voi, a cominciare da quella attrazione più forte che avvertite, che è l’attrazione fisica, carnale – altro che desideri disincarnati – introdurre all’inizio di un menage familiare un distacco, vi costringerà più velocemente a rendervi conto del motivo per cui vi siete sposati”. E il motivo io l’ho ritrovato qualche mese fa, ascoltando il mio amico don Carron parlare al seminario della sussidiarietà a cui ha partecipato anche Eugenia, con una frase che vi leggo e che mi piace utilizzare per concludere questo incontro, per me preziosissimo, con i nostri tre amici e con Eugenia Roccella: “Gli sposi” ha detto “sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come decidono di vivere, come lo concepiscono, dipende dall’immagine che ciascuno si fa della propria vita, della realizzazione di sé”. Il Meeting con il titolo e con il tema di quest’anno vuole essere un contributo piccolo, umile, ma certo alla proposta di una concezione di sé carnale, che nella realtà trova la possibilità della scoperta di quella verità che è un destino buono e che quindi fa accettare la sfida, ciascuno dove si è, di una battaglia culturale che è stata, e si annuncia, senza quartiere, perché è una battaglia, appunto, ce lo diceva anche l’Eugenia, concludendo, per la difesa dell’uomo da se stesso, da un se stesso che non desidera più la verità come il destino per cui è stato fatto. Grazie e buona battaglia a tutti.
“Dalla famiglia ai Pacs: una mutazione genetica”
Meeting di Rimini, Lunedì, 21 agosto 2006, ore 15.00
Relatori:
Paola Binetti, Senatrice della Repubblica Italiana; Carmen Carrón, di “Plataforma per la famiglia”, Spagna; Paola Soave, Vice Presidente Forum Associazioni Familiari; Luca Volontè, Deputato al Parlamento Italiano.
Moderatore:
Caterina Tartaglione, Presidente SIDEF
Moderatore: Buon pomeriggio a tutti. Ringrazio a nome del Sindacato delle Famiglie gli organizzatori del Meeting e i relatori per aver accolto la nostra proposta di un incontro su un tema di così notevole attualità, come dimostra il titolo scelto, decisamente provocatorio: “Dalla famiglia ai pacs: una mutazione genetica”. L’intento è quello di esplicitare e sottolineare cosa oggi è realmente in gioco riguardo alla famiglia. Con la parola pacs si intende “patti civili di solidarietà”, sono un istituto giuridico introdotto per la prima volta in Francia nel ’99. E’ un contratto patrimoniale tra due persone a prescindere dal sesso, non prevede né fedeltà, né obbligo di assistenza, è sempre modificabile, semplice da costruire così come altrettanto semplice da sciogliere. Doveri e obblighi reciproci variano a seconda delle clausole e riguardano la proprietà, l’affitto, l’eredità, i diritti sanitari, i figli, ecc. Sono presenti in vari paesi del mondo con differenze che riguardano la possibilità o meno di adozione da parte di coppie omosessuali. In Europa, il Parlamento, nell’ultima risoluzione del 2003, invita gli Stati membri a riconoscere le coppie di fatto sia etero che omosessuali e ad attribuire loro gli stessi diritti, riconosciuti nel matrimonio, anche in materia di adozione. Mancano all’appello, oltre all’Italia, l’Austria, la Grecia e l’Irlanda, per il semplice motivo che sono i pochi Paesi che ancora non hanno varato leggi in materia.
Dati ISTAT riferiti al 2002-2003 dimostrano in realtà che le coppie di fatto rappresentano poco più di mezzo milione, a fronte di 22 milioni di nuclei familiari. Il fenomeno dunque interesserebbe solo una piccola percentuale, circa il 4% della popolazione italiana, anche se il dibattito acceso crea una sorta di illusione ottica, per cui si ha la sensazione generale che siano molti di più. Fenomeno amplificato dalla spinta mass-mediale che spesso coinvolge personaggi famosi, ottenendo appunto questo effetto dilatante.
La proposta dei pacs, come dicevamo già in vigore in alcuni Paesi europei, trova anche in certe leggi regionali italiane, e recentemente in alcuni contratti di lavoro, delle preoccupanti aperture. Ciò pone una questione socio-politica, ma soprattutto cambia profondamente l’identità della famiglia e il significato che questa ha avuto fino ad oggi per la persona e per l’intera società.
Parliamo oggi con la dottoressa Paola Soave, Vice Presidente del Forum delle Associazioni familiari; la senatrice Paola Binetti; l’onorevole Luca Volonté; la professoressa Carmen Carron, del Forum delle Associazioni familiari spagnole, che ci racconterà appunto come in Spagna stanno vivendo ed affrontando questa sfida.
Il SIDEF da anni lavora per promuovere e tutelare la soggettività sociale della famiglia come risorsa fondamentale e non sostituibile per uno sviluppo equilibrato dell’uomo e della società. Il compito appunto dell’associazionismo familiare è quindi sostenere, tutelare, promuovere la famiglia come grande valore. Questo a partire dalla Costituzione che definisce la famiglia una società naturale fondata sul matrimonio. Naturale, perché risponde alla natura dell’uomo, interpreta cioè la più profonda essenza dell’essere umano, risponde ai più veri desideri del cuore promuovendo un rapporto uomo-donna fondato sulla stabilità, sulla durata e sulla fedeltà. Al contrario, oggi come mai si sta diffondendo una mentalità avversa a questo stile di vita: infatti, i mass media e la cultura dominante, sia in Italia che negli altri Paesi industrializzati, generalmente criticano i privilegi giuridici riconosciuti alla famiglia tradizionale, la considerano un retaggio del passato destinato a scomparire per far posto ad altre forme di unioni i cui diritti invece vengono promossi e contrapposti a quelli delle famiglie.
Ci si chiede allora il perché di tanta inimicizia nei confronti della famiglia e di tanta simpatia nei confronti di chi la contraddice. Siamo immersi in una società in cui i valori della modernità sono il cambiamento, la velocità, il temporaneo, in cui prevalgono insoddisfazione e provvisorietà. I primi perciò ad essere travolti sono i legami stabili come appunto quelli famigliari. Viviamo in un mondo dove spesso la pubblicità e tanta produzione televisiva, sia italiana che di importazione, utilizzano l’equivoco, l’indeterminatezza dei generi e l’impossibilità di cogliere una volta per sempre con precisione la propria identità sessuale.
Attraverso questo, passa, oltre al prodotto, anche una certa idea di relazione, di amore e di vita. La morale così diventa slegata da un ideale e non è più oggettiva, universale, capace di definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ma tutto rimane nell’ambito di una morale soggettiva, e così ogni forma di famiglia e di relazione sessuale diventa possibile e legittima. La cosa più impressionante è che si cerca comunque il consenso del popolo tramite un condizionamento martellante di opinion leaders e mezzi di comunicazione proposto da una minoranza, e non si cerca la risposta al vero desiderio di felicità, di pienezza e di unità che è nel cuore di ciascun uomo.
Propongo allora alla dottoressa Soave la domanda del filosofo Finkielkraut: “Balzo in avanti democratico o catastrofe antropologica”? Non è che stiamo ancora una volta prendendo lucciole per lanterne e scambiando i diritti umani con la disgregazione dell’uomo?”. Grazie.
Paola Soave: Allora, la domanda, così come il titolo del nostro incontro, impongono di partire da un dato oggettivo e non dalla soggettività della famiglia, per poter rendere ragione del perché questa identità della famiglia sia non negoziabile. Si tratta di partire dal principio, dobbiamo fare questa fatica di partire proprio dal principio. La famiglia è un dato, la famiglia non l’ha inventata l’uomo, la famiglia è una dimensione che fa parte della natura stessa dell’uomo. “Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò”. Così nella Genesi, e nella “Lettera alle famiglie” il Santo Padre Giovanni Paolo II diceva molto chiaramente: “Il modello originario della famiglia vada ricercato in Dio stesso, nel mistero trinitario della sua vita. Il “ Noi ” divino costituisce il modello eterno del “ noi ” umano; di quel “ noi ” innanzitutto che è formato dall’uomo e dalla donna, creati ad immagine e somiglianza divina. Le parole del Libro della Genesi contengono quella verità sull’uomo a cui corrisponde l’esperienza stessa dell’umanità. L’uomo è creato sin “ dal principio ” come maschio e femmina: la vita dell’umana collettività — delle piccole comunità come dell’intera società — porta il segno di questa dualità originaria”. All’origine della vicenda umana sta dunque una dualità, un rapporto, un uomo e una dona. L’uomo è un essere quindi relazionale, che si compie, si realizza in una relazione. L’elemento costitutivo dell’io, della persona è l’essere in relazione con l’altro da sé. Il compimento dell’io sta nella scoperta del posto dell’altro nella propria vita. L’uomo è per la donna e la donna è per l’uomo, perché solo uomo e donna insieme dicono la verità intera della persona umana. L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Questa è la qualità della relazione famigliare, il genoma della famiglia. È per un di più che ci si sposa, è per un compimento che ci si sposa, non per un di meno. Ai due Dio disse benedicendoli: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela”, sempre Genesi. Questa è la natura e il significato della famiglia, il genoma, lo schema identitario, il compimento di sé nel dono reciproco e l’apertura oggettiva alla generazione. Di generazione in generazione, la famiglia assicura la discendenza. Questo è la natura del rapporto e il significato. Una dimensione personale e una dimensione sociale, una relazione decisiva per il destino di ciascun essere umano e dell’intera società. Una relazione di piena reciprocità tra i sessi e le generazioni, dove il concetto di piena reciprocità definisce la caratteristica propria, l’identità della relazione famigliare, il connettere tra loro le persone con la totalità del loro essere. Il diritto romano recita: “Coniunctio maris et feminae, consortium omnis vitae”. Questo è il genoma della famiglia, visto che partiamo da questo per spiegare una mutazione genetica. Questo è il dato, non l’abbiamo inventato noi, è dentro, parte costitutiva della natura dell’uomo.
Cosa mina oggi la natura e il significato della famiglia? Dove inizia la mutazione genetica? Il Papa recentemente a Valencia ha detto: “Nella cultura attuale si esalta molto spesso la libertà dell’individuo inteso come soggetto autonomo, come se egli si facesse da solo e bastasse a se stesso, al di fuori della sua relazione con gli altri come della sua responsabilità nei confronti degli altri”. Si cerca di organizzare la vita sociale solo a partire da desideri soggettivi e mutevoli senza riferimento alcuno ad una verità oggettiva previa. Libertà e responsabilità sono le due parole chiave per cogliere dove sta il rischio di una mutazione genetica della famiglia. Oggi si può parlare di una sorta di malattia della libertà, che affligge la persona e fa sentire il suo influsso anche sulla famiglia. Una libertà che si identifica oggi nell’assenza di legami, soprattutto di legami stabili e definitivi, una libertà che vede l’altro come qualcuno che porta via spazio, non come qualcuno che compie un vuoto. È la cultura del mutevole e del provvisorio. Tutto è puramente soggettivo, una cultura che rende sempre più difficile la capacità di una scelta definitiva accompagnata da un impegno pubblico e sancito istituzionalmente.
C’è una pubblicità oggi che sinteticamente dà l’idea di questa cosa, è la pubblicità della Vodafone. C’è questa ragazza vestita di bianco che sta per sposarsi, è già pronta all’altare, i parenti, il sacerdote, tutto è pronto e viene questo Muccino, questo attore che oggi è molto apprezzato dalle giovani, e la invita ad andarsene, a fare una bella gita in scooter con un telefonino a costo zero di telefonate. E lei sceglie questo, perché questa è la libertà. Poi continua la pubblicità, un altro spot, in cui c’è lei al telefono con la mamma che cerca di convincerla a tornare indietro a sposarsi, e lei dice no mamma, io sto bene così. Così è tutto ok, un bagno al mare e una telefonata a costo zero. Allora, questa malattia della libertà è la prima sfida da affrontare perché è una malattia che sta anche dentro di noi, è una concezione della libertà che ormai è diventata pervasiva.
L’altra cosa che mina oggi la realtà della famiglia, è la concezione privatistica della stessa. Si pensa che la famiglia sia qualcosa di privato che non riguardi la società, che non riguardi la storia. Il matrimonio è ciò che fa pubblica la scelta sponsale. Così è la società intera che celebra la nascita di un nuovo soggetto sociale, che assume i diritti e i doveri inerenti alla natura del legame che va a contrarre. Vi è dunque una dimensione sociale della condizione di coniuge – questa parola è molto importante -, c’è una dimensione sociale della condizione di coniuge che appartiene all’essere, non soltanto all’agire. Il coniuge non è solo quello che fa determinate funzioni, determinate cose, ma è qualcosa di diverso da prima, perché si è realizzata quella unione ‘consortium omnis vitae’ che si diceva prima. Vi è una dimensione sociale della condizione di coniuge che appartiene all’essere ed esprime la dignità di una nuova identità personale, oggetto di un pubblico riconoscimento. La natura e il significato della famiglia vanno oltre la dimensione privatistica, la famiglia non è un soggetto privato, è un soggetto sociale perché il suo senso, i suoi scopi, le sue funzioni sono di essenziale servizio al bene comune. Basti pensare alla funzione generativa, di generazione in generazione, sennò non ci sarebbe popolo, non ci sarebbe storia, la funzione educativa e la funzione di cura come molte altre.
Nel riconoscere e promuovere o meno l’identità famigliare della persona, la società si gioca la sua stessa sopravvivenza. Il magistero di Giovanni Paolo II ripetutamente sottolinea il legame inscindibile tra benessere della famiglia e benessere della società. Addirittura nella “Centesimus annus” definisce la famiglia la prima e fondamentale struttura a favore della ecologia umana. E così, nella “Lettera alle famiglie” dice: “Una nazione veramente sovrana e spiritualmente forte è sempre composta di famiglie forti, consapevoli della loro vocazione e della loro missione nella storia”. La famiglia dunque è protagonista della storia. Oggi manca questa consapevolezza. Rifugiarsi nel privato significa non solo venir meno ad una responsabilità, ma anche rinunciare ad un protagonismo.
Dunque, crisi della libertà e concezione privatistica della famiglia sono le due sfide da affrontare perché minano alle radici il genoma della famiglia e le sue caratteristiche identitarie. Una volta identificata la natura del legame famigliare e la soggettività sociale della famiglia, si comprende perché no ai pacs, perché non sia possibile equiparare una forma di relazione, di natura e significato diverso. Non si tratta di discriminare ma di differenziare. La coppia di fatto è per scelta un legame non-legame, una relazione privata non assunta pubblicamente. La famiglia di fatto non è quella a cui il diritto rifiuta rilevanza ma quella che rifiuta, per propria decisione, la rilevanza del diritto. Infatti non si sposano. Chi non si sposa, non prende vincoli di fronte alla società, di fronte alla legge non è coniuge. I propositi e le promesse che privatisticamente si assumono i due membri, non li obbligano, sono rimessi alla spontaneità, alla volontaria costanza che può durare o meno. La scelta giuridicamente è che nulla deve nulla a nessuno, e in ogni istante può dire basta. È la differenza fondamentale che rende impossibile la comparazione. Questo non vuol dire negare diritti o sostegni alle persone che svolgono nelle unioni di fatto funzioni di solidarietà, di educazione e di cura, ma si tratta di diritti individuali che non nascono da una unione, da una relazione giuridicamente e socialmente sancita, non nascono cioè da un essere ma solo da un agire. Il diritto deve ragionare anche per relazioni. Quando interviene sulla famiglia, deve chiedersi se considera, oltre agli individui che la compongono, la natura delle relazioni che li legano. Se rispetta o tutela questa natura oppure se la stravolge.
Sempre nella “Lettera alle famiglie”, Giovanni Paolo II diceva: “I diritti della famiglia non sono semplicemente la somma matematica di quelli delle persone che la compongono, essendo la famiglia qualcosa di più della somma dei suoi membri presi singolarmente”. Quello che in realtà si vuole promuovere con i pacs, è una sorta di matrimonio leggero, ritagliato a misura di chi vuole per sé certi diritti che competono alla famiglia, rifiutando i doveri che ne sono simmetrici. Questo stravolge la natura e il significato della famiglia, il suo valore aggiunto non negoziabile per il bene della persona e della società. Tende a vanificarlo, a renderlo superfluo. Consentire a priori che si formino famiglie anomale, aventi i medesimi diritti e garanzie di quelle naturali, significa stravolgere nel profondo il sistema sociale, significa promuovere una società di individui legati da legami mutevoli, provvisori, a responsabilità limitata. Ma il bene dell’io come il bene comune, è un bene relazionale fatto di scelte definitive e stabili che mantengono la caratteristica della permanenza di un impegno di fedeltà e di costruttività, anche se questo può esigere dei sacrifici. L’incapacità di permanere nella scelta significa l’incapacità di una effettiva responsabilità. Illudendosi di essere libero solo perché può continuamente cambiare le sue scelte, l’uomo finisce spesso per essere condizionato dalla mentalità dominante, dal potere enorme dei media. In realtà sovente il potere reale sceglie per lui, e lui non è più protagonista. Solo la consapevolezza della propria identità rende protagonisti, in particolare rende protagoniste le famiglie. Promuovere e non vanificare la vera natura della relazione famigliare è oggi molto più indispensabile, molto più urgente che occuparsi dei diritti delle coppie di fatto.
Nessuno nel nostro Paese, da cinquant’anni a questa parte, ha veramente preso a cuore la promozione di questo soggetto fondamentale. Quindi, l’impegno oggi che noi chiediamo ai politici, e loro lo sanno bene perché ci conoscono da anni, non è tanto di stracciarsi le vesti sul problema dell’equiparazione o meno dei pacs, ma di impegnarsi seriamente per promuovere la soggettività sociale della famiglia. Perché in realtà, oggi, chi è penalizzato è chi è sposato, chi è penalizzato è chi fa famiglia. Però non bisogna illudersi, la consapevolezza di questo protagonismo prima di tutto dobbiamo averla noi come famiglie. Questa consapevolezza e questo protagonismo dobbiamo testimoniarlo e dobbiamo difenderlo socialmente perché, con tutto il rispetto per i politici presenti, i politici queste cose possono comprenderle, possono difenderle solo se c’è una realtà di soggettività forte delle famiglie che lo chiede, che lo dimostra, che lo testimonia. Quindi, la sfida è per noi. Grazie.
Moderatore: Senatrice Binetti, proprio per il significato che ha la famiglia come soggetto sociale, come è stato ricordato dalla dottoressa Soave, proprio perché i suoi scopi sono quello di servire il bene comune, non pensa che tutto ciò che fa riferimento, direttamente o indirettamente alla famiglia, abbia una ripercussione immediata sulla società? Secondo lei, l’equiparazione alla famiglia delle coppie di fatto nonché di quelle omosessuali, può introdurre una mutazione genetica, oltre che nell’uomo, nella società? Grazie.
Paola Binetti: La cosa più interessante di tutta la relazione della dott. Soave mi pare sia stato l’ultimo concetto che lei ha espresso, quello di dire che comunque la vita politica ha i suoi limiti, qualunque sia lo schieramento, ha i suoi limiti forti che sono condizionati esattamente dalla realtà strutturale delle famiglie che ci sono, dalla qualità di vita di queste famiglie. Mi sembra un argomento particolarmente interessante nel momento in cui la tutela e la difesa delle famiglie viene fatta prima di tutto dalle famiglie per le famiglie, e che quanto più coese, quanto più unite, quanto più capaci sono di dimostrare nei fatti di essere la vera e sostanziale difesa del sistema sociale, tanto più hanno forza nel contrattare, nel chiedere, in qualche modo nel pretendere dalla vita politica tutte le risorse di cui hanno bisogno. E’ una sorta di circuito virtuoso, no? Quanto più unita è la famiglia, tanto più può chiedere e pretendere e quanto più la famiglia chiede e pretende, a garanzia stessa del sistema sociale, tanto più è un atto dovuto che lo Stato dia, dia in misura e con generosità e per giustizia a questo tipo e a questo modello di famiglia.
Ora, venendo alla domanda che mi hai posto, diciamo evidente che noi ci troviamo da un lato a constatare una serie di fenomeni che sono disgregativi rispetto alla famiglia, noi ci troviamo oggi ad osservare quella che è una patologia della famiglia: la patologia della famiglia sta tutta nella labilità dei vincoli che legano non soltanto marito e moglie, l’uomo e la donna che compongono la famiglia, ma anche il patto intergenerazionale, il rapporto dei genitori con i figli, la famiglia che in qualche modo è quella con cui noi dobbiamo fare i conti quando prendiamo in considerazione l’indice di denatalità che c’è nel nostro Paese, la famiglia che è poco generosa nei confronti dei suoi figli in qualche modo è come se avesse meno credenziali per pretendere dallo Stato tutta una serie di garanzie che sono volte soprattutto alla tutela del rapporto tra i genitori e i figli. Nello stesso tempo, una famiglia che fosse poco generosa nella tutela dei propri anziani, quindi una famiglia che tendesse a una delega all’esterno di questa relazione di cura, per esempio, nel patto intergenerazionale… Questa è una delle grandi differenze tra la famiglia fondata per così dire su legami forti come sono quelli del matrimonio e la famiglia di fatto, che è sempre una coppia nucleare, laddove la famiglia fondata sul matrimonio esprime a dir poco un modello trigenerazionale in cui si incontra una solidarietà che non è soltanto quella orizzontale, è una solidarietà verticale che lega i nonni ai genitori e questi ai figli. Il tutto in una relazione reciproca di aiuto, comprensione e solidarietà.
Ora, noi ci troviamo davanti ad una patologia del sistema che si colloca esattamente nei due anelli di congiunzione: genitori che in qualche modo si chiudono all’esperienza forte e importante della paternità e della maternità, e figli che in qualche modo si chiudono a quella che è la relazione di solidarietà nei confronti dei propri genitori, a una relazione di cura che indubbiamente oggi attraversa gli anni perché siamo tutti abituati a considerare ormai l’età media dei genitori un’età intorno agli ottantaquattro, ottantacinque, molte volte arriviamo anche ai novant’anni. Quindi, se vogliamo rifondare la famiglia, dobbiamo rifondarla in un’ottica che non è solo di coppia: nella dimensione di coppia è dove teoricamente le somiglianze possono essere maggiori, ma dove non c’è veramente alcuna somiglianza è quando il patto attraversa proprio una genealogia, no, una continuità.
D’altra parte, non a caso ci troviamo di fronte, in modo particolare nel caso delle coppie omosessuali, a coppie che sono strutturalmente sterili, per ovvie ragioni. Nella sterilità di questa coppia in qualche modo noi leggiamo anche l’interruzione di quel processo familiare che attraversa le generazioni, che attraversa il tempo, che attraversa i secoli. Non ci stupisce quindi che dalle coppie omosessuali venga una richiesta assolutamente impropria, vuoi all’operazione di fecondazione medicalmente assistita, vuoi alle forme di adozione, vuoi anche a quelle forme di relazioni improprie che portano uno dei due membri della coppia a cercare di avere una gravidanza attraverso dinamiche che sono esterne alla vita della coppia stessa. Se noi pensiamo a questo, mi piacerebbe che considerassimo in questa logica anche una delle dimensioni che con indicatori di frequenza si danno maggiormente, sono quelle di coppie eterosessuali che magari sono anche sposate, che hanno dei figli, che poi si separano e dalla separazione nascono vite di coppia omosessuali. Questa sorta di bisessualità rappresenta davvero una delle cose su cui, nell’ambito della psicologia ma anche della psicoterapia, in modo particolare della psicoterapia di coppia, ci si interroga di più, questa espressione di sessualità che assume sfumature, forme, modi che in qualche modo sorprendono, sorprendono perché affrontano quella dimensione che è la relazione dell’identità, dell’identità personale, dell’identità di coppia, dell’identità sessuale, in maniera quasi da mettere in discussione molti dei parametri di riferimento che noi abbiamo avuto fino adesso.
Se invece degli indici che tu ci hai dato, ventidue milioni di famiglie rispetto a cinquecentomila coppie di fatto, noi immaginassimo una società dove questi numeri sono ribaltati, ci renderemmo conto che nessuno di noi saprebbe chi ha seduto vicino, perderemmo totalmente la consapevolezza della qualità dei legami, perderemmo assolutamente la consapevolezza del legame di fraternità, del legame di coniugalità, del legame di filiazione: questo ci darebbe la sensazione di una de-stabilità che non potrebbe non tradursi in una situazione di grande ansia e di grande angoscia. Qualche volta, quando si assume una posizione di tutela e di difesa nei confronti del matrimonio, quindi anche della coppia fondata sul matrimonio, c’è una grande accusa che viene lanciata ed è l’accusa di essere omofonici. Per definizione, se io devo utilizzare la parola omofobia, esattamente come utilizziamo quella di claustrofobia, ad esempio, questo vorrebbe dire che la dimensione della relazione omosessuale suscita angoscia. Io devo dire personalmente che non ho nessuna angoscia se penso a una coppia omosessuale, quello che mi angoscia è pensare al futuro di una società che in qualche modo abbia amplificato una tale labilità di vincoli da non rendere riconoscibili i confini di questo contesto.
Allora è chiaro che, da questo punto di vista, un legislatore che volesse prendere in considerazione quelli che noi chiamiamo i diritti individuali dovrebbe avere il dovere morale – e anche un dovere che si configura da un punto di vista politico e quindi anche da un punto di vista giuridico – di valutare se queste persone ricevono una copertura adeguata dei loro bisogni – questo a mio avviso è un atto dovuto -, ma da qui a passare a quella che è una tutela non del diritto individuale ma della vita di coppia, presentata questa volta come modello e modello alternativo con quella dimensione che sappiamo tutti che ha spesso la legge, che è una dimensione anche pedagogica, se dovessimo proporre questo come un modello al contesto sociale in cui noi viviamo, è evidente che noi offriremmo all’ambiente in cui stiamo una spinta fortissima di destabilizzazione, di insicurezza, di incertezza. E tutto sommato, io credo anche – per quelli che sono degli indicatori che pure statisticamente ci vengono dati – che i vincoli delle coppie di fatto siano sottoposti ad una usura e a una rapidità di risoluzione maggiore che non sono quelli che pure sono presenti anche nelle coppie fondate sul matrimonio. Cioè, esiste una precarietà che si declina a una velocità maggiore, con un’intensità maggiore e con una dispersione ancora più accentuata.
Allora però ci dobbiamo chiedere: come siamo potuti arrivare a questo punto? Prima la collega, parlando, sottolineava soprattutto la crisi del senso della libertà e la visione privatistica della famiglia. A me piace, condividendo sicuramente questi due sintomi o cause identificate, segnalarne alcune che poi se volete, nel momento del dibattito oppure nella seconda parte della nostra tavola rotonda, possiamo riprendere.
La prima è che noi siamo sottoposti a una società dei paradossi e viviamo in un contesto in cui crediamo che volere è potere, che basta una cultura del desiderio per cui un desiderio espresso, automaticamente si traduce in un diritto e questo diritto automaticamente esige che ci sia una legge che lo tuteli e lo garantisca. Ecco, noi ci priviamo di quella cultura che rappresenta anche la grandezza della nostra intelligenza: questo non è solo il limite dell’intelligenza, ma è l’intelligenza che, sperimentando il proprio limite, va oltre questo e accetta di raccogliere la sfida del mistero, la sfida di qualcosa che in ogni caso la supera ed è il fatto che comunque noi, la nostra corporeità, la dobbiamo assolutamente assumere nella sua dimensione di evidenza. Il fatto è che ognuno di noi ha un corpo, che ognuno di noi ha un corpo sessuato, che all’interno di un corpo sessuato che non può essere altro che un corpo maschile o un corpo femminile, che all’interno di questa corporeità sperimentata e in qualche modo vincolante, si pone in pratica la prima domanda che una donna fa al proprio ginecologo quando aspetta un bambino e fa un’ecografia. La prima domanda è: maschio o femmina? Poi gli chiede anche se è sano, ma chiede proprio questa caratteristica che in qualche modo definisce un’identità, perché in qualche modo va a incidere in quel simbolico con cui una madre pensa a suo figlio, un padre pensa a suo figlio, pensa a sua figlia. Questa dimensione, questa esperienza reale che la nostra corporeità pone come esperienza del limite, che poi è anche quella che noi sperimentiamo quando in un culto quasi della corporeità tende a leggere, attraverso la corporeità, il segno della propria eterna gioventù, tutto questo ci deve portare a pensare che ognuno di noi ha un corpo, vive in un corpo, che questo corpo però poi a sua volta può avere delle sue funzioni, che, anche se sono un corpo maschile verso un corpo maschile, non può essere altro che un’esperienza che nasce comunque da una corporeità dichiarata, da una corporeità assunta.
Un’altra delle argomentazioni che qualche volta si sente utilizzare in questi casi è che a volte una coppia omosessuale può amare un bambino più e meglio di quanto non lo faccia una coppia eterosessuale. E’ come se noi volessimo paragonare i vizi di una struttura sana con gli aspetti virtuosi occasionali di una struttura che in qualche modo non risponde a questi criteri, che sono i criteri dell’ordinarietà, non soltanto di un’ordinarietà statistica, ma comunque di un’ordinarietà che ci è stata consegnata dalla tradizione. Prima di modificare un modello verso il quale è andata la società occidentale – perché noi siamo andati da una cultura che riconosceva, che ammetteva l’esperienza dell’omosessualità, all’interno della cultura greca e anche della cultura romana, verso una maturazione di una cultura che ha fondato la società sulla famiglia fondata esplicitamente, espressamente sulla diversità sessuale – non possiamo re-innestare un processo che non sarebbe un processo di evoluzione nei confronti del modello democratico, del modello antropologico, del modello politico, ma che non potrebbe altro che essere considerato l’inizio di un processo di involuzione. E quindi, è proprio a tutela e a difesa della famiglia che noi vogliamo garantire questo tipo di modello per noi e per le generazioni future.
Moderatore: On. Volontè, abbiamo visto che è fondamentale non equiparare le coppie di fatto alla famiglia, ma per noi del Forum e del Sindacato delle Famiglie questo non basta, occorre che ci sia una chiara scelta della politica, occorre investire sulla famiglia come prima risorsa, primo soggetto di sviluppo. Oggi vorrei chiederle: che segnali ci sono in questo senso? Perché l’Italia è il Paese dell’Unione Europea dove si investe meno sulla famiglia, ricordo 0,8 % del Pil rispetto alla media europea che è del 3,4%. Questo è un segnale molto grave.
Luca Volontè: I segnali di oggi sono limitati, questa maggioranza governa da sei mesi e la prima tranche di 3milioni di euro, 6miliardi di lire, è stata destinata al Ministero della Famiglia come a tutti i ministeri senza portafoglio. Chiaro che l’auspicio è che non ci si fermi a 6miliardi di vecchie lire, perché vorrebbe dire chiudere le famiglie come sono state chiuse negli ultimi cinquant’anni. Se posso aggiungere altro alla domanda, vorrei prendere due spunti: il primo dalla introduzione che ci ha fatto Paola Soave e dall’applauso che avete fatto: io sono felice che voi abbiate applaudito, ma la conseguenza del vostro applauso non può essere appunto una gratificazione per Paola, deve essere, attraverso Paola e il Sindacato delle famiglie, chiamare i signori della Vodafone e dirgli: cari signori, noi rappresentiamo un milione di famiglie, o cambiate la pubblicità o un milione di persone cambiano gestore. E’ quello di dire ai signori della RAI, servizio pubblico televisivo che tutti voi pagate, non perché guardate la RAI ma perché avete comprato un apparecchio televisivo, una tassa più ingiusta al mondo non esiste, che il canone non lo pagate più se continuano a farvi vedere su RAI 2 al pomeriggio “Affari di cuore”: l’unico cuore interessato è quello del marito cornuto e della moglie che ha un amante, le famiglie e le mogli disperate, sempre su RAI 2 alle 21. E’ molto semplice dare in affidamento alla politica una responsabilità. Io vorrei fare questo primo intervento come genitore e quindi vorrei parlare di una responsabilità che mi voglio prendere e voglio prendermi insieme a voi e cioè quella di cominciare ad alzare la testa perché non è possibile che 22milioni di famiglie, che rappresentano i 9/10 degli italiani, debbano essere calpestate quotidianamente da tutti i mass media italiani oltre che dalla politica. Non è possibile che si prosegua con questo meccanismo e, lo dico a voi che siete più impegnati di me, non è possibile che nessuno faccia richiesta all’Authority delle telecomunicazioni, che nessuno vada sotto la sede della RAI a fare questo tipo di osservazioni. Perché vedete, questo è il clima culturale, il mutamento genetico, ammesso che si possa chiamare così: due persone che si trovino insieme per il piacere di giocare a bridge non so che cosa c’entrino con la famiglia. Non so se è una mutazione genetica, sono due cose diverse, sono come mangiar le pere col formaggio e andare in barca con il catamarano. Sì, alla fine c’è sempre una persona che mangia la pera e una persona che guida il catamarano, però non so che cosa ci sia che possa assomigliare a una grande o piccola mutazione genetica, a un chicco di grano coltivato in Italia o gli Ogm in mezzo all’Africa. Stiamo parlando di un chicco di grano e di un’altra cosa, e non è possibile proseguire in questa direzione, perché è vero che la politica per 50 anni non ha fatto niente, niente vuol dire niente, niente vuol dire che gli articoli 29, 30, 31 sono carta straccia, punto a capo, lettera maiuscola. Perché quando si obbligano i genitori all’articolo 30 ad educare i propri figli, e non si lascia la possibilità di educarli liberamente, in Italia, non nel resto del mondo, quando si chiede ai genitori di pagare le tasse in base al reddito e non al numero dei componenti, e questa è una battaglia che abbiamo fatto contro Tremonti e faremo anche contro Visco, perché non è possibile vivere fuori dal mondo con le fette di salame sugli occhi per cui, se io guadagno cento lire non c’entra per il Fisco se ho dieci figli o ne ho uno, oppure non ne ho neanche uno: come fa a non c’entrare? Se devo dare da mangiare a dieci figli deve c’entrare per forza quello che io pago nei confronti dello Stato, della collettività, perché una parte dei miei soldi sono risparmiati dallo Stato per educare i miei figli.
Certo, se il concetto è diverso, se il concetto è quello che già c’era cento anni fa e denunciava Chesterton – e allora gli scienziati dicevano, beh, lo Stato ti sceglie la moglie tanto poi i figli che nascono te li alleva dentro gli asili – per loro non c’entra niente volersi bene con la propria famiglia, con la propria moglie, perché il pericolo vero di questa società è il terrore della fedeltà, è il terrore di poter dire: ci sono due persone che sono fedeli, che stanno assieme da anni. E’ inconcepibile che da questo “insieme da anni”, da questo amore che scaturisce, possano essere educati dei figli che non sono quelli dell’asilo Mariuccia, sono quelli educati secondo i valori civili dell’esempio della madre e del padre, e quindi meno condizionabili, meno usabili, per quello c’è la pubblicità tutti i giorni sul 90% dei quotidiani italiani per il rapporto fluido, cioè non rapporto, perché se tutto è fluido non c’è rapporto. Dice bene, Paola, sono dati ormai consolidati in Francia e negli Stati Uniti: dopo un anno, un anno e mezzo, il 55, 60% dei pacs vengono sciolti. Per forza, se io devo mettermi assieme a una persona sapendo che per quella persona questo rapporto è come il prodotto del Dixan che trovo nel supermercato, uno vale l’altro, non c’è nessun tipo di legame tra me e il prodotto del supermercato, scelgo il Dixan o posso scegliere l’Aiax secondo le mie esigenze. E’ il pericolo per il quale dentro il dibattito sui pacs, non solo in Europa, e non solo perché lo dice o l’ha detto o lo ha fatto presentire un intervento di Caffarra qualche mese fa, dentro questo dibattito c’è il pericolo il pericolo della poligamia.
Basterebbe leggere un articolo di qualche settimana fa di Jacques Attali sul Corriere della Sera o i libri in cui si fa l’elogio del libertinismo e della poligamia: leggi Catalogna, Spagna, pochi chilometri da qua. C’è una regressione dei legami umani che è funzionale a chi riesce a imporre i consumi, i modelli di vita. Ed è per questo che la famiglia, è come un ribaltamento, non so se qui, sono certo che ci sono dei filosofi molto importanti… Nel suo “Capitale”, Marx parla di questo uomo nuovo che nasce dalla consapevolezza di essere diventato Dio, ed è per questo che la religione è un oppio, perché impedisce questa evoluzione positiva dell’uomo e tutto quello che ci sta in mezzo a questo impedimento deve essere abolito. Ora, mi sembra che l’evoluzione sia stata un ribaltamento, ora bisogna togliere tutti gli impedimenti non perché l’uomo sia dio, ma perché l’uomo sia e diventi uno strumento per il potere, diventi una cosa da usare, da usare per guadagnare, da usare per farne ciò che pare e piace a chi comanda nel momento. Come è possibile (sono andato oltre?) che nessuno, nel dibattito italiano e internazionale, si chieda se, dalle unioni civili ai pacs, sia possibile affidare allo Stato la valutazione del legame affettivo tra due persone? Io mi ribellerò per sempre a questo strapotere che si vuole dare allo Stato di vedere che cosa dico io alla mia fidanzata o che cosa faccio io di carezze o di carinerie a mia moglie dentro la mia camera di letto. E’ inconcepibile, è il totalitarismo più bieco, venire dentro le vostre camere a vedere cosa fate con vostro marito, e nessuno dice niente, perché non si deve disturbare il nuovo premio alla carriera cinematografica del leone alato omosessuale di Venezia.
Se non si reagisce a questa situazione, se si continuano a comprare quotidiani che vanno dal Corriere della Sera a Io, donna, a Donna Moderna – ho qui un elenco estremamente interessante – tutti i giorni che Dio manda in terra ci sono quotidiani italiani che mi spiegano quanto è bello essere omosessuali. Io non ce l’ho con gli omosessuali, facciano quello che vogliono ma non pensino di convincere i giovani e le famiglie italiane che il loro modello di vita è il modello di vita di una società democratica. Diciamo una cosa come l’ha detta in maniera più raffinata Paola. Se ci fossero 40milioni di omosessuali in Italia, che società sarebbe, quale speranza avrebbe il Paese di andare avanti? Non perché c’è una specie umana diversa, di migliore o peggiore qualità, ma perché una società non può progredire, non può progredire perché non ci sono figli che vengono al mondo e una società che davanti al rischio estinzione come è la nostra, che ha il più basso tasso di natalità al mondo, si pone il problema – il primo problema, non quello del fisco, non quello della libertà di educazione, non quello dell’attuazione della Costituzione – di discutere dei pacs, è una società che è finita, signori. Ha finito! Ha finito già col cervello.
Moderatore: Passerei adesso la parola alla professoressa Carmen Carron, sollecitati anche dalle questioni che ha posto l’on. Volontà, per vedere come questa coscienza di famiglia in Spagna invece si è sviluppata ed è diventata l’interlocutore principale delle istituzioni. Grazie.
Carmen Carron: Grazie a voi. La Costituzione spagnola all’art. 39 recita: “I poteri pubblici assicurano protezione sociale, economica e giuridica della famiglia”. Questo articolo non è mai stato applicato in Spagna per due ragioni: la debolezza da parte dei politici, la debolezza della società che non si è mai coinvolta nella promozione della famiglia e ha lasciato tutto in mano alla previdenza sociale, all’amministrazione dello Stato. Qual è stata la debolezza politica? Nel periodo precedente a Zapatero, la Spagna ha avuto un’alternanza politica tra governi di sinistra e di centro-destra. Nessun governo però ha difeso né protetto la famiglia, nemmeno il Partito Popolare che pure afferma di basarsi sull’umanesimo cristiano. Il sociologo Iglesias De Ussel dice dei partiti di sinistra: “Effettivamente l’amministrazione socialista non solo non credeva nella famiglia, ma addirittura la considerava una scuola di disuguaglianza sociale e origine dell’oppressione dei suoi componenti e in special modo della donna. Attuando coerentemente questa tesi l’oggetto delle politiche pubbliche del PSOE si accanisce contro gli individui, in modo che non solo non favorisce l’istituzione familiare ma addirittura applicò durante i suoi vari governi una politica che la ignorava o era chiaramente antifamiliare”.
I partiti del centro-destra non hanno difeso né appoggiato la famiglia, in molti casi per la vergogna e il complesso di sembrare troppo tradizionalisti. La cosa più vicina a una legge di protezione della famiglia è stata l’approvazione, da parte del PP del cosiddetto Piano Integrale di Appoggio alla famiglia de 2001. Ebbene, questo Piano non è mai stato realizzato. Con il governo di Zapatero è stata attuata un politica antifamiliare. Zapatero in due anni ha approvato leggi come quella per il divorzio espresso, quello che è stato erroneamente definito il matrimonio delle coppie omosessuali, però con la possibilità di adottare, la legge sulla fecondazione assistita, la Legge Organica di Educazione. Però ancora oggi non esiste una legge per la famiglia e gli aiuti che vengono dati alle famiglie sono assolutamente ridicoli. L’azione politica di Zapatero è passata dalla difesa ideologica a una fuga in avanti, che è consistita nel mettere in atto politiche che avevano come denominatore comune semplicemente il fatto di andare contro tutto ciò che ha costituito la tradizione occidentale. E’ la disgregazione di tutto ciò che si è ricevuto dal passato senza l’obiettivo socialista di costruire un futuro migliore basato sull’utopia: è un’ossessione ideologica distruttiva.
La descrive perfettamente il prof. Massimo Borghesi nel suo testo “Soggetto assente”, quando dice che “la rivoluzione, come cambiamento integrale dell’uomo e della società, non è altro che l’ultimo passo di un uomo che si ribella il cui momento iniziale viene dato dal rifiuto, da parte dei figli, della figura paterna”. E’ la illusione di una autonomia che vive anche una gran parte della popolazione spagnola, è questo che indebolisce i legami naturali e facilita una caduta verso l’individualismo. Questo sta provocando sempre più, nei giovani, ad esempio, una debolezza nell’esperienza di appartenenza nelle relazioni più vicine: in famiglia, gli amici, le relazioni lavorative. I mass media con la loro potenza servono a Zapatero per aiutarlo ad imporre una nuova mentalità che utilizza dai serial televisivi all’educazione, fino alle leggi. Un esempio di questo è dato da una frase di El Pais, il giornale filogovernativo. Dice El Pais: “Non si può mettere in discussione il diritto della società nel suo insieme, e soprattutto dello Stato, a definire i valori e le regole della convivenza e a trasmetterli attraverso il sistema educativo”.
I nostri governanti esibiscono pubblicamente le due facce di questa cultura dominante: il laicismo e l’ideologia, con la chiara pretesa evidente di ridefinire che cosa è l’uomo, qual è il suo valore e le sue relazioni attraverso delle idee legalmente stabilite. Da una parte l’intellettuale che ha più ascendente su Zapatero, Gregorio Peces Barba, rettore dell’università Carlo III di Madrid, reclama dai nostri giovani un’adesione alle leggi quando dice: “devono sapere (gli alunni) soprattutto che la libertà, come diceva Montesquieu, consiste nel fare ciò che le leggi permettono…”, mentre, in molte altre occasioni, i giovani vengono indotti ad allontanarsi dai genitori. Cioè, da una parte si chiede ai giovani di rispettare le leggi, dall’altra invece di allontanarsi dai genitori. Per questo è legittimo chiedersi se veramente le nuove leggi favoriscano oppure no la felicità dell’uomo, così come ritengono i loro più fedeli difensori.
Se i nostri politici continuano a non fare questo lavoro di verifica, dobbiamo affermare con il giornalista Fernando De Haro, direttore dell’informazione di Popular TV, che i poteri pubblici (spagnoli) pretendono di appropriarsi del modo di percepire la realtà, “collettivizzando” esperienze decisive come la libertà o la famiglia. Ad esempio, quando Alejandro Tiana, promotore della Legge Organica di Educazione spiega: “gli alunni devono capire che ci sono diversi tipi di unione familiare”.
Il nostro governo, quindi, attua il positivismo giuridico moderno che sposta il concetto di giustizia a ciò che dice il legislatore per mero esercizio del potere, dimenticando che c’è qualcosa che sta prima di quello che vuole applicare il governo, qualcosa che non spetta a lui determinare ma riconoscere. Così come diceva il Papa a Valencia: “quando un bambino nasce attraverso la relazione con i genitori comincia a far parte di una tradizione familiare…”.
E’ il contrario di quanto accade in Spagna oggi. Uno dei politici con cui abbiamo parlato della riforma della pubblica istruzione, Manuel Pezzi, portavoce del PSOE al Senato, per giustificare la necessità di un intervento del governo per introdurre la cosiddetta “educazione per la cittadinanza”, dice: i bambini prima di tutto sono cittadini e solo dopo ognuno sceglie la propria religione. Io gli risposi: il bambino nasce in una famiglia che ha già un’esperienza religiosa. A questo lui rispose: i bambini nascono in un ospedale e hanno un numero.
Questo aneddoto riflette lo statalismo di cui si vanta il nostro governo. Questa posizione è profondamente contraria alla persona. Il concetto di persona infatti implica la relazione con l’altro, prima di tutto con la famiglia come nucleo primario della costruzione sociale. Zapatero nega la realtà sistematicamente per rimanere in questa ideologia. Per permanere nella sua posizione ideologica non vuole confrontarsi con la realtà, non vuole riconoscere ed ammettere:
- il valore dei sondaggi: la famiglia è l’istituzione più importante per il 99% degli spagnoli, e su questo è d’accordo anche il 95% dei giovani.
- i benefici sociali che produce la famiglia: per esempio evita che la disoccupazione produca una crisi sociale, sostiene una società che invecchia, educa le nuove generazioni.
- le conclusioni degli studi scientifici: secondo un recente studio del Consiglio generale del potere giuridico, il numero globale di divorzi e separazioni è aumentato nel 2005 rispetto all’anno precedente, di quasi un 10% e con il divorzio abbreviato ci si aspetta che questa percentuale cresca enormemente.
- l’imponenza delle manifestazioni di piazza che ci sono state nell’ultimo anno: un milione e mezzo di persone che reclamano che si attribuisca il giusto valore alla famiglia e all’educazione.
Il settarismo politico del primo ministro spagnolo lo porta a disprezzare la libertà del popolo. Per questo Zapatero governa soltanto per la parte di Paese che è d’accordo con lui. Questo mette in evidenza la sua difesa della cultura razionalista e di matrice illuminista, chiusa sul proprio interesse elettorale.
Ma c’è anche una debolezza a livello sociale. Questa cultura fa sì che in Spagna viviamo socialmente una profonda schizofrenia rispetto alla famiglia: da una parte valorizziamo inequivocabilmente la sua funzione sociale; dall’altra, i mezzi di comunicazione e le leggi che sono state approvate, soprattutto in questa legislatura, attaccano la famiglia come istituzione socialmente efficace. In altre parole, vogliamo gli effetti ma attacchiamo chi li produce.
È la diagnosi lucida dello psichiatra Enrique Rojas che dice: “Viviamo in una società psicologicamente malata che incoraggia ciò che poi condanna”. Socialmente in Spagna viviamo un momento appassionante ma anche di grande difficoltà perché, non riconoscendo le evidenze che hanno dato consistenza alla nostra tradizione, si è prodotto uno svuotamento della capacità educativa dei soggetti sociali: la famiglia, la scuola e le associazioni intermedie. Le nostre famiglie hanno una grande difficoltà ad essere un luogo educativo sia nelle relazioni tra i coniugi che di fronte ai figli: la superficialità dei rapporti fra gli adulti promuove una assenza di legami, si rinuncia ad educare il desiderio di totalità dei figli lasciandoli soli di fronte alla realtà, soli a cercare una risposta all’urgenza di significato. D’altro canto esiste anche un’indifferenza di queste famiglie nell’affermare la loro identità di fronte a tutti.
La nostra scuola si trincera dietro una sorta di presunta cultura neutra e ha abbandonato la sua missione che consiste nell’offrire la risposta che questa civiltà ha trovato alle grandi domande che suscita la realtà. Trasformata in un mezzo di propaganda della cultura dominante, la scuola diffonde una visione ridotta della realtà che censura le domande, gli interrogativi dei bambini.
Qual è stata la risposta delle associazioni familiari di fronte a questa situazione? L’obiettivo fondamentale del Forum spagnolo per la famiglia è provocare un dibattito culturale e sociale. Di fronte a questa situazione provocata da Zapatero, che cerca di indebolire la libertà personale in funzione di uno statalismo, il Forum spagnolo per la famiglia, composto da più di 5.000 associazioni che rappresentano oltre 4milioni di famiglie, con le sue proposte ha provocato la società, aiutandola a riconoscere la gravità della situazione in cui siamo.
Nel 2005 abbiamo scritto in “Memoria”: “La forza del Forum si radica in una semplice questione numerica. Le famiglie rappresentano la stragrande maggioranza della società: un gigante addormentato che ha iniziato a far sentire la sua voce”.
Adesso vedremo alcune immagini delle iniziative che abbiamo assunto come Forum quest’anno. Abbiamo chiesto al governo e a tutte le forze politiche: 1. il ritiro del progetto di legge che equipara le unioni dello stesso sesso con il matrimonio; chiediamo un diritto per i bambini di avere un padre e una madre; 2. una politica integrale di protezione della famiglia basata sull’impegno reciproco, sull’uguaglianza dell’uomo e della donna che creano un ambiente idoneo per le nuove vite; 3. il rispetto e l’appoggio ai genitori che devono poter decidere per l’educazione dei loro figli; 4. un ordinamento giuridico che garantisca il rispetto della vita umana nella sua integrità; 5. una valutazione positiva della libertà religiosa.
Non avrei mai immaginato che queste manifestazioni avrebbero raggiunto simili dimensioni: per strada c’erano un milione e mezzo di persone. Dopo questi eventi, Zapatero dovrà almeno tenere in considerazione le ripercussioni elettorali delle sue scelte.
Moderatore: Mi sembra che queste immagini siano molto più eloquenti di tante parole che possiamo aggiungere perché dimostrano come soltanto a partire da un’identità precisa uno può riscoprire il proprio valore, il valore di essere famiglia e di lottare per difenderla, ciascuno facendo la propria parte, le famiglie la loro, la nostra, riprendendo in mano questa grande ricchezza che abbiamo e portiamo. La ricchezza di un’esperienza familiare in cui si fa questa esperienza del vero, del bello, del buono, che va difesa e protetta; la ricchezza di una dimora dove nasce l’io nasce, cresce e va nel mondo. Dobbiamo essere coscienti di questo. L’incontro di oggi, e per questo ringrazio i nostri relatori, ci ha aiutato ad un approfondimento della verità di che cosa è l’esperienza familiare. Da qui il mondo dell’associazionismo deve fare la sua parte, deve essere sempre più presente, come già lo è, in tante associazioni nel Forum. Poi la professoressa Soave ci dirà il lavoro che fa all’interno del Forum delle associazioni, perché siamo gli interlocutori privilegiati delle istituzioni e la politica deve fare la sua parte. Il compito del politico è portare quello che sono le nostre richieste, le nostre esigenze e far sì che sia proprio il popolo che, attraverso l’azione della politica, fa sentire la sua parola. Per questo vi chiedo di aiutarci e di sostenere l’azione che stiamo facendo. Brevemente ripasso la parola alla dottoressa Soave e ai politici per una conclusione, grazie.
Paola Soave: Credo che la miglior conclusione siano state le immagini. Il Forum delle associazioni spagnole nasce dopo l’incontro con il Forum delle associazioni familiari italiano, questa realtà che rappresenta ben tre milioni e mezzo di famiglie, quarantuno associazioni, venti comitati. E’ una realtà che da anni interpella la politica sui temi della famiglia. Cambiano i governi, non cambiano le domande che noi facciamo. Non cambia il nostro impegno. Allora abbiamo qui oggi due politici: uno che rappresenta la maggioranza al governo e uno che rappresenta l’opposizione. La domanda è sempre quella: Cosa si può fare, quali condizioni si possono creare per promuovere veramente questo soggetto? Ad esempio, in Finanziaria, cosa c’è sulla famiglia? Niente. Si pensa addirittura di eliminare le deduzioni per i figli che abbiamo così faticosamente ottenuto nell’ultima legislatura. Noi siamo interlocutori. Siamo riusciti, in tredici anni di questo faticoso lavoro unitario fra quarantuno associazioni, ad essere presenti ai tavoli del governo quando incontrano le parti sociali. Noi in questi anni siamo stati veramente la rappresentanza delle famiglie e continueremo ad esserlo, però c’è qualcosa che noi non possiamo fare, perché quelli che stanno al governo alla fine devono decidere chi ascoltare, quali sono gli interessi più forti, quali sono le risorse più necessarie al Paese. si tratta di scelte politiche da fare. Chiedo: oggi, per la famiglia, non per i pacs, quali sono le scelte da fare? Oggi c’è un Ministero della famiglia, vediamo cosa può fare per la famiglia. Tutti però devono fare la loro parte, quindi la mia domanda è: saremo ancora interlocutori, sarà fondamentale la nostra proposta? E all’opposizione: che aiuto ci può venire?
Paola Binetti: Io credo che questo governo, scegliendo di istituire un Ministero della famiglia e di mettere a fuoco, in modo selettivo, le problematiche della famiglia, ha fatto una scelta di campo importante e significativa. Credo anche che sul sito stesso del Ministero della famiglia sia possibile prendere atto di quello che è una sorta di manifesto del Ministero: ci sono molte affermazioni di principio, ci sono molte affermazioni di desiderio, ci sono molte prospettive. Quali di queste si riuscirà a tradurre in atto nell’arco di tutta la legislatura dipenderà da una serie di circostanze. Sicuramente una delle circostanze più importanti è anche quella del dialogo. Penso che la dottoressa Soave abbia già incontrato il Ministro per l’associazione delle famiglie, e so per certo che ha incontrato altri gruppi e associazioni per approfondire queste problematiche. Penso ci sia senz’altro la buona volontà di fare chiarezza su un problema molto complesso. Da una parte c’è un’esplicito, dichiarato, forte e chiaro no rispetto a quelli che sono i pacs. Tra le problematiche che riguardano più direttamente la famiglia, i punti di riferimento più importanti sono da un lato le politiche per le famiglie giovani e dell’altro quello che riguardano le politiche con famiglie a carico delle quali ci sono anziani, disabili, ecc. E’ una politica che tiene conto di una determinata filosofia della famiglia, ce ne possono anche essere altre, però al suo centro c’è una famiglia sana, forte e positiva. Bene, vada per i fischi, ditemi quello che ha fatto per la famiglia il governo precedente, vale per tutto quello che voi potete pensare, ma questa è una proposta concreta e positiva.
Luca Volontè: Sono troppo cavaliere per rispondere, ma mia nonna mi ha detto che le donne non devono neanche essere sfiorate con una rosa e quindi non raccoglierò questo bell’affronto, la simpatica battuta che ha fatto Paola Binetti poco fa. Non possiamo negare che la prima uscita del Ministro per la famiglia sul Corriere della sera - dopo si è corretta – non sia stata proprio centrata sul tema della famiglia. Ma non mi interessa nemmeno questo! Mi sembra che la cosa positiva sia la disponibilità, che anche il Ministro Bindi ha avuto in Commissione affari sociali, presentandoci la sua piattaforma. Per il Ministero della famiglia è una disponibilità importante nei confronti non solo di valori cristiani, cattolici, di chiunque altro, ma del valore centrale per la società civile laica italiana della famiglia in quanto tale. Questo mi sembra l’oggetto di sfida e l’oggetto di verifica, perché il Ministro Bindi con questo documento ha esposto tutto quello che vuole fare nei prossimi cinque anni. Noi le daremo una mano per fare meglio quello che c’è scritto lì, e per cancellare alcune righe di quello che probabilmente ha dovuto scrivere, avendo una maggioranza abbastanza variegata. Ma non pensate che sia questo il problema di questi ultimi 25 anni: prima ha fatto bene Paola a ricordare quanta fatica si è fatta per far capire al Ministro dell’Economia della scorsa maggioranza che cosa volesse dire famiglia, perché la famiglia dovesse essere considerata come nucleo familiare dove c’erano più persone e si dovevano pagare le tasse in base al numero. Quanto poco si è fatto! Eppure si è fatto, in quella direzione: ad esempio le deduzioni, una cosa che certamente la Bindi apprezza, Visco no, bisogna ricominciare a spigargli, come si è fatto con Tremonti negli ultimi cinque anni. Ad esempio, un piccolo buono-scuola che si è fatto con la Moratti, e non ho ancora sentito il mio amico Beppe Fioroni che ha lavorato per tanti anni sul tema della legge 40 con me, dire una parola a favore di questa direzione.
Comunque, la maggioranza e l’opposizione lavoreranno insieme se insieme si lavorerà per queste cose, perché non è un must lavorare insieme. Lavorare insieme e fare un bel castello di sabbia lo facciamo fare agli altri, lavoriamo insieme se possiamo aggiungere un mattone a una società civile italiana più rispettosa della Costituzione, e quindi più favorevole alla famiglia.
Moderatore: Grazie, penso che il Meeting sia l’occasione per porre dei mattoni. I mattoni di una amicizia, di un lavoro che parte ed è comune. Proprio per concludere vorrei leggere un appello, una frase che il carissimo Don Giussani ci disse ad un ultimo incontro dei responsabili del Sindacato delle famiglie: “Non si può dire amo la mia famiglia, tengo alla mia famiglia, permettendo al costume sociale di distruggerla. Occorre il coraggio di difendere pubblicamente la famiglia, associandosi perché senza l’associarsi la debolezza del singolo e del particolare è travolta da qualsiasi forma di potere”. Ecco, noi siamo partiti da questo input. Siamo qui e vogliamo continuare ad essere sempre più questa presenza capace di interloquire e di costruire insieme. Grazie e arrivederci.
“Il valore del matrimonio e della famiglia nella proposta cristiana: la sua rilevanza civile”
Relazione conclusiva di Mons. Carlo Caffarra al convegno Matrimonio e stabilità della famiglia. Un valore per la società? Istituzioni pubbliche e realtà associative a confronto su tematiche riguardanti la famiglia, 24 febbraio 2006
Desidero chiarire subito la prospettiva della mia riflessione. Essa non si propone di esporre la dottrina, la proposta cristiana circa il matrimonio e la famiglia: mi limiterò fra poco a richiamarla in sintesi molto brevemente. Né mi propongo un confronto fra la visione cristiana ed altre dottrine circa il matrimonio e la famiglia, così come non mi propongo di giustificare, di mostrare la verità e la bontà della proposta cristiana dal suo interno, con argomentazioni cioè teologiche.
Mi propongo invece di mostrare che la proposta di vita matrimoniale e familiare fatta dal cristianesimo è grandemente “produttiva di capitale sociale” e che pertanto deve essere difesa e favorita in questa sua capacità. Non svolgerò dunque un’argomentazione di tipo morale a favore di un “tipo” di matrimonio e di famiglia piuttosto che di un altro, ma cercherò di compiere un confronto secondo il criterio della maggiore o minore capacità di produrre capitale sociale.
Per esprimere il senso che riveste per me questa prospettiva devo ora fare due premesse, la prima riguardante il concetto di neutralità etica e la seconda il concetto di capitale sociale.
01. L’approccio di cui sopra parte dal presupposto che una neutralità etica assoluta, totale dello Stato è impossibile e non è augurabile. Non posso ora esporre lungamente ed argomentare questa tesi. Rimando ai testi dove ho cercato di farlo (1). Mi limito solo ad esporne il significato.
Esistono stili di vita che producono capitale sociale; esistono stili di vita che non solo non producono capitale sociale, ma usurano quello esistente. I due non possono essere equiparati, pena la progressiva erosione del bene comune. Ciò non significa che lo stile di vita nei confronti del quale la società è meno ospitale, debba essere punito o comunque intollerato; semplicemente potrebbe/dovrebbe essere ignorato.
“Nessuna società può accogliere in sé ogni forma di vita. È vero che possiamo deplorare, per così dire, la limitatezza dello spazio dei mondi sociali, e in particolare del nostro, e che alcuni inevitabili effetti della nostra cultura e della nostra struttura sociale possono dispiacerci. Come sostiene, da lungo tempo, Berlin (anzi questo è uno dei suoi temi fondamentali), non esiste un mondo sociale senza perdite; un mondo sociale, cioè, che non escluda modi di vita i quali realizzano, in maniera peculiare, certi valori fondamentali; che per cultura e per istituzione non si dimostri troppo congeniale a tali modi di vita” (2).
La mia tesi è che lo stile di vita matrimoniale e familiare proposto dal cristianesimo appartiene agli stili di vita produttivi di capitale sociale.
02. Il concetto di “capitale sociale” è dunque fondamentale in tutto il mio discorso. Mi devo quindi dilungare maggiormente nella chiarificazione di questo concetto.
Parto dal rifiuto della concezione individualistica dell’uomo. Come scrisse M. Buber “il fatto fondamentale dell’esistenza umana è l’uomo – con – l’uomo” (3). La relazione interpersonale è essenziale alla persona.
Da questa visione dell’uomo deriva che il bene comune “è quella relazione fra i beni singoli (o fra le parti del tutto considerato) che li coordina in modo che possano svilupparsi in una dinamica di reciproco arricchimento umano” (4). Il bene comune è il bene che è compiuto dalle persone nella loro reciproca relazione, e fruito in essa.
Infine, il bene comune è compiuto, è costruito da agenti razionali che praticano stili di vita piuttosto che altri stili che non edificano il bene comune. Si pensi, per fare solo un esempio, ad un pubblico ufficiale che pratichi nell’adempimento del suo ufficio uno stile clientelare. Egli non indurrà certamente nelle persone senso dello Stato. Egli pertanto mette in atto una pratica che demolisce e non edifica il bene comune, e pertanto erode quell’universo relazionale buono dentro cui solamente la persona cresce, e di cui il senso dello Stato è dimensione essenziale.
Quando dunque parlo di “capitale sociale” intendo l’insieme dei beni che nel loro insieme costituiscono il bene comune e che al contempo consentono di usufruirne senza usurarlo.
A questo punto dovrebbe essere del tutto chiara la prospettiva della mia riflessione o, se volete, la mia tesi. È la seguente. Esistono stili di vita/di vita matrimoniale e familiare che concorrono alla produzione del capitale sociale [= insieme dei beni che costituiscono il bene comune], e stili di vita/ di vita matrimoniale e familiare che concorrono all’erosione del capitale sociale: la proposta cristiana appartiene al primo tipo di stili di vita matrimoniale e familiare.
1. Terminate le premesse, mi corre l’obbligo come primo punto della mia riflessione dire molto sinteticamente e molto brevemente il contenuto essenziale della proposta cristiana.
Questo contenuto si articola nelle seguenti affermazioni fondamentali.
a. Il matrimonio è l’unione pubblicamente riconosciuta fra un uomo e una donna, indissolubile sia dall’interno sia dall’esterno, orientata alla generazione ed educazione della persona umana.
b. Questo matrimonio è stato elevato alla dignità di sacramento da Cristo. “Elevato” significa che la sacramentalità non si contrappone, non si giustappone alla coniugalità come tale, ma è questa stessa in quanto viene dotata di una simbolicità riguardante il nucleo stesso della fede cristiana.
c. Esiste un legame de jure indissociabile fra coniugalità e genitorialità che va in direzione reciproca: la coniugalità dice ordine alla genitorialità e la genitorialità si radica nella coniugalità.
d. Esiste un bene comune del matrimonio e della famiglia. Anzitutto il bene comune dei coniugi; l’amore, la fedeltà, l’onore, la durata della loro unione fino alla morte. Questo stesso bene comune (della coppia) è connesso al bene della famiglia: la genealogia della persona, la relazione intergenerazionale. Ed è vero di questo bene comune, ciò che è vero del bene comune come tale: più è comune tanto più è anche proprio. È l’esperienza fatta da chi esiste creando vere e buone relazioni interpersonali.
2. Avendo chiaro quanto detto, possiamo ora ritornare al nostro problema specifico, chiedendoci se la proposta di vita matrimoniale e familiare appena sintetizzata origina uno stile di vita che promuove il capitale sociale.
Ridotta all’osso, la mia argomentazione è la seguente: la convivenza civile – società civile e Stato – esige un tessuto connettivo alla cui formazione è indispensabile la famiglia ed il matrimonio così come è pensato dal cristianesimo in quanto istituzione naturale.
La domanda da cui parto è la seguente: è praticabile una società costituita da individui legati fra loro solo da norme procedurali-formali, tese esclusivamente ad assicurare e promuovere l’uguale autonomia degli individui? (5) Personalmente non lo ritengo.
È nota a tutti che l’autonomia ha due aspetti: autonomia da vicoli; autonomia nel realizzare quella concezione di vita buona che si ritiene vera. In sintesi: autonomia da …, autonomia per … Ma è un dato di esperienza che la realizzazione della propria concezione di vita è impossibile senza gli altri: senza la partecipazione nella vita associata. E da ciò deriva il vero concetto e la vera esperienza delle due colonne della vita associata: solidarietà e sussidiarietà.
La solidarietà non è un mero sentimento di altruismo ed ancor meno una coercizione che lega le parti dall’alto, ma è la lucida consapevolezza dell’interdipendenza di ciascuno da ciascuno: il mio bene non è realizzabile contro il bene dell’altro o a prescindere dal bene dell’altro. Se la libertà non edifica relazioni buone con l’altro, diventa la forza più distruttiva dell’uomo.
Ed ugualmente sussidiarietà non significa in primo luogo ciò che appartiene alla competenza di ciascuno, evitando strumentalizzazioni o colonizzazioni. Significa in primo luogo tutela e promozione di relazioni sociali tali che aiuti ciascuno [singoli e comunità] a svolgere i propri compiti.
Solo un tessuto connettivo solidale e sussidiario assicura una vera coesione sociale nella quale la mia autonomia e la mia libertà trovano nell’altro non il limite ma la condizione che le rende veramente possibili.
La comunità matrimoniale e familiare – così come è pensata e proposta dal cristianesimo ad ogni retta ragione – è il luogo originario in cui si apprende a praticare questo tipo di coesione sociale; il luogo originario della personalizzazione e socializzazione della persona. La proposta cristiana in quanto è razionalmente argomentabile e quindi universalmente condivisibile, impedisce quella riduzione della comunità coniugale e familiare a “pura affettività e spontaneità”, a mera contrattazione fra due diritti supposti assoluti alla propria felicità individuale.
3. Se quanto ho detto finora in maniera troppo schematica – me ne rendo conto, essendo un intervento all’interno di una tavola rotonda – è vero, dobbiamo giungere ad una conclusione coerente: ad ogni livello, compreso quello statale, deve essere riconosciuto nella sua positività questo modello di vita coniugale e familiare.
Non sto proponendo un astratto primato della famiglia a difesa contro lo Stato; ancor meno sto proponendo una forma di teo-crazia o confessionalità dello Stato. Ma una posizione pienamente laica di promozione e difesa di quei valori relazionali che hanno nella famiglia e nel matrimonio la loro culla, e che si basa su una precisa giustificazione razionale e non di fede.
Quali sono i principali contenuti di una politica che riconosca e favorisca questo stile di vita? Mi devo limitare ad enunciarne solo quattro oggi particolarmente urgenti.
o Deve essere evitata qualsiasi forma, nascosta o palese, di equiparazione fra “la famiglia società naturale fondata sul matrimonio” ed altre forme di convivenza.
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- Deve essere assicurato il diritto ad una casa adatta a condurre un vita familiare buona.
- Deve essere assicurato il diritto di esercitare la propria responsabilità nell’ambito della trasmissione della vita e dell’educazione dei figli.
- Devono essere conciliati e composti lavoro e famiglia, due componenti realizzative della persona e del bene comune, in una relazione nella quale non venga meno né la promozione del lavoro né la promozione della famiglia.
Mi piace concludere con le parole di Giovanni Paolo II: “Occorre davvero fare ogni sforzo, perché la famiglia sia riconosciuta come società primordiale e, in un certo senso, “sovrana”! La sua “sovranità” è indispensabile per il bene della società. Una Nazione veramente sovrana e spiritualmente forte è sempre composta di famiglie forti, consapevoli della loro vocazione e della loro missione nella storia. La famiglia sta al centro di tutti questi problemi e compiti: relegarla ad un ruolo subalterno e secondario, escludendola dalla posizione che le spetta nella società, significa recare un grave danno all’autentica crescita dell’intero corpo sociale” [Lett. Ap. Gratissimum sane 17,11; EV 14/284].
È ciò che la dottrina sociale più attenta oggi conferma quando parla della necessità di affermare la cittadinanza della famiglia (6) che significa riconoscere e favorire stili di vita famigliare ispirati a criteri di solidarietà e di piena reciprocità, fondati sui diritti non dell’individuo ma sui diritti relazionali della persona umana.
Note:
(1) Cfr. le seguenti mie lezioni o conferenze:
Omelia nella Solennità di S. Petronio, del 4 ottobre 2005;
Una vita giusta una vita buona: progetto sociale possibile?, del 13 gennaio 2006;
Il cristiano nella città, del 20 gennaio 2006;
Informazione e barbarie: se togliamo le radici della verità a che servono i mass media?, del 21 gennaio 2006.
(2) J. Rawls, Liberalismo politico, Edizioni di Comunità, Milano 1994, pagg.171-172.
(3) Il problema dell’uomo, LDC, Leumann, 1990, pag. 122.
(4) P. Donati, Pensiero sociale cristiano e società post-moderna, ed. A.V.E., Roma 1997, pag. 65.
(5) La domanda tocca una questione o forse la questione fondamentale riguardante il vivere e con-vivere umano: quale è il “fondo” della realtà? quale è la realtà primordiale: l’uno irrelato o la comunione? e quindi: la cifra dell’umano è l’autonomia oppure l’amore erotico ed agapico? Benedetto XVI ha scritto la sua prima enciclica per rispondere a queste domande.
(6) Cfr. P.P. Donati, Famiglia e sussidiarietà: nuove politiche sociali che generano benessere sociale, in Welfare community [a cura di S. Belardinelli]. Egea, Milano 2005, pag. 89

