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Se la Tares si può azzerare se adotto un cane randagio…. perché si deve alzare se ho un bambino?

Solarino, adotti un cane e abbassi la Tares

Il Forum delle Associazioni Familiari della Sicilia ha lanciato una grande mobilitazione per chiedere ai comuni dell’isola di introdurre riduzioni e agevolazioni, senza alcuna limitazione, per la Tares. La nuova tassa comunale sui rifiuti e i servizi, introdotta dalla Legge di Stabilità lo scorso anno, riunisce sotto di sé tutte le imposte locali relati…ve alla spazzatura e ai servizi comunali, ed è di fatto, una nuova tassa sulla casa.
La Tares, secondo i calcoli effettuati dalla Cgia di Mestre, costerà circa 2 miliardi di euro in più rispetto alla vecchia Tarsu e alla Tia, con un aumento medio del 29% a famiglia e un gettito complessivo a carico delle famiglie di almeno 8 miliardi. In una lettera aperta agli aderenti, il Forum chiede di alzare la voce contro una tassa che di fatto non tiene conto né dell’articolo 31 della Costituzione, né del 53. L’art. 31 dovrebbe garantire con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. L’art. 53 garantisce a tutti di partecipare alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. In sostanza il sistema tributario è informato a criteri di progressività e non può in nessun modo penalizzare chi ha più figli. Nel comune di Milano saranno 51 mila le famiglie ad avere riduzioni sulla Tares. In Sicilia, precisamente a Solarino, in provincia di Siracusa, si è riusciti addirittura ad azzerare
quasi tutta la nuova tassa, a partire dall’adozione di un cane randagio e non a partire dal numero dei figli o dal basso reddito. L’iniziativa secondo il sindaco di Solarino, Sebastiano Scorpo, ha tre scopi: “Rispettare gli animali, aiutare le famiglie e fare risparmiare l’ente. La spesa all’anno per ogni animale ospitato al canile è di 1.500 euro”. Giustamente, una volta che il risparmio massimo della Tares è di 750 euro, il risparmio del comune è di almeno 750 euro per cane. Nel caso in cui il Forum non sarà ascoltato dai comuni dell’isola, non portando riduzioni alla Tares, alle famiglie con figli, che dovrebbero essere la vera risorsa della società, rimane solo una possibilità: spostare la residenza a Solarino e adottare un cane randagio.
Nuccio Condorelli
Sindacato delle Famiglie (sidefct@iol. it)

pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” il 17 Settembre 2013

Separati per convenienza

SEPARAZIONI FITTIZIE, PERCHE’ CONVIENE

Assegno sociale, sgravi fiscali, riduzione delle tasse universitarie, agevolazioni nella graduatoria per l’inserimento del figlio all’asilo nido e non solo. Non è il nuovo piano per chi dopo anni di matrimonio e dopo aver cresciuto con grandi sacrifici dei figli, adesso ha un sostegno dallo Stato; è, invece, il notevole vantaggio economico che due coniugi hanno se intraprendono una separazione consensuale fittizia. Dagli ultimi dati Istat sono in aumento i divorzi simulati, circa il 5% del totale di divorzi di ogni anno. Una percentuale in costante aumento, soprattutto al centro-nord. Sono coppie di 40-50 anni e non sempre benestanti, anzi c’è molto ceto medio. Una volta ottenuta la separazione, dato che il reddito non si cumula con quello del coniuge, il risparmio é effettivo e riguarda bollette, tasse scolastiche, Imu, medicinali, posti macchina, assegni familiari e molto altro. Molti sono i commercialisti che pongono ai propri clienti la stessa domanda: ”Ma lei non ha problemi con sua moglie. Perché non si separa?” E i rischi? Pochissimi, sembra, anche perché uno può sempre dire di aver fatto pace la sera prima. Con questa “scorretta” operazione i 2 coniugi riescono a portare a casa anche 800 euro di risparmio al mese e visto i tempi che corrono non sono pochi. Molti, sempre secondo l’Istat, le separazioni consensuali dove uno dei coniugi è in procinto di compiere i 65 anni, quindi in attesa di conseguire la famigerata pensione. Poi nel caso di famiglie monoreddito il risparmio diventa notevole anche in termini di Irpef e di Imu, con la possibilità di far diventare la seconda casa l’abitazione principale dove far risiedere uno dei due coniugi. Senza considerare il nuovo calcolo dell’Isee che permette servizi prima irraggiungibili. Tutti sappiamo l’impoverimento di tante famiglie dopo una separazione vera, con sofferenze immense per tutti, ma secondo gli esperti della materia, il risparmio per la separazione simulata è notevole. Certo, c’è da ammortizzare le spese del legale, che nel caso di una separazione fittizia, può essere lo stesso per entrambi i coniugi. Ma c’è da chiedersi, in modo serio: Possibile che per sostenere le famiglie in Italia c’è solo la strada di farle separare, anche se per finta?

Nuccio CondorellI

pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” il 10_09_2013

Il nonno tedesco diventa una risorsa per tutti (perché l’Italia non copia l’idea?)

intervista a Davide Rosati – Sindacato delle Famiglie
Il ministro della famiglia tedesco, Kristina Schroeder, ha presentato il rapporto “Tempo per la famiglia”, in cui ipotizza l’avvio di congedi parentali per i nonni che ancora lavorano. «Un’iniziativa interessante ma che in Italia troverebbe molti ostacoli», spiega Davide Rosati, del Sindacato delle famiglie.
Di Carlo Candiani
18 Mar 2012

La notizia arriva dalla Germania: il ministro della famiglia Kristina Schroeder ha presentato un rapporto dal titolo “Tempo per la famiglia”, dove si ipotizza l’avvio di congedi parentali per i nonni che, ancora al lavoro, (l’età pensionabile arriverà a 67 anni anche in terra tedesca), abbiano la necessità di accudire i nipoti. È il segno di un welfare che deve rinnovarsi con le novità del mondo del lavoro e della previdenza? «Il tema della cura dei figli è di crescente interesse per il mondo economico e politico» afferma Davide Rosati, referente del Sindacato delle Famiglie per le politiche locali e consulente sul tema “armonizzazione” famiglia – lavoro. «Con la crescita dell’età pensionabile accadrà sempre più spesso che i nonni che curano i nipoti avranno sempre più difficoltà. Per questo mi sembra interessante la proposta del ministro per l’allargamento del congedo parentale anche ai nonni».

L’innalzamento dell’età pensionabile è una norma previdenziale che è stata decisa anche in Italia. Il progetto tedesco potrebbe essere attuato anche per i nostri nonni?
In Germania il congedo facoltativo comporta il riconoscimento del sessanta per cento del totale in busta paga. Per l’Italia questo accade solo in caso di astensione obbligatoria, mentre per quella facoltativa è riconosciuto il trenta per cento: quindi, quando si sceglie il congedo parentale e si è “costretti” a scegliere quello facoltativo, c’è un evidente divario di trattamento. Sarebbe difficile pensarei applicare il modello tedesco da noi. In più, nella proposta di Kristina Schroeder si parla di congedi parentali non pagati, ma senza il pericolo di perdere il posto di lavoro. Ma chi dovrebbe pagare i contributi in quel periodo? L’azienda? Lo Stato? Il dipendente stesso? Sono domande che, per ora, non hanno risposta. E non saprei come potrebbero essere risolte in Italia.

Il mondo imprenditoriale italiano sarebbe pronto ad accettare questa opportunità per i dipendenti “nonni”?
La cultura imprenditoriale italiana fa ancora fatica ad adottarea una strategia di attenzione verso i propri dipendenti, ripensando l’organizzazione del lavoro in un’ottica “family friendly”. È anche vero che ci sono esperienze interessanti, soprattutto in Lombardia. C’è da dire però che le aziende, con fatica, si stanno accorgendo che aiutare i dipendenti non è una spesa ma un investimento, che nel lungo periodo si trasforma in un ritorno e in un aumento di produttività.

In Italia si è scelto di innalzare l’età pensionabile anche per riequilibrare i conti pubblici. Ma forse sarebbe necessario un ripensamento di tutto il welfare, magari prendendo spunto dalla Germania.
Certamente il modello tedesco è il migliore per quanto riguarda le politiche familiari: basti pensare alle logiche fiscali che applicano da anni, per esempio la deducibilità per i carichi familiari. Un’altra istituzione tedesca che funziona è rappresentata dalle alleanze locali per la famiglia, una formula sussidiaria che affronta il tema della conciliazione famiglia – lavoro, in cui pubblico e privato, imprese e società civile, creano punti di collegamento per decidere quali sono le soluzioni migliori. In ambito nazionale, sarebbe utile prendere esempio dalla Regione Lombardia, dove si stanno creando reti territoriali di welfare aziendale. Oggi le risorse dell’ente pubblico non sono più sufficienti, bisogna ripensare un modello in cui ci sia compartecipazione delle aziende,  e dove i servizi ai dipendenti siano appannaggio in parte delle aziende stesse, in parte i cittadini e in parte dell’ente locale. Si chiama sussidiarietà circolare, un modello orizzontale ma con più attori in campo, con i quali si progettano insieme gli interventi. Questa è la prospettiva verso cui guardare, anche per affrontare insieme il tema della scarsità delle risorse.

Superare il Pil col Bes (e tenere conto del numero dei figli)

È insito nell’uomo, nel suo desiderio di costruire, poter capire dove sta andando, poter vedere l’esito del proprio lavoro, misurare la propria capacità creativa. Così nelle società moderne, l’espressione di questo desiderio coincide con il concetto di sviluppo o, in altri termini, con la crescita del benessere.
Se nel dopoguerra l’idea di benessere e sviluppo coincideva con il Prodotto Interno Lordo (PIL), oggi questo parametro ha cominciato a diventare inadeguato.

In tal senso appare un tentativo interessante quello portato avanti dal CNEL e dall’ISTAT di elaborare un nuovo indice che misuri il benessere della nostra società superando la limitatezza del PIL. L’idea di fondo di questo nuovo indice è quella di prendere in considerazione 12 dimensioni (o domini) del benessere, attraverso il coinvolgimento attivo della società civile organizzata e dei singoli cittadini, oltre all’apporto di un qualificato pool di esperti.

Come associazione familiare, vogliamo dare anche noi il nostro contributo, in quanto riteniamo estremamente importante che anche le istanze delle famiglie possano essere prese in considerazione.

Innanzitutto constatiamo positivamente la grande considerazione che assumono i temi dell’equità e della sostenibilità all’interno del dominio del Benessere economico. Dal nostro punto di vista, è indispensabile che il tema dell’equità fiscale abbia un’adeguata considerazione in questa nuova analisi. Non può essere certo considerata positivamente una situazione come quella di un paese, il nostro, in cui l’equità orizzontale viene ampiamente sottovalutata a discapito dell’equità verticale. In altri termini, una reale considerazione dei carichi familiari dovrebbe rientrare tra i criteri di misura del benessere, perché non è ragionevole una società in cui chi ha figli paghi in proporzione più tasse di chi non ne ha. Una giusta attenzione alle politiche di prelievo, dovrebbe essere quindi fondamentale per misurare il benessere della nostra società, anche per evitare un peso eccessivo alle politiche redistributive, facilmente riconducibili a logiche assistenzialistiche.

Altro aspetto indispensabile da prendere in considerazione nella misura del benessere è quello della natalità. Sarebbe miope considerare una società senza pensare al suo futuro e alla sua capacità di rigenerarsi. Se il BES mira a considerare i fattori fondamentali del benessere di una società non può esimersi dal misurare anche la sua capacità di conservarsi in termini numerici. Altrimenti si corrono due rischi: il primo è quello di una misura edonistica della capacità di rispondere al proprio desiderio solo nel breve termine. Il secondo è quello di essere così occupati a offrire un futuro ai propri figli, da non preoccuparci di avere questi figli a cui offrire un futuro.

Un altro aspetto estremamente meritorio del BES è quello di considerare la famiglia come il luogo privilegiato delle relazioni, inteso sia come origine della capacità relazionali degli individui sia come sorgente di quel capitale sociale e umano che sta al fondamento della nostra società.

Ugualmente pregevole appare l’inserimento del tema della conciliazione tra impegni familiari e di lavoro, che noi preferiamo denominare, riprendendo le parole del professor Stefano Zamagni, come “armonizzazione” tra la sfera professionale e quella relazionale della famiglia. In tal senso, la sfida va affrontata su due fronti: da un lato il concepire il problema in un’ottica relazionale e non di genere, non confinando il problema solo alle donne, ma guardandolo da un punto di vista familiare. Dall’altro è da considerare la particolare conformazione del tessuto imprenditoriale italiano, fatto per oltre il 90% da piccole e medie imprese, in cui le tematiche della Corporate Family Responsability stentano a diffondersi per diverse ragioni, sia di carattere culturale, che di semplice difficoltà strutturale. A tal proposito crediamo che sia interessante affrontare il problema attraverso una lettura territoriale e di reti di imprese, come già la lungimirante Regione Lombardia ha iniziato ad introdurre nelle sue politiche di conciliazione.

Infine, sul tema della Politica e delle istituzioni, appare assente il tema della sussidiarietà e della capacità della politica di ascoltare e riconoscere nella società esempi positivi e modelli di bene comune da valorizzare e da coinvolgere nel processo decisionale e di progettazione degli interventi. Una società sarà in grado di aumentare il proprio grado di benessere quanto più sarà capace di valorizzare le sue spinte interne, i modelli di risposta che i cittadini realizzano per rispondere alle proprie aspettative, liberando le energie positive presenti al suo interno.

Davide Rosati

pubblicato su Tracce.it

IN PIAZZA PER UN SECONDO FAMILY DAY

Pronti a scendere in piazza per un secondo Family Day, a sostegno di un fisco a misura di famiglia. Questa la decisione del consiglio direttivo del Forum delle famiglie, che rappresenta ben 50 associazioni in tutto il territorio nazionale. “La crisi – si legge nel comunicato del Forum – sta mettendo in ginocchio le famiglie, facendo precipitare molte di esse sotto il livello di povertà; la manovra del governo finora approvata è fortemente insoddisfacente. All’approssimarsi della data fissata per la presentazione della seconda parte della manovra, quella destinata allo sviluppo, le famiglie tornano a far sentire il proprio appello perché negli interventi economici si torni a respirare aria di equità e di giustizia. Perché ad una manovra fatta di tagli indiscriminati si sostituisca una riforma del fisco nazionale (con l’introduzione del Fattore Famiglia) e del sistema tariffario locale (con la modifica dell’Isee). Due elementi che oltre a riconoscere la funzione sociale delle famiglie consentirebbero un concreto rilancio dell’economia e del sistema Italia”. L’associazione “Famiglie numerose” tornerà domani a fare la propria voce, formando una catena umana dal Palazzo di Montecitorio a Palazzo Chigi. Lì, il presidente Mario Sberna  consegnerà alla portineria un “regalo” per il Presidente del Consiglio, composto da una maglietta articolo 31, non il gruppo musicale, ma l’articolo della Costituzione che parla del “particolare riguardo”da accordare ai nuclei con più figli, da sempre (in teoria) riconosciuti come le colonne portanti di un paese, il manifesto con tutte le richieste di “Famiglie Numerose” per un fisco più equo, e un pezzo di catena, a simboleggiare la situazione delle famiglie prigioniere delle catene fiscali e culturali che soffocano il nostro paese. Lo stesso Sberna, nell’appello pubblico per la manifestazione di domani, ha precisato che per le famiglie, soprattutto quelle con figli, è scattato il momento di alzarsi in piedi. “Con la manovra siamo stati calpestati insieme ai nostri figli. I calcoli fatti non lasciano spazio a dubbi: costerà a una famiglia numerosa media, almeno 4.000 euro all’anno in più. Noi non abbiamo altri 400 euro al mese da versare allo Stato, non li abbiamo proprio. Basta, adesso è davvero troppo”.

Nuccio Condorelli
Sindacato delle Famiglie(sidefct@iol.it)
Pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” martedì 11_10_11

Due proposte in materia di Conciliazione famiglia lavoro: rilanciare il Welfare Aziendale

Attualmente l’Art. 51, comma 2, par. f-bis) del TUIR (Testo Unico sulle Imposte e i Redditi) dichiara che non contribuiscono a formare reddito da lavoro dipendente “le somme erogate dal datore di lavoro alla generalità dei dipendenti o a categorie di dipendenti per frequenza di asili nido e di colonie climatiche da parte dei familiari indicati nell’articolo 13, nonché per borse di studio a favore dei medesimi familiari”.

Oltre a questo l’Art. 100, comma 1 sempre del TUIR riconosce che “Le spese relative ad opere o servizi utilizzabili dalla generalità dei dipendenti o categorie di dipendenti volontariamente sostenute per specifiche finalità di educazione, istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria o culto, sono deducibili per un ammontare complessivo non superiore al 5 per mille dell’ammontare delle spese per prestazioni di lavoro dipendente risultante dalla dichiarazione dei redditi.”

I suddetti due articoli del TUIR sono oggi i principali strumenti a disposizione delle imprese per introdurre al proprio interno azioni mirate a favore dei dipendenti. Tali iniziative sono attivate nella maggior parte dei casi da imprese di grandi dimensioni e si va dal maggiordomo aziendale di tante grandi imprese, agli asili nido aziendali e interaziendali, dalle badanti messe a disposizione dalle imprese al carrello della spesa, dal doposcuola assistito per il recupero delle lacune scolastiche alla lavanderia a domicilio.

In altri termini, le aziende più attente ai bisogni dei propri dipendenti hanno capito che investire sul benessere dei propri dipendenti genera benefici ad entrambi, si tratta cioè di pratiche win-win, in cui entrambi gli attori ne traggono un vantaggio. Quindi da un lato abbiamo l’impresa che crea i presupposti per una forte alleanza con il proprio dipendente ricevendo in cambio maggiore attaccamento da parte del dipendente (con tutti i vantaggi che ne derivano). Dall’altro abbiamo il dipendente che trova nella propria impresa un partner nella soluzione dei propri problemi di conciliazione tra vita famigliare e vita lavorativa, trovandosi ad avere un maggiore tempo disponibile per la propria sfera relazionale e in certi casi addirittura un maggiore reddito disponibile grazie alle agevolazioni fiscali indicate in precedenza.

A questo punto il problema più grosso è trovare una modalità efficace perché anche nelle piccole e medie imprese italiane (oltre il 90% del nostro tessuto imprenditoriale), possano diffondersi questo genere di buone prassi.

La proposta del SIDEF è di modificare l’Art. 51, comma 2, par. f-bis del TUIR indicando non solo asili nido, colonie climatiche e borse di studio, ma inserendo più in generale tutte le iniziative di Welfare Aziendale e di Conciliazione Famiglia – Lavoro che una impresa adotta per agevolare i propri dipendenti permettendo all’impresa di riconoscere i servizi offerti come benefit non tassati.

In questo modo non si agevolerebbero direttamente le imprese, ma le famiglie, le quali a parità di retribuzione lorda attuale, vedrebbero parte dei costi che attualmente sostengono non più sottratti alla propria retribuzione netta, ma dedotti dal proprio ammontare lordo, con un evidente incremento del reddito disponibile.

Provo a fare un esempio, per rendere il concetto più chiaro, usando cifre tagliate con l’accetta solo per semplificarne la comprensione. Franco, dipendente di una piccola impresa, percepisce 3000 € lordi / 1500 € netti mensili composti da 1400 € di retribuzione minima sindacale e 100 € di premio di produzione monetizzato. Per mandare il proprio Luca al Nido deve pagare 400 € mese di retta, che toglierà alla propria retribuzione netta e li verserà alla cooperativa sociale o al Comune che gli erogano il servizio. Di quei 400 € ipotizziamo che 100 € derivano dal proprio premio di produzione che inizialmente era di 200 € lordi e una volta monetizzato diventa di 100 €.

Se invece fosse l’azienda che gli offre il servizio di asilo nido interaziendale sempre a 400 € mensili, l’azienda potrebbe riconoscergli 200 € di premio di produzione sotto forma di benefit non tassato e quindi Franco dovrebbe integrare con soli 200 € della propria retribuzione netta per coprire i 400 €. In questa seconda ipotesi, Franco usando solo 200 € della propria retribuzione netta, si è visto incrementare il proprio reddito disponibile di 100 € al mese.

Una seconda proposta, sempre su questo tema, è la diffusione delle buone prassi sopracitate tra le piccole e medie imprese attraverso la creazione di “Reti territoriali di Welfare Aziendale e Interaziendale”.

Le ragioni per cui piccole e medie imprese non avviano iniziative di Welfare Aziendale sono essenzialmente di due tipologie: una di carattere strutturale legata alle ridotte dimensioni e la seconda connessa agli elevati costi fissi che sono richiesti per introdurre in azienda queste iniziative. Favorendo forme di aggregazione a livello di reti territoriali si possono superare entrambi i problemi e rendere questi servizi disponibili per tutti. Si tratta quindi di individuare forme di aggregazioni coerenti alle caratteristiche del territorio per consentire alle imprese di realizzare insieme ad altre questi servizi a vantaggio dei propri dipendenti. Tali benefici, possono essere sia di natura relazionale, aumentando il tempo disponibile per la vita familiare e rinsaldando il legame tra dipendente e impresa, sia di natura economica in quanto si determina un incremento del reddito disponibile per i collaboratori e a sua volta si determina un incremento di produttività e di efficienza del collaboratore grazie al miglior clima aziendale e al supporto fornito.

A conferma della fattibilità di queste iniziative, riporto due esempi in atto.

La Regione Lombardia ha già accolto questa nostra idea progettuale inserendola tra le attività finanziate a livello provinciale in materia di Conciliazione Famiglia – Lavoro. In questo modo, l’ente locale ha davvero messo in pratica il principio della sussidiarietà, creando le condizioni perché la società civile si possa organizzare e dare le risposte migliori in materia di Conciliazione Famiglia – Lavoro.

A Rimini, come Sindacato delle Famiglie, stiamo realizzando insieme ad altre realtà della cooperazione sociale il Progetto WelFamily che mira a creare le condizioni perché diverse imprese del territorio possano avviare questo genere di iniziative, andando a coprire quei bisogni a cui gli enti pubblici non riescono a dare risposte.

In questo genere di progetti, c’è anche spazio per gli enti locali, i quali volendo potrebbero partecipare attivamente con un contributo mensile per la copertura del servizio, nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà.

In una fase economica in cui il peso dei sacrifici è scaricato principalmente sulle famiglie, queste iniziative potrebbero rappresentare un segnale positivo verso questo mondo, le cui richieste sono disattese da troppo tempo e a cui si è aggiunta la delusione causata dalle vane ed illusorie promesse fatte finora.

A seguito di una manovra che chiede sacrifici quasi esclusivamente alle famiglie, una scelta di questo genere porterebbe un po’ di benefici e di segnali positivi. Quindi se non si vuole rischiare di creare una frattura insanabile tra politica e famiglie, sarebbe opportuno che l’attuale Governo “battesse un colpo”.

Davide Rosati

(pubblicato su Ilsussidiario.net)

Per le famiglie una manovra umiliante

Umiliazione: questo è il sentimento vivo che centinaia di migliaia di famiglie italiane stanno avvertendo dopo il varo definitivo della manovra finanziaria. Umiliazione non solo perché, come afferma il comunicato stampa del Forum delle Associazioni Familiari, “Ancora una volta sarà la famiglia a salvare l’Italia”, soprattutto perché la politica tutta, nei fatti, ha tradito il mondo del “Family Day”. Era il 12 Maggio del 2007, e davanti a tantissimi esponenti politici sia di destra che di sinistra, in qualche modo fu promesso a 1 milione di famiglie, tante sono state le firme raccolte per l’occasione, che a breve ci sarebbe stata una svolta, una riforma fiscale che tenesse conto della famiglia come risorsa sociale. Adesso dopo le promesse a favore della famiglia, l’unica a non essere intaccata dai taglma i, almeno per ora, è proprio la politica. “Eppure per mesi – afferma ancora il comunicato del Forum – i tavoli tecnici del ministero dell’Economia hanno lavorato proprio alla semplificazione fiscale ed in quella sede sono stati individuati, anche su proposta del Forum, alcuni criteri di taglio del sistema delle 483 agevolazioni che vige in Italia.” Ma come se non bastasse, il colmo dei colmi, arriva, in questi giorni, a distanza di anni, dalla direzione centrale servizi del Tesoro che ha chiesto all’Agenzia delle Entrate di verificare tutte le autocertificazioni del bonus bebè assegnato dal governo tra il 2005 e il 2006. Ogni nucleo, oltre alla cittadinanza europea, doveva confermare di non superare i 50 mila euro di reddito complessivo. Ma quel modulo non spiegava se la cifra era lorda o netta. Proprio questa piccola dimenticanza sta procurando un’altra umiliazione per migliaia di famiglie. “L’errore – afferma Laura Praderi, presidente della Lega Consumatori – non è stato commesso dai cittadini, ma dallo Stato. Le famiglie sono state tratte in inganno da informazioni poco chiare. Bisognava coinvolgere i centri di assistenza fiscale, per verificare l’effettivo diritto il bonus”. Non si doveva fare certo arrivare l’assegno direttamente a casa. In questa confusione generale per non umiliare più le famiglie, al governo e al Parlamento rimane solo una chance: al più presto approvare una riforma del fisco a misura di famiglia.
Nuccio Condorelli
Sindacato delle Famiglie(sidefct@iol.it)
pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” il 19/07/2011

Conciliazione e Famiglia

Una alleanza sempre più forte tra la vita privata della famiglia e lavoro, con un ritorno economico e sociale non indifferente. Questa la proposta che il Sindacato delle Famiglie, da sempre impegnato sul fronte della difesa e della promozione della famiglia intesa come soggetto sociale, ha sottoposto all’ “Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà”. La richiesta del SideF è di inserire l’attuale normativa di defiscalizzazione degli asili nido aziendali a tutti gli interventi di welfare aziendale e di conciliazione famiglia-lavoro all’interno della riforma fiscale all’esame del governo. “In un paese in cui i servizi di conciliazione tra famiglia e lavoro stentano a decollare – afferma il SideF – oggi i segnali più significativi arrivano prevalentemente dalle Grandi Imprese: queste iniziative sono l’esito di una evoluzione culturale per cui un collaboratore non è più definito asetticamente in base al suo indice di produttività ma viene considerato nell’insieme delle sue relazioni costitutive, cioè la sua famiglia”. La proposta è quella di modificare l’Art. 51, comma 2, par. f-bis del Testo Unico delle imposte sui redditi inserendo tutte le iniziative di Welfare Aziendale che una impresa adotta per agevolare i propri dipendenti. Tale proposta consente all’impresa di dedurre dal compenso lordo del dipendente il costo di questi benefits erogati sotto forma di servizi e al dipendente di aumentare il reddito disponibile per la propria famiglia. Promuovere la diffusione di queste buone prassi, anche a livello delle piccole e medie imprese (che costituiscono circa il 90% del tessuto imprenditoriale nazionale), darebbe vita a un nuovo modo di concepire il rapporto tra l’ente pubblico e le imprese, creando “Alleanze per la Famiglia” dove il costo degli interventi non sono più solo a carico degli enti locali ma di tutti e tre i soggetti portatori di interesse: famiglie, imprese, enti locali. In questi giorni, tutti potranno partecipare in modo attivo alla proposta. Attraverso il sito del Sidef, www.sindacatodellefamiglie.org si può rispondere ad un questionario su conciliazione e famiglia, per preparare un quadro delle necessità reali che le famiglie hanno nel tentativo di conciliare i tempi del lavoro e la vita privata.

Nuccio Condorelli
Sindacato delle Famiglie (sidefct@iol.it)
Pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” il 28/06/2011

I GENITORI PARLANO POCO CON I FIGLI

Solo 18 minuti al giorno per farsi raccontare come è andata a scuola, per chiacchierare del più e del meno, per confidare qualche simpatia o antipatia. E’ tutto qui, in media, il tempo che i genitori italiani dedicano al dialogo coi loro figli.
Il dato emerge da una ricerca condotta  dall’Eppa, European psychoanalytic and psycodinamic association, coordinata dal professor Massimo Cicogna, su un campione di tremila famiglie. Quella conquistata dai genitori italiani è praticamente una maglia nera.
Peggio di noi fanno solo i papà e le mamme greche, 16 minuti di colloquio giornaliero coi figli, mentre dagli altri stati dell’Europa occidentale si dialoga di più. Genitori e figli tedeschi parlano per 25 minuti al giorno, i francesi toccano quota 30 minuti, i genitori inglesi si confrontano almeno per 40 minuti. Chiaccheroni gli svedesi che arrivano a parlare coi figli per 45 minuti al giorno, mentre gli spagnoli dedicano al dialogo 23 minuti. In sostanza, al poco invidiabile primato mondiale per il tasso di denatalità, detenuto da tempo, l’Italia aggiunge quello della scarsa attenzione dedicata ai figli, dai pochi che decidono di fare i genitori.
Secondo gli studiosi dell’Eppa, buona parte di responsabilità è da addebitare ai vecchi e nuovi media. Ma non solo per l’esagerato uso di internet e televisione che ne fanno i giovanissimi: secondo un confronto tra i dati Auditel delle principali nazioni europee, da noi il tempo passato davanti al teleschermo dai bambini tra i 4 e i 14 anni raggiunge la cifra record di 2 ore e 50 minuti al giorno, mentre i bimbi tedeschi dedicano alla televisione solo un’ora e 41 minuti. I veri cattivi maestri di dipendenza dai media sarebbero proprio i genitori italiani che arrivano a totalizzare, sempre secondo l’Auditel, oltre 3 ore e 45 minuti giornaliere col telecomando in mano, e più di un’ora e 40 minuti con Internet. A ben riflettere, in fondo la sfida è sempre la stessa. I figli dai genitori non vogliono istruzioni per l’uso, vogliono comunicato un significato adeguato per vivere. E spesso i genitori non hanno nulla da comunicare. Forse abbiamo dimenticato che il rapporto educativo, come affermava lo scrittore Charles Péguy, è la più grande e bella avventura che può capitare ad un padre e a una madre.

Nuccio Condorelli

Sindacato delle Famiglie(sidefct@iol.it)

Pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” il 12 Aprile 2011

La Regione Sicilia taglia Bonus Bebè

L’assessorato alla Famiglia della Regione Siciliana ha fortemente ridotto lo stanziamento per il bonus bebè di 1000 euro per i bambini nati dal primo gennaio al 30 giugno del 2010. La notizia, passata sotto silenzio, sta mettendo in difficoltà molte famiglie siciliane. La storia sembra incredibile. A fine luglio di quest’anno la Regione ha pubblicato il bando relativo al bonus, con uno stanziamento pari a 2 milioni di euro. In un articolo di questo giornale del 3 agosto si invitava la Regione a riconsiderare la somma assegnata, perché in pratica a beneficiarne potevano essere solo 2000 bambini, a fronte dei circa 49 mila nuovi nati in Sicilia. Inoltre si riteneva troppo misero il finanziamento del bonus a confronto dei 30 milioni di euro stanziati dello stesso assessorato nel non lontano 2005.
Dopo la definizione delle varie graduatorie comunali per l’assegnazione del bonus, l’assessorato con un decreto dell’11 novembre scorso ha approvato l’elenco regionale dei beneficiari e il prospetto di riparto delle somme da trasferire ai Comuni, ma ha tenuto a precisare che, con il decreto n. 2008 del 15 ottobre 2010, aveva «ridotto a euro 600.000,00 lo stanziamento iniziale di euro 2.000.000,00″. Dire, a questo punto, che siamo, forse, in un racconto di Kafka, è dire poco. I dubbi, nonostante lo sforzo, non si riescono a sciogliere. Può darsi che la cifra del finanziamento successivamente sarà incrementata. Chissà. Speriamo, che l’assessorato risponda ai tanti quesiti sollevati dalla vicenda. Una cosa è certa, nel 2004, anno del primo bonus bebè, in tutta la Sicilia a beneficiarne sono state 27 mila famiglie, nel 2005 addirittura il sostegno è stato ottenuto da 30 mila nuclei familiari. Quest’anno forse saranno 600. Se questo è il modo con cui nella nostra Isola, come recita l’articolo 6 della legge regionale sulla famiglia del 31 luglio 2003, si “promuove la riduzione ed il superamento degli ostacoli di ordine economico alla procreazione per le famiglie meno abbienti” non si capisce neppure la funzione di un assessorato sorto per sostenere una politica a favore della famiglia.
Nuccio Condorelli
Sindacato delle Famiglie(sidefct@iol.it)

Pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” il 30 Novembre 2010.

per gentile concessione dell’autore

Inserto di Avvenire del 25 settembre 2010 in previsione dell’incontro mondiale delle famiglie che si terrà a Milano nel 2012
Incontro_mondiale_delle_famiglie 2012

Eluana

Articolo di Caterina Tartaglione

Articolo di Caterina Tartaglione